lunedì 17 novembre 2014

IL LAZZARETTO DI GENOVA ALLA FOCE


 

 Rosa Elisa Giangoia


Torricelli (?), La Foce, il Lazzaretto e la collina di Albaro (Stampa, Sec. XVIII
Genova, Gabinetto Disegni e Stampe, inv. 1342
      Nel XV secolo nella piana sulla sponda sinistra del Bisagno fu edificato un lazzaretto per l’isolamento e il ricovero dei malati contagiosi e dei passeggeri delle navi giunti in porto e soggetti a quarantena, soprattutto in occasione di epidemie di peste.
Ne parla Agostino Giustiniani, negli Annali della Repubblica di Genova (1537): "...verso la marina, si giunge alla piaggia, nominata la Foce, dove sono da otto a dieci case con la chiesuola di S. Pietro. E la piaggia è molto comoda al varar delle navi, alquanto però meno che quella di S. Pier d'Arena; come sia più pietrosa e quella più arenile.

E in questa piaggia a tempi nostri si è edificato uno amplissimo edificio quadrato e diviso in due parti, con chiostri e molte officine concedenti alla cura degli ammalati di morbo pestifero; alli quali, quando accade il bisogno, è benissimo provveduto. E da questa fabbrica verso la montagna, in larghezza di un miglio, e lunghezza di due, sono bellissimi e fruttiferi orti coltivati con molta diligenza; per il che producono ogni specie ed ogni varietà di erbe e di frutti ortilici in grandissima abbondanza. E questo territorio è nominato il piano di Bisagno; e contiene novanta otto fuochi sotto la rettoria della chiesa di SS. Nazaro e Celso. »giunge alla piaggia, nominata la Foce, dove sono da otto a dieci case con la chiesuola di S. Pietro. E la piaggia è molto atta e comoda al varar delle navi, alquanto però meno che quella di S. Pier d Arena; come che sia più pietrosa e quella più arenile. E in questa piaggia a tempi nostri si è edificato uno amplissimo edificio quadrato e diviso in due parti, con chiostri e molte officine concedenti alla cura degli ammalati di morbo pestifero; alli quali, quando accade il bisogno, è benissimo provveduto. E da questa fabbrica verso la montagna, in larghezza di un miglio, e lunghezza di due, sono bellissimi e fruttiferi orti coltivati con molta diligenza; per il che producono ogni specie ed ogni varietà di erbe e di frutti ortilici in grandissima abbondanza. E questo territorio è nominato il piano di Bisagno; e contiene novanta otto fuochi sotto la rettoria della chiesa di SS. Nazaro e Celso. »

    L’imponente edificio fu ampliato all'inizio del XVI secolo per iniziativa di Ettore Vernazza [1], notaio e filantropo, di cui si ignora la data di nascita, ma deceduto nel 1524, che poté avvalersi, oltre che del proprio patrimonio, del contributo di 7000 lire da parte del doge Ottaviano Fregoso. Questo edificio fu terminato nel 1515, pronto per ricevere i malati, grazie anche al reddito di 100 luoghi sul banco di San Giorgio che il Vernazza lasciò come dote del lazzaretto stesso. Ci fu poi un temporaneo trasferimento in Portoria, per ritornare definitivamente alla Foce, dopo che nel 1576 l’edificio fu ingrandito su disegni di Girolamo Ponsello e sotto la direzione dei capimastri lombardi Giorgio degli Agostoni e Rocco Pellone senior.
   
   L’edificio serviva per l’isolamento e il ricovero dei malati contagiosi, provenienti soprattutto dalle navi, ma qui furono ricoverati anche i malati dell’epidemia di peste del 1600,  di quella manzoniana del 1630 e delle successive ondate del 1656-1657, le quali determinarono la morte di ben 92000 persone. A proposito dell’ultima epidemia, il frate cappuccino sestrese Padre Maria Antero Micone da San Bonaventura (1620-1686), agostiniano scalzo, scrisse sul contagio e sul lazzaretto della Foce di cui fu direttore[2]. Testimonianza dell’assistenza dei malati è una tela del pittore Domenico Fiasella.
       


Acquaforte di Louis Garribeau (1787)
Nel Settecento, per la precisione dal 12 al 25 luglio del 1743, fu ospitato nel lazzaretto anche il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau, che preferì trascorrere lì la quarantena in totale solitudine, piuttosto che nella promiscuità di Calata Sanità. Lo scrittore accennò a quest’ esperienza in un brano delle Confessioni (l. VII), da cui ha preso spunto Rosa Elisa Giangoia per il romanzo In compagnia del pensiero [3], che ricostruisce la vicenda tra documentazione storica e fantasia.
         Lo scrittore francese si era imbarcato a Tolone, ma la feluca su cui viaggiava era stata fermata da unità inglesi, provenienti da Messina, dove infuriava la peste, per cui, all’arrivo a Genova dovette sottostare alla quarantena, che preferì trascorrere al lazzaretto, anche se era stato avvertito che non vi era alcun mobile. Infatti non vi trovò né un letto, né una sedia e neppure uno sgabello o un fascio di paglia per sdraiarsi. Scrisse infatti: «Dapprima mi divertii  a cacciare le pulci che avevo preso sulla feluca, e quando infine, a furia di cambiar vestito e biancheria, riuscii a liberarmene, procedetti all'arredamento della camera che m’ero scelta. Con gli abiti e le camice preparai un ottimo materasso; con varie salviette cucite insieme mi feci le lenzuola; con la vestaglia, una coperta; un cuscino, col mantello arrotolato; ricavai il sedile da una valigia distesa, e una tavola con l’altra posata sul fianco». I pasti gli venivano serviti in gran pompa, con la scorta di due granatieri, e poi poteva dilettarsi a leggere i libri che aveva con sé, ma anche a passeggiare nel cimitero, oppure salendo fino in cima all'edificio, dove da un lucernario che dava sul porto poteva osservare l’entrata e l’uscita delle navi.
Domenico Del Pino, Veduta del Lazzaretto Vecchio, della Foce,
del Bisagno con la collina d'Albaro dalle mura delle Cappuccine
(Stampa colorata a mano, prima metà del XIX secolo, Genova,
Gabinetto Disegni e Stampe, inv. 1355)

     L’edificio, più volte modificato, ebbe il suo maggior sviluppo agli inizi dell’Ottocento; infatti nel 1810 il prefetto imperiale francese Bourdon de Vitry diede l’incarico di ampliarlo ulteriormente al celebre architetto Tagliafichi. L’ampliamento fu sostenuto dal Comune e da donazioni di privati, ma l’architetto non poté vedere il compimento del suo progetto, perché morì prima del completamento.
    Il lazzaretto svolse la sua attività fin verso la metà dell’Ottocento, quando, con gli sviluppi della medicina, le sue funzioni furono trasferite al nuovo ospedale di Pammatone.
    L’edificio fu demolito, consentendo l’ampliamento del cantiere navale già da tempo esistente sulla spiaggia della Foce, e successivamente l’edificazione del quartiere d’abitazioni.

























  



[1] Fu seguace di Santa Caterina da Genova e nel 1512 lasciò disposizioni testamentarie perché all’Università degli Studi di Genova fossero istituite quattro cattedre di medicina. La sua vita è stata ricostruita da Federico Donavere nel volume Vie di Genova (Ed. Moderna 1512).
[2] Li lazzaretti della Città e Riviere di Genova del MDCLVII
[3] L’Autore Libri, Firenze 1994.




JEAN-JACQUES ROUSSEAU NEL LAZZARETTO DELLA FOCE


 
"Era il tempo della peste di Messina, la flotta inglese vi aveva gettato l'ancora e visitò la feluca sulla quale io ero. Questo, arrivati a Genova dopo una lunga e faticosa traversata, ci costrinse ad una quarantena di ventun giorni. Diedero ai passeggeri la possibilità di scegliere, se farla a bordo o al lazzaretto, dove ci preavvisarono che non avremmo trovato che i quattro muri, perché non avevano ancora avuto il tempo di ammobiliarlo. Tutti scelsero la feluca. Il caldo insopportabile, lo spazio stretto, l'impossibilità di muoversi, gli insetti mi fecero preferire il lazzaretto, comunque.
   Fui condotto in un grosso edificio a due piani assolutamente spoglio, dove non trovai né finestra, né letto, né tavola, né sedia, e neanche uno sgabello per sedermi, né un mazzo di paglia per coricarmi. Mi portarono il mio cappotto, il mio sacco da notte, i miei due bauli; chiusero alle mie spalle delle grosse porte dalle grosse serrature e restai là, padrone di passeggiare a mio agio da camera in camera e da piano in piano, trovando ovunque la stessa solitudine e lo stesso squallore.
   Tutto ciò non mi fece affatto pentire di avere scelto il lazzaretto, anziché la feluca, e come un nuovo Robinson mi misi ad aggiustarmi per i miei venti giorni, come avrei potuto fare per tutta la mia vita. In principio ebbi lo svago di andare alla caccia dei pidocchi che avevo preso sulla feluca. Quando, a furia di cambiare biancheria e vestiario, mi resi, alla fine, pulito, procedetti all'ammobigliamento della camera che mi ero scelta. Mi feci un buon materasso con i miei vestiti e le mie camicie, delle lenzuola con parecchi tovaglioli che cucii, una coperta con la mia vestaglia, un guanciale con il mio cappotto. Mi feci una sedia con un baule messo piano, e una tavola con un altro che misi per costa. Tirai fuori carta e calamaio, aggiustai, come se fosse biblioteca, una dozzina di libri che avevo. In breve, mi sistemai così bene che, tranne le tende e le finestre, in questo lazzeretto ero comodo quasi come al mio giuoco della palla in via Verdelet. I miei pasti erano serviti con molta pompa; li scortavano due granatieri con la baionetta in canna: la scala era la mia sala da pranzo, il pianerottolo mi serviva da tavolo, il gradino inferiore mi serviva da sedia; e quando il mio pranzo era servito, ritirandosi, suonavano una campanella per avvertirmi di mettermi a tavola. Tra i miei pasti, quando non leggevo, né scrivevo, o non lavoravo al mio ammobigliamento, andavo a passeggiare nel cimitero dei protestanti che mi serviva da cortile, oppure salivo su una lanterna che dava sul porto e da dove potevo veder entrare e uscire le navi.
   Passai così quattordici giorni e vi avrei passato tutti i venti senza annoiarmi un momento, se il signor di Jonville, rappresentante della Francia, al quale feci giungere una lettera acetata, profumata e bruciacchiata, non avesse fatto abbreviare il mio tempo di otto giorni: andai a trascorrerli in casa sua e mi trovai meglio, lo confesso, nella ospitalità della sua casa che in quella del lazzeretto."

(traduzione di V. Sottile Scaduto in J.J. Rousseau, Opere, a cura di P. Rossi, Sansoni, Firenze 1988, p. 914)










IL LAZZARETTO DELLA FOCE NELLA PESTE DEL 1656-1657

Rosa Elisa Giangoia


   La peste che sconvolse Genova tra il 1656 e il 1657 interessò anche il lazzaretto della Foce, come possiamo comprendere da alcune notizie fornite da Romano da Cadice nel suo interessante saggio La grande peste. Genova 1656-1657[1].  Come si legge a p. 107, «Questo lazzaretto costruito alla foce del Bisagno da E. Vernazza, fu inaugurato nel 1612. Fu il primo ad essere aperto e l’ultimo ad essere chiuso nella grande peste. Assieme al lazzaretto della Consolazione fu il più grande e frequentato della città».
   A  p. 71, a proposito dei primi casi di peste, leggiamo che «… ai primi di settembre, nonostante la severa vigilanza, la peste varca le mura e riesce a diventare padrona dell’intera città. Il card. L. Raggi accusa un certo Armirotto, padre di sedici figli, e commissario al Lazzaretto della Foce, d’essere stato il responsabile di tale sciagura. Questo povero uomo non sapeva star separato dalla sua numerosa famiglia e faceva la spola tra il lazzaretto e la sua casa. Era fatale dunque che un giorno o l’altro avrebbe portato dentro l’infezione. Così fu.[2] Più o meno negli stessi giorni venne colpito un camallo in dogana e una famiglia nella Colla, poi i casi si moltiplicarono in un crescendo continuo e pauroso».
   Di particolare interesse è il capitolo I CAPPUCCINI NEL LAZZARETTO DELLA FOCE[3]
   In Liguria i Cappuccini erano giunti, forse su sollecitazione di Caterina Cybo che a Genova aveva parenti, verso il 1530 e, cosa significativa, si misero subito a servire all’Ospedaletto di San Colombano, fondato dal grande discepolo di Caterina Fieschi Ettore Vernazza[4], gli “incurabili”, cioè i malati rifiutati da tutti gli ospedali, soprattutto i colpiti dalla nuova vergognosa peste, cioè la sifilide.
   Da allora, scrive lo storico dei Cappuccini genovesi, P. Francesco Saverio Molfino, i Cappuccini di Liguria sembra che non abbiano avuto altra missione che questa, cioè di consolare i sofferenti negli ospedali, nelle carceri, nei lazzaretti, sui campi di battaglia. A somiglianza del Serafico Patriarca S. Francesco, essi posero le loro tende accanto agli asili del dolore, per vivere della vita di chi piange”.
   Nei lazzaretti avevano già servito con straordinario fervore nelle pesti del 1579-1580 e del 1630-1632. Quando scoppiò la peste del 1656-1657, essi furono i primi ad offrirsi i primi ad essere chiamati ed i primi ad entrare nel lazzaretto della Foce.[5]
   Per questo lazzaretto, dai superiori furono prescelti i padri Francesco M. da Porto Maurizio, Francesco da La Spezia e fra Pietro da Savona “i quali, dicono le cronache, à 24 del suddetto mese (di luglio), accompagnati tutti trè insieme, e ben disposti con sante confessioni, e dimandato perdono a tutti li frati in pubblico reffetorio con la corda al collo, e fatta la spropria,[6] come veri figli serafici, presa la benedizione dal padre Vicario Provinciale, si portarono dal Rev.mo Padre Inquisitore per servirsi della sua autorità in ogni occasione, che fosse venuta, qual ottenuta, indi si portarono dall’Eminentissimo Signor Stefano Durazzo Arcivescovo di Genova, e prostrati alli di lui piedi dimandarono la pastorale sua benedizione, et autorità di tutti li casi, che benignamente concessali, abbracciandoli teneramente, ricchi di buona volontà e di desiderio grande di morire col martirio della carità, la sera delli 24 del suddetto mese di Luglio entrarono nel lazzaretto, recitando divotamente le Lettanie della Beata Vergine[7].
   La stessa cronaca parla del loro straordinario zelo e ci dice che per l’assistenza di questi buoni padri, “era tanta la consolazione dei moribondi, che si credevano subito d’andare in paradiso, se ne morivano quietamente ricevendo anco la raccomandazione dell’anima[8].
   I tre zelanti religiosi, dopo aver servito i fratelli appestati come se fossero ammalati comuni, incuranti di ogni pericolo, (fra Pietro portava a seppellire i morti sulle proprie spalle), colpiti dalla peste vi lasciarono uno dopo l’altro la vita.
   Con essi morirono pure i tre frati che vennero a sostituirli, cioè P. Giò Batta da Novi, che serviva i malati con tale amore da privarsi anche del proprio cibo per somministrarlo anche ai poveri infetti; il P. Giò Batta da Pieve di Teco e, come vedremo, fra Felice da Valpolcevera: sei Cappuccini dunque, tutti vittime generose ed eroiche di carità.

   Come si vede, questi frati andarono tutti incontro alla morte con cuore veramente grande, per servire i fratelli. Qualcuno però cominciò a criticare la loro sublime generosità, dicendo che erano troppo audaci ed imprudenti e che non dovevano servire gli appestati come malati ordinari.
   Il nobile Nicolò Spinola scrive in proposito: “Questi uomini al lazzaretto non ne vogliono più ricevere perché si espongono troppo liberamente senz’alcun riguardo che fanno danno a loro e terrore agli altri[9].
   Che dire di questo giudizio severo? Il P. Boverio, annalista dell’ordine, dice che era il loro stile servire gli appestati come malati ordinari, senza disdegnare il servizio più pericoloso di tutti: portare i morti sulle spalle; “ita ut mortem irridére ac contemnere quam metuere viderentur”, che in italiano potremmo tradurre così: “questi frati servivano con tale coraggio che sembrava che più che temere la morte volessero schernirla e sfidarla”[10].
   Noi moderni forse facciamo fatica a capirli, ma questi frati vivevano in un’ottica trascendente; essi, come scrive un cronista, non andavano al lazzaretto “muniti di teriaca, di pastiglie odorose, o belzoari, ma di ardentissima carità per Cristo[11] e ad essi per Cristo era dolce il morire.
   Essi volevano risparmiare al malato l’umiliazione di essere schivato come un rognoso; per essi egli era il fratello Cristo che aveva dato per loro la vita e che li attendeva nella vita eterna e questo traguardo (il paradiso) era il più atteso.
   È significativa in proposito la lettera con cui il P. Francesco da Portio Maurizio annuncia al fratello, che era vicario provinciale, la scoperta di un carbone, segno chiaro di peste: “Ecco, colui che tu ami è malato, se sarà per la morte non lo so; sia fatta però sempre la volontà di Dio; io sono tutto al volere divino e per la vita e per la morte, e lo prego a non riguardare le mie colpe, ma abbondarmi della sua pietà; dunque, fratello carissimo, arrivederci in cielo a godere Dio eternamente[12].



BIBLIOGRAFIA

ANTERO M. MICONE DA S. BONAVENTURA, Li lazzeretti della Città, e Riviere di Genova nel MDCVII, Genova 1658.
BRUZZA A.L., Sull’origine dei lazzaretti e del Magistrato di Sanità, Genova 1874.
PENDOLA C., Gli edifici antichi della città di Genova e sobborghi, Genova 1896.









[1] A cura del Centro Studi E. Bullesi, B.N. Marconi Arti Grafiche, Genova 1999 (2a edizione: De Fedrrari, Genova 2004, ‘’. 262, € 32,00).
[2] Cfr. A. COSTA, la peste in Genova negli anni 1656-57, Genova 1932, p. 2.
[3] Pp. 175-176.
[4] FRANCESCO SAVERIO MOLFINO, I Cappuccini genovesi, Note Biografiche, vol. I, Genova 1912, pag. 423. Ettore Vernazza morirà vittima di carità a Napoli assistendo gli appestati. P: CASSIANO DA LANGASCO: Ettore Vernazza, pag. 77, Genova1992.
[5] Ivi, pag. 427.
[6] “SPROPRIA”: termine fratesco per esprimere la consegna di ogni anche minima cosa avuta in uso dalla comunità.
[7] Arch. Prov. Capp., Cronaca Q, pag. 38r.
[8] Ivi, pag. 39.
[9] D. PRESOTTO, Genova 1656-1657, cronache di una pestilenza, in Atti della Società Ligure di Storia Patria, V (n.s.) 1965.
[10]ZACCARIA BOVERIO, Annali De’ frati minori cappuccini, Giunti, Venezia 1645.
[11] ANONIMO, Operazioni dei Cappuccini nel servire gli appestati (sec. XVII) MS Archivio Generale.
[12] FRANCESCO SAVERIO MOLFINO, op. cit., p. 428.

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