martedì 3 febbraio 2015

LA CHIESA DEI SS. NAZARIO E CELSO

Daniele CAGNIN

PREFAZIONE
Il presente elaborato fa parte di una serie, in cinque puntate, che narrerà le vicende storiche dei sei edifici sacri che erano presenti nella Foce antica. Tutto ciò è il risultato di un “progetto storico” che il gruppo culturale dell’Antica Foce (presente nella Biblioteca Servitana) ha ideato circa un anno fa e che porta a questa “creatura”.
In questa prima puntata prenderemo in esame la chiesa dei Santi Nazario e Celso, esistita per circa un millennio, e di cui, probabilmente, si è persa la memoria storica: è tramite questo lavoro di ricerca, prima, e di divulgazione, dopo, che il mio intento di “comunicazione” non viene meno e consolida quel rapporto con il passato, che a volte non siamo in grado di raccontare in modo competente.
Per rendere più agevole la lettura di questa “relazione”, ho diviso il lavoro in tre capitoli: il sito originario, la chiesa romanica, la terza chiesa. E’ doveroso portare a conoscenza, pur se con alcuni limiti, notizie sulla “nostra Foce”: buona lettura.
CAPITOLO 1
IL SITO ORIGINARIO – Notizie storiche fino al X secolo
PREMESSA STORICA
Descrivere eventi storici lontani dal nostro quotidiano decine di secoli è un “operazione” che richiede un lavoro di “ricerca” non sempre agevole, anche se si hanno a disposizione le fonti contemporanee; ciò dipende dal fatto che si deve “indagare” con gli elementi messi a disposizione dalle “prove raccolte” che culturalmente presentano difficoltà di carattere linguistico (latino), di carattere grafico (calligrafia diplomatica), e di veridicità storica: i cronisti altomedioevali o tardo antichi reputavano doveroso “esaltare” l’avvenimento storico piuttosto che approfondirlo … ma quando mancano i documenti? In questo caso il compito è sicuramente molto arduo, ed è doveroso prendere in esame una più ampia narrazione storica.
Le prime “notizie certe” sulla chiesa che sto analizzando sono da far risalire alla fine del X secolo, ma precedentemente?
Se diamo credito a quanto riferito da alcuni studiosi consultati dobbiamo considerare che il luogo, dove sorgerà la “sede definitiva” della chiesa, era già frequentato in epoca romana, anche se scarsa di costruzioni: doveva essere una zona sacra, forse una necropoli o comunque un luogo di sepoltura.


EPOCA ROMANA
A supporto di quanto detto nel paragrafo precedente è doveroso citare il contenuto della lapide1che era presente, fino al 1830 (anno in cui fu trasferita e donata all’Università di Genova), nel campanile della chiesa stessa: Intra consaeptum maceria locus Deis Manibus consacratus (trad. il luogo entro lo spazio cinto da muro a secco è consacrato ai Dei Mani2), l’interpretazione più attendibile relativa al termine “spazio cinto” (come già detto), è cimitero. Tale tesi è stata argomentata per la prima volta sul finire del Settecento da Nicolò Perasso: …prima della nascita del Rendentore circondata da una Maceria dentro di cui v’era il Cimiterio de Gentili consacrato alle Sognate Deità dell’anime de loro defunti3. Anche Federico Alizieri, che non conosceva lo scritto del Perasso, arriva alla stessa conclusione in modo più approfondito: Se pure è ardir troppo l’arguire da quel maceria un’ustrina4già quivi esistente ove i cadaveri dalla città si mandassero ad ardere, ben potrà giudicare il più timido che un chiuso cimitero a tempi remoti della romana gentilità servisse o nel luogo presente o non molto discosto ad uso degl’inquilini di questo contado5; consultando il Novella6si evince che l’autore era poco possibilista affermando: forse era il pubblico cimitero.
I critici7che nei loro studi hanno considerato tale “spazio” un tempio dedicato alle anime dei defunti, risultano imprecisi in quanto per queste “divinità familiari” non esistevano edifici sacri.

BREVE CRONACA CITTADINA8
La storia di Genova nella metà del VII secolo è da collegare al “periodo longobardo”, ma dopo poco più di cento anni (nel 774) abbiamo il “trapasso” all’età carolingia, periodo nel quale il Regnum Langobardorum viene annesso al nascente impero di consacrazione cristiana, diventando Regnum Italicum.
In quest’epoca la città (già ben delineata con il castrum, la civitas, e il burgus) comincia ad avere un ruolo meno marginale anche in campo marittimo, e non è escluso che ancora nel IX secolo, in funzione di difesa delle Riviere, era uno scalo d’appoggio per la marineria bizantina.
Per circa un secolo la nostra città (che potrebbe aver avuto una già robusta cerchia di mura: forse del IX secolo) è risparmiata dalle scorrerie dei saraceni, finché per ben due volte venne saccheggiata e incendiata nel ventennio 920 - 940.

LA TORRE SARACENA
La tradizione vuole che il campanile della chiesa era la torre quadrata posta a guardia contro i già citati attacchi saraceni: è ragionevole, quindi, collocare la costruzione9nel X secolo? Secondo l’Alizieri l’aspetto del “monumento” è indizio di remota antichità, ma nutre dei dubbi su chi possa essere stato il suo effettivo autore: forse la famiglia Del Giudice, secondo il manoscritto10del secolo XVIII (o come affermato dall’Olivieri del secolo XVII), della Biblioteca Universitaria.
Nelle zone depredate dai Saraceni, esiste una grande abbondanza di edifici e rovine che vengono collegati con il loro nome: a centinaia si potrebbero contare le torri e i castelli detti “dei Saraceni”, se non che tutti i resti di edifici, che leggende popolari ben radicate amano collegare agli incursori mussulmani, sono normalmente di epoca assai più tarda e non hanno mai avuto niente a che fare con essi. Il termine saraceno passò, spesso e volentieri, ad indicare tutto ciò che all’occhio dell’inesperto risultava di antichità non determinabile.
Oltre al periodo risulta discordante anche il nome: il Perasso11la cita come Torre d’Albaro, mentre il De Simoni12la nomina come Torre di San Nazaro (del promontorio omonimo).
A breve distanza dal luogo di questa costruzione è tutt’ora presente una torre del Quattrocento chiamata Torre dell’Amore13: ancora una volta, nella rete informatica, sono presenti notizie errate, che portano il “lettore” a confondere le due strutture.

LA PRIMA CHIESA (antecedente al secolo X)
Come già accennato nel paragrafo iniziale, le prime notizie certe sulla chiesa risalgono alla fine del X secolo, ma secondo il Perasso14una prima costruzione (forse una piccolissima cappelletta ? – angusta come era nel suo primo essere) era già presente fin dalla remota antichità, sorta per commemorare in modo dignitoso il ricordo della “celebrazione della prima messa”: i Genovesi […] eressero a loro onore un tempio in distanza di 60 passi dalla prememorata Torre. Questo fu coltivato, e venerato dalla pietà de fedeli circa 800 anni e fin tanto che con la spiaggia circonvicina non fù divorato dalli impetuosi flutti del Mare.
Questa “tesi” è sostenuta anche dal Novella15, il quale ci riferisce che trae questa notizia (coincidente parola per parola con quella del Perasso) da un manoscritto presente nella biblioteca del convento dei Padri Minori Conventuali della chiesa di San Francesco d’Albaro.
Analizzando in maniera più approfondita il testo del Perasso si viene “assaliti” da “comprensibili” dubbi: è discutibile fissare in otto secoli il periodo di culto di questi martiri, considerando che la leggenda dei martiri, in ambito locale, è da fissare in un periodo compreso tra il VI e VII secolo; anche la distanza di sessanta passi (circa cento metri) appare poco accettabile: la costruzione sarebbe da collocare nella piccolissima spiaggia16.
Dal De Simoni17abbiamo un ulteriore ipotesi: […] tempio pagano tramutato in chiesa cristiana. Nessun documento vi accenna, e questo per la durata di non meno di otto secoli, fino a quando la chiesa dei santi Nazario e Celso scomparve silenziosamente, come silenziosamente era sorta, tra i gorghi del mare. Approfondendo al meglio la lettura del manoscritto del Perasso si scopre che sino all’anno 987 la famiglia Del Giudice ebbe il Giuspatronato18della “chiesa antica”: per molti anni se ne conservo’ il IUS PATRONATUS, e nominandi la medema Casa del Giudice sino all’anno 4° dell’Imperattor Ottone III. La data di incoronazione del re germanico è da fissare nell’anno 983, quindi il quarto anno di regno è proprio il 987. Il Giscardi19riferisce quanto segue: Chiesa di S. Nazaro situata alla Marina di Albaro ante annum 988: questa data è da riferire all’anno della ricostruzione?
Sempre il Perasso cita Giovanni secondo Vescovo di Genova20, del quale si hanno notizie nel periodo 984 - 101921. Anche l’Alizieri cita lo stesso Vescovo; il Novella22, pur citandolo, si pone il seguente problema: se questo Giovanni confermò la donazione [vedi capitolo successivo] fatta ai monaci della parrocchia di S. Nazaro di Albaro vuol dire che è antica, e cita la data del 742. Esiste un elenco di Vescovi (probabilmente non documentato e presente anche nella rete informatica) che per il periodo altomedioevale elenca nomi diversi che non trovano una reale collocazione storica; per la fine del X secolo si parla di un certo Giovanni IV (983 – 995).

CONCLUSIONI
Dopo aver visionato alcune mappe dal XVIII al XX secolo, posso affermare senza ombra di dubbio, che il sito della chiesa (o cappella) dei Santi Nazario e Celso è da collocare in una zona compresa tra la crosa denominata di San Nazaro, di cui si ha notizia fin dal 134523, e il ruscelletto che segnava il confine fra la zona di Albaro e la Foce. Questa descrizione “tradotta in quadro moderno” potremmo collocarla tra le attuali via Piave e via Quarnaro24: questa “porzione” si trova oltre il confine dell’antico comune della Foce, ma è doveroso continuare questa narrazione, in quanto dal XV secolo fu la parrocchia del Borgo della Foce, pur se era già presente una Cappella dedicata a San Pietro.CAPITOLO 2
LA CHIESA ROMANICA-Dal secolo XI al secolo XVI
LA VISIONE DELLE FONTI
Con le varie notizie fornite fin’ora il lettore avrà “favoleggiato”, ma con questo capitolo “entriamo nella storia”. Per “indagare” al meglio è necessario, per non dire vitale, consultare i “documenti originali”, reperiti presso gli archivi cittadini25, salvatisi dall’oblio dei secoli o dai vari incendi, o dai “saccheggi culturali” degli eserciti stranieri, dei quali si può disporre degli avvenimenti “narrati” secondo la veridicità storica del tecnico competente, ciò che le trascrizioni successive sembrano non realizzare; è doveroso, quindi, esaminare al meglio le “presunte inesattezze” commesse dai copisti dei secoli successivi ed annotarle per essere a disposizione di “ricerche future”.
Analizziamo lo scritto del cronista ecclesiastico settecentesco genovese per eccellenza: il Perasso. Nel suo “componimento” cita un atto redatto dal Notaio Fulconio datato 9 aprile 98826(o 9 ottobre dello stesso anno), nel quale è documentato che il Vescovo Giovanni II avvallò la donazione (inter vives), fatta dalla famiglia Del Giudice ai monaci benedettini di Santo Stefano (nella persona dell’abate Eriberto), per ufficiare la Basilica Sancti Nazarii que fundata est prope ripa maris in loco qui dicitur Albario ubi ad Sanctos Peregrinos: la chiesa fu eretta in Parrocchia col titolo di Rettoria.
L’Alizieri27attribuisce all’anno 987 il periodo del documento, anche i Remondini28citano la stessa data, mentre il Belgrano29riporta: dopo il 987, nel mese di maggio.
Oltre all’aspetto legislativo la chiesa fu dotata di rendite, che come ci descrive l’Alizieri erano: ... loro spettanti sul territorio che dalle sponde del Bisagno spaziava al rivo Vernazza, e dalla strada Romea fino al mare30. La citazione appena fornita ci descrive parte del territorio che fino al 1876 era di pertinenza del Comune della Foce: è opinione comune che fino all’inizio del XV secolo la zona della Foce era “disabitata”,  l’unica costruzione esistente era un mulino citato in alcuni documenti del XII secolo. Abbiamo anche una menzione in un atto del 993, per una locazione fatta da Andrea, abate di Santo Stefano, ad Andrea fu Adalgiso: una terra da pastinare qui posita est in fundo Albario non longe ab Ecclesia predicti Nazarii.
Le “concessioni” fatte ai monaci benedettini ed annotate il 7 novembre 1132 (?) dall’Arcivescovo Siro, furono confermate negli anni successivi da vari Pontefici: Innocenzo II nel 1136, Eugenio III nel 1145, Urbano III nel 1185, Celestino III nel 1192, e Innocenzo IV nel 1251.
E’ interessante riportare una “notizia particolare” dell’Alizieri: avean messa la chiesa a governo de’ frati di S. Stefano, pur allora succeduti ad una famiglia di monache31. Questa citazione avvalora la tesi descritta nel capitolo precedente, circa una chiesa anteriore a questa romanica.

BREVE DESCRIZIONE DELLA CHIESA
La presunta “chiesa paleocristiana” probabilmente fu restaurata nel secolo XI, all’epoca delle ricostruzioni benedettine (come Santo Stefano, San Siro, Santa Sabina), e fu posta ad undici passi dalla torre32: com’era consuetudine del Medioevo fu rivolta con l’ingresso a Ponente33.
La chiesa fu fabbricata a tre navate e le cappelle furono consacrate alla Madonna (quella destra, la più vicina al mare), al Santissimo Crocifisso (quella sinistra) e l’altar maggiore fu dedicato ai santi titolari. Era presente il Coro con i suoi sedili, il battistero, alcuni sepolcri con lapidi marmoree e la Canonica con giardino.
La costruzione avvenne grazie all’aiuto economico della famiglia Del Giudice (forse di “nazionalità” Germanica), la stessa del già citato Giuspatronato; per ciò che concerne la generosa casa Del Giudice abbiamo i seguenti nomi: Pietro, Obizzo (o Opizo) e Giovanni; il Perasso34cita gli stessi nomi “alterando” un nome (Opizone) e Giovanni è citato come “Diacono”: conosciamo anche la paternità, Alberto.

LA NOMINA DI UN RETTORE (secolo XIII)
Agli inizi del XII secolo il ruolo del monachesimo benedettino, nella società, aveva cominciato a modificarsi. Ma era una trasformazione che deve essere vista in un più ampio processo di evoluzione della società e dell’economia, e rifletteva più in generale la crisi del ruolo della monachesimo, della stessa Chiesa altomedievale, e delle temporalità ecclesiastiche in una società che si stava trasformando profondamente sia dal punto di vista economico che da quello politico. Nell’Alto Medioevo, in una economia agraria e signorile, quando la terra era stata la principale fonte di ricchezza e il fondamento del sistema delle relazioni sociali e politiche, la forte osmosi fra Chiesa e potere, naturalmente aveva fatto si che le grandi proprietà monastiche, si ponessero come nuclei primari di organizzazione economica e sociale. Si venivano a sviluppare un’economia e una società diverse: un’economia che non aveva più il suo fondamento nella terra soltanto che produceva nuove forme di ricchezza attraverso le manifestazioni e vedeva la grande affermazione della città.
In questo panorama appena descritto, si inserisce come una tessera di un mosaico l’episodio del “passaggio” della Rettoria al clero secolare. Dall’anno 1224 i monaci benedettini nominarono un Rettore per la chiesa di San Nazario (incarico approvato dall’Arcivescovo ad curam animarum): in quest’anno la nomina ricadde su un sacerdote del clero secolare, un certo Prete Gandolfo (presente anche nel 1239, e forse nel 1252), il tutto fu confermato dal notaio Salomone in data 20 marzo (in detto atto è presente, come teste, il prete Anselmo della chiesa di San Vito di Albaro): il prete Gandolfo dovette giurare “fedeltà ed obbedienza”35all’Abate di San Stefano, Raimondo36.
E’ bene tener presente che tra gli effetti giuridici di quest’atto, era previsto che ogni anno il rettore era obbligato a versare un tributo (censo) di lire tre ai frati benedettini.
Nel 1229 fu eseguito un inventario dettagliato della chiesa: tutto ciò è documentato da una pergamena37(in buone condizioni di conservazione), presente all’Archivio di Stato, nella quale è riportato il nome del funzionario che compilò l’elenco, un certo Petrasio da Mussio. Come accennato nel paragrafo iniziale del capitolo, su questo episodio i critici “commentano” l’episodio con superficialità: il Perasso38confonde questa data (26 luglio 1229) con l’elezione del Rettore; i Remondini39, confondono l’anno di elezione con l’anno dell’inventario e nominano in maniera errata il nome del notaio scambiandolo con il Perasso: per ciò che spetta a’ suoi Rettori abbiamo in Notaio Nicolò Perasso che nel 1224 fu eletto Padre Gandolfo, l’anno stesso fece l’inventario dei beni di questa chiesa.

BREVE CENNI DEI SECOLO DAL XIII AL XIV
Nel 1230 o 1231 vi fu un contrasto fra il Capitolo di San Lorenzo e l’Abbazia di Santo Stefano sul diritto delle già citate decime: fu posta fine alla controversia dividendo la “rendita” a metà fra i due contendenti il 7 marzo 1232, tramite atto redatto dal notaio Salomone40.
Per l’anno 1239 (9 novembre) si ha notizia di un certo Giacomo Monaco del convento di Santo Stefano, al quale viene concessa licenza di vivere in un reclusorio, che s’avea fatto fabbricare presso la chiesa di S. Nazaro di Albaro41: tale licenza fu “pubblicata” l’8 dicembre 1252 dal Cancelliere dell’Arcivescovo.
Per l’anno 1311 sappiamo che il rettore è un certo Prete Ugo, lo si può leggere nel Syndicatus42: Presbiter Hugo minister S. Nazarii de Albaro.
Nel 1360, come citato dal Cambiaso43, le “tasse” spettanti alla chiesa di San Nazario di Albaro sono pari a 2 soldi e 6 denari.
Nel 1383 (1 settembre) l’Arcivescovo di Genova unì, forse in maniera “provvisoria” le rettorie di San Nazaro con quella di Santa Croce di Sarzano, probabilmente per motivi economici.
Nell’Illustrazione del Registro Arcivescovile44è presente, per l’anno 1387, l’Atto di riparto della tassa straordinaria imposta sulle chiese e gli altri luoghi pii dell’Arcivescovato di Genova: per la chiesa dei Santi Nazario e Celso abbiamo un importo di libre 3.
Delle “concessioni sui beni fondi”, già citate, sappiamo che era consuetudine darle in enfiteusi45; fu anche istituita una Cappellania46“fondata” dal Reverendo Prete Giacomo Malagamba di Albaro, come risulta nel suo testamento rogato dal Notaro47Giovanni Gallo nel 29 novembre 1342. In merito a questo “episodio”, il Novella da un suo personale giudizio: tali beni non si sa oggi come siano sfumati48.

LA DECADENZA
E’ plausibile pensare che la chiesa, pur con alterne fortune, proseguì nella sua opera di “cura delle anime” (nel territorio di pertinenza), fino a tutto il XV secolo, anche se non si sono trovate notizie (a parte l’elenco dei rettori in appendice): sembrerebbe che per quasi un secolo la popolazione avesse “smarrito” il culto dei due Santi Martiri.
Sappiamo per certo che l’ultimo Rettore fu Bartolomeo Boero49. Sulla data di nomina esistono varie “linee di pensiero”. Il Novella50cita il 1510: appare poco attendibile; il Perasso51cita il 1536: in quel periodo il Rettore è un certo Nicolò Castellini (forse il cronista settecentesco intendeva riferirsi all’obbligo di versare il censo52); la data più certa dovrebbe essere il 1543. Per un maggiore approfondimento sugli avvenimenti riporterò integralmente le parole posteriori del De Simoni53: Nessuno si preoccupava di quanto era accaduto: non gli Abati di santo Stefano, non il patrono Bartolomeo Lomellino sottentrato dieci anni prima nel giuspatronato ai Del Giudice. Non sembra che se ne siano preoccupati nemmeno i parrocchiani perché se agli Albaresi la chiesa dei santi Nazario e Celso riusciva cara per le memorie che ad essa si collegavano, specie allora in cui ogni chiesa era ara e tomba, sentivano però il disagio della lontananza e dell’impervio cammino per recarvisi, onde già da tempo avevano finito per preferire la chiesa dei Francescani a quella dei Santi Nazario e Celso.

UN’INTERPRETAZIONE STORICA DEL PERASSO
Or lasciamo la nuova Chiesa [quella del Seicento - vedi capitolo III] nel stato in cui si trova e supponiamo l’antiche nel sito primiero già occupato dal mare in cui si trovava unita, ed incorporata quella di San Francesco d’Albaro [dalla seconda metà del Cinquecento] di pagare il preteso canone terrativo [canone dell’enfiteusi] ossia all’Abazia di Santo Stefano. Primieramente si risponde che i Padri di Santo Stefano essendo subentrati al possesso della chiesa di San Nazario in vigor della donazione statagli fatta dal famiglia Giudice [nell’anno 988] per il juspatronato che detta famiglia haveva acquistato infabricarla iuxta illud Patronum faciunt dos edificatis fundus se volevano mantenere il loro jus di scodere [riscuotere] le tre lire annue imposte in debita parte sopra tale beneficio, dovevano quando il mare la divorò [secolo XVI?] o pure quando l’ultimo Rettore fù necessitato di mendicare l’alloggio da Padri Conventuali ristorarla, ovvero contribuire qualche grossa somma per la nuova erezione perché è cosa certa che se si perde il fondo cessa il juspatronato [a norma del diritto sull’enfiteusi], e cessando il juspatronato deve anche cessare l’annua contribuzione e questa nemmeno può essere imposta sopra li emolumenti parrochiali essendo questi incerti e frutto delle grandi fatiche del povero Parroco.
Che la Chiesa di San Nazario sij stata confermata a Padri di Santo Stefano da Sommi Pontefici [dal XII al XIII secolo] non è meraviglia essendo seguito ad istanza loro e se havessero rappresentato che tutta la valle del Bisagno fosse sua sarebbe seguito lo stesso si dimanda loro siccome hanno portato alli Atti le dei Pontefici che le hanno confermato il possesso di quella, perché non hanno parimente rapresentato l’instrumento rogato li 26 Luglio 1229 [l’anno esatto è il 1224: è l’atto che sancisce il “passaggio della gestione” al clero secolare].


CAPITOLO 3
LA TERZA CHIESA – Dal secolo XVI al secolo XIX
LA DECADENZA DEL SECOLO XVI
Come emerge da alcuni dati forniti nel capitolo precedente gli splendori della “seconda chiesa” durarono meno di cinque secoli. Nella prima metà del XVI secolo, il quadro descritto dai cronisti posteriori ci delinea una situazione non certo positiva. Questa condizione sfavorevole sembrava potesse risolversi negli anni trenta del secolo menzionato, quando il Giuspatronato, in capo alla famiglia Del Giudice, passò a Bartolomeo Lomellini da Passano54(forse uno dei diciassette capitani eletti nel 1529 per “difendere la patria”), ma il tutto non portò ad un sostanziale miglioramento peraltro necessario.
La cronaca viene raccontata dal Novella55: L’anno poi 1543 D. Prete Boero trovossi rovinata la canonica, e la navata della chiesa dalla parte del mare distrutta dai flutti, scoperchiato il tetto di detta parrocchiale e l’accesso della medesima dalla parte della spiaggia impraticabile.
L’attendibilità storica del Novella non è sempre accettabile, soprattutto sulle citazioni delle date: da quanto affermato se consideriamo esatta la data del 1510, già riferita precedentemente, il rettore (mentre sappiamo esserne succeduti sei - vedi appendice) della “nostra chiesa” dovette vivere in una condizione molto precaria per un periodo di circa trent’anni (quindi poco credibile) anche dal punto di vista economico con l’aggravio di sei ducati annui al Vescovo di Sagona, e di tre lire annue a PP di S. Stefano56.
Vedendosi in tale condizione irrimediabile il sacerdote si ritirossi nel convento delli RR. PP. Minori Conventuali di detto luogo di Albaro, e cortesemente ricevuto si servì della loro chiesa ed assistenza per soddisfare agli obblighi della sua cura predetta57: probabilmente nel 154358.

LA RINUNCIA ALLA RETTORIA
Dopo essersi “ritirato” nel vicino convento di San Francesco d’Albaro, Bartolomeo Boero rinunziò quel benefizio nelle mani del Sommo Pontefice allora Paolo III, nominando suo Procuratore fra Franco Lomellino da Chiavari, laico Conventuale. Il Pontefice verificando lo stato miserabile della rinunziata parrocchiale, emanò un “Diploma Apostolico” (12 giugno 1544) incipiens ad apostolicae sedis apicem datum Rome apud S. Marcum anno 1544, XII Kal. Junii dichiarando la chiesa dei Santi Nazario e Celso unita in perpetuo, con tutti i diritti, frutti ed appartenenze, al Monastero e Chiesa dei Minori Conventuali di San Francesco di Albaro.
La pubblicazione di detta Bolla papale fu “trascritta”, su incarico del Pontefice (incombenzò a tale uopo), dall’Arcivescovo di Bari e dai Vescovi di Feltre e Cesena. In vigore di tale Bolla il 27 agosto 1544 i frati presero solenne possesso della Chiesa dei Santi Nazario e Celso, com’era anche visibile dall’atto rogato dal Notaio Bernardo Usodimare Granelli59: purtroppo ai nostri giorni la copia dell’imbreviatura manca di una parte60.
In detto atto veniva anche specificato che segnatamente comandò che la cura delle anime a quella chiesa soggette venga esercitata da un religioso di detto Convento da nominarsi dal Guardiano pro tempore61.
Per confermare quanto appena riferito, venne eseguita un’epigrafe con la seguente iscrizione: nobis assidue orandum est fratres pro nobili Juliano Salvaigo62quo auctore sanctorum Nazarii e Celsi paroecia ad nos pervenit anno MDXLIIII XII Kal. Junii ut in diplomate Pontificio patet fratre Jo Francisco Peratio Guardiano63.
Riprendendo l’analisi delle fonti troviamo un’altra incongruenza cronologica: dal Giscardi64leggiamo che nell’anno 1597 la Chiesa dei Santi Nazario e Celso di Bisagno65fu unita perpetuamente ai Padri di San Francesco d’Albaro dalla Sede Apostolica.
Per il cronista la designazione fu fatta in manu B.mi Papae per quondam Praesbiterum Bartolomaeum Boerium tunc Rectorem illius Ecclesiae quae Parrochia est.

COMMENTO POSTUMO ALL’EPISODIO
Riporterò, come già fatto in precedenza, le parole tratte dell’elaborato del De Simoni66: Ne’ credo sia lontano dal vero supporre che gli Albaresi si rallegrassero in cuor loro il giorno in cui seppero che Papa Paolo III aveva affidato ai Francescani la cura spirituale dei parrocchiani della diroccata chiesuola. Non si spiega altrimenti una tale noncuranza per un rudere reso glorioso dalla fama di essere stato la culla del Cristianesimo in Liguria.

LA RINASCITA DEL SEICENTO
La situazione descritta nei paragrafi precedenti ci farebbe sperare in una risoluzione definitiva degli avvenimenti, ma consultando i vari documenti a nostra disposizione, la situazione non migliorò: la chiesa è descritta nella relazione67della visita effettuata nel 1582 da Monsignor Bossio, Vescovo di Novara e Visitatore Apostolico della Curia Genovese.
A distanza di un secolo dalla rinuncia, il 31 gennaio 1645, il Padre Girolamo Lagorio (forse di Albaro) cercò di far “rinascere” la chiesa: a tal proposito furono interessati alcuni nobili di Albaro, il Novella ci narra che erano nobili possidenti. I loro nomi sono Gaspare Donati, Gian Carlo Brignole e Agostino Airolo (il Donati e l’Airolo furono contagiati dall’epidemia del 1656 - 1657, e non riuscirono a portare a termine il loro mandato); anche su questo episodio il De Simoni ci fornisce un suo personale giudizio: ma è fatale che agendo in commissione non si concluda mai nulla. Uno infatti voleva procedere solo a restaurarla, un altro alla ricostruzione totale, il terzo era di parere contrario68.
Finalmente il 20 luglio 165869vi fu la posa (o la benedizione) della “prima pietra” (ormai erano rimasti pochi ruderi: nell’anno 1657, nella festa liturgica dei Santi Nazario e Celso seguì una burrasca di mare così fiera, ed una innondazione di terra così impetuosa, che rovesciò affatto suddetta antica chiesa, ed i libecci la spiantarono dai fundamenti70) da parte dell’Abate Saluzzo, arciprete di San Lorenzo assistito dai frati conventuali dei San Francesco d’Albaro.
Il 28 luglio 1659 (o 1689) la chiesa fu riaperta al culto: fu costruita71ad una sola navata e fu posta al fianco della Torre Saracena72così come si vede dalle immagini, a noi pervenute, della seconda metà dell’Ottocento. Le dimensioni73di questa chiesa erano assai più modeste della precedente romanica: la navata era lunga, compreso il coro quadrato con due “cappelle sfondate” (altari minori) ai lati, circa quattordici metri ed era larga circa sette metri.

LE ULTIME NOTIZIE74
L’unica notizia del XVIII secolo ci giunge dallo scritto dei Remondini, i quali ci riferiscono che nel 1746 la chiesa è ancora aperta al culto, ma nella seconda metà dello stesso secolo la chiesa, dalla parte del mare, dopo cento anni di vita si ritrova in cattivo stato di manutenzione. Dopo la data sopra citata la chiesa si trovò di nuovo in stato di abbandono: in una mappa75datata 1860, la chiesa risulta come chiesa rovinata e nel gennaio 1866 è una casa privata, trasformata dalla famiglia Quartara che nei pressi aveva le sue proprietà. Nei primi anni del Novecento (1910 – 1914) la chiesa fu demolita, a seguito di variazioni urbanistiche, per far posto all’attuale “passeggiata a mare” (corso Italia).
A conclusione del mio lavoro (sperando che possa essere una “buona base” per coloro che in futuro vogliano approfondire questo argomento), sono convinto di aver “realizzato” il desiderio dei Remondini facendo “rivivere” la chiesa dei SS. Nazario e Celso: facemmo voti che fosse almeno confermata la facciata della chiesa per conoscere l’antica postura.


NOTE
(1) Il testo della lapide è citato da diversi critici tra cui NICOLO’ PERASSO, Memorie e notizie di chiese e opere pie di Genova, manoscritto, c. 246 – 249 A.S.G., Manoscritti secolo XVIII, numero 844 (si conserva incorporata in poca distanza dal Piedistallo dell’antichissima Torre di Albaro) e GIACOMO GISCARDI, Origine delle Chiese, Monasteri e luoghi pii della città e riviere di Genova, ms. del XVIII secolo, c. 373 – 374 B.B.G.S.C., MCF IL 4 (alla parete esteriore di detta Chiesa). Il Novella (Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 365), fornisce una sua personale trascrizione: Intra conseptum macerie locus diis manibus dicatus (probabilmente tratta dal Giscardi).
(2) I DEI MANI (Lat. Manes) nelle credenze romane, a partire dall’età augustea, sono le anime dei morti (coloro che in vita erano stati buoni): il culto fu istituito da una delle leggi delle Dodici Tavole. Sono menzionati per antifrasi (come le Erinni), essendo mani una vecchia parola latina che significa “i Benevolenti”. Così ci si accattivava il loro favore soltanto col nominarli, con innocente adulazione. Si offrivano loro vino, miele, latte ed altri alimenti e fiori. Due feste erano particolarmente consacrate a loro: i rosaria (o violaria) durante le quali si fiorivano le tombe di rose o di viole, e i parentalia (o feralia), celebrati dal 13 al 21 febbraio. L’usanza dei parentalia passava per essere stata introdotta in Italia da Enea, che l’aveva istituita in onore di suo padre Anchise. Si tramanda altresì che un anno, a Roma, si era trascurato di celebrare questa festa: i Mani si vendicarono invadendo la città, furono placati soltanto dalla celebrazione dei riti..
(3) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246r.
(4) PIERO BARBIERI, Forma Genuae, Genova 1937, TAV. 5.
(5) FEDERICO ALIZIERI, Guida artistica per la città di Genova, vol. 1, Genova 1846, p. 583.
(6) P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 365.
(7) Lazzaro De Simoni, Paolo Novella, Raimondo Amedeo Vigna, Pietro Paganetti e Giacomo Giscardi.
(8) T. O. DE NEGRI, Storia di Genova, p. 151 – 162.
(9) Il giudizio dell’Alizieri è il seguente: potè anche essere fatta per tener fronte ai Saraceni che di que’ tempi avean preso a infestare con ispesse correrie le riviere del mare ligustico.
(10) Miscellaneo di scritture ecclesiastiche relative a Genova, Codice Cartaceo n° 255, secolo XVII (Biblioteca Universitaria di Genova, MS B VII 28).
(11) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246r.
(12) L. DE SIMONI, Le Chiese di Genova, p. 129.
(13) GIULIO OTTONELLI, Vedute e descrizioni della vecchia Genova, Genova 1973, p. 12.
(14) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246r.
(15) P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 364. CF. ANGELO E MARCELLO REMONDINI, Le Parrocchie dell’Archidiocesi di Genova, Genova 1893, p. 3.
(16) D. CAMBIASO, L’anno Ecclesiastico e le Feste dei Santi in Genova.
(17) L. DE SIMONI, Le Chiese di Genova, p. 130.
(18) Giuspatronato (istituto giuridico del diritto canonico) era un diritto concesso su un altare di una chiesa ad una famiglia. Tecnicamente era il diritto di proteggere nel senso di mantenere e veniva infatti concesso a chi si faceva carico di dotare l’altare stesso, cioè donargli soldi e beni immobili dal quale l’altare traeva rendite.
(19) G. GISCARDI, Origine delle Chiese, c. 373. P. PAGANETTI, Storia Ecclesiastica della Liguria: «avanti l’anno 988»
(20) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246v. Giovanni II fu il Vescovo che trasferì la sede vescovile dalla chiesa di San Siro a quella di San Lorenzo.
(21) GIOVANNI BATTISTA SEMERIA, Storia Ecclesiastica della Liguria dai tempi Apostolici sino al 1838, Torino 1838.
(22) P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 365.
(23) AGOSTINO OLIVIERI, Carte e cronache manoscritte per la storia Genovese esistenti nella biblioteca della R. Università Ligure, Genova 1855, p. 40. Da G. OTTONELLI, Vedute, p. 10, leggiamo una notizia (non verificata) nella quale si fa cenno ad un manoscritto, redatto da un certo Argiroffo, per l’acquisto di un terreno, nel 1345, nei pressi della crosa di San Nazaro.
(24) Dopo l’opera di demolizione dei primi decenni del Novecento, alcune “persone devote” proposero di costruire una modesta chiesa in un giardino di via Quarnaro.
(25) Archivio di Stato, Archivio Storico del Comune, Archivio Storico Curia Arcivescovile, Biblioteca Universitaria, Ufficio Cartografico Comune di Genova.
(26) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246v. P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 365. Si è riscontrata ulteriormente la data del 1 aprile 965 (riportata anche dagli studi redatti negli anni Settanta del secolo precedente), ricavata dal Belgrano (Atti Società Ligure di Storia Patria, VOL. II, p. 14, Genova 1871), il quale precisa che il passo relativo alla chiesa era scritto con altro inchiostro sulla pergamena raschiata.
(27) F. ALIZIERI, Guida artistica, p. 583. Anche gli “esperti” dell’Ufficio Storico delle Belle Arti del Comune di Genova citano la data del maggio 987.
(28) A. M. REMONDINI, Le Parrocchie dell’Archidiocesi di Genova, p. 3.
(29) LUIGI TOMMASO BELGRANO, Atti Società Ligure di Storia Patria, VOL. II, p. 27, Genova 1871.
(30) F. ALIZIERI, Guida artistica, p. 582. CF. L. T. BELGRANO, Atti Società Ligure di Storia Patria: Cum decimis et primiciis ad supradictam Ecclesiam pertinentibus, per fines et spacia locorum a flusio Vesano usque rivo Vernazola et a via publica usque in mare. CF. Manoscritto Biblioteca Universitaria, N° 255, Miscellaneo di scritture ecclesiastiche: Domenicalij, quae ipsi qui abitavi, et habitaverint in Civitate Januae et in Burgo, et in Castro, in praesentibus quod in futuris temporibus a flumine Besagni usque flumen Sturlae.
(31) Dal manoscritto della Biblioteca Universitaria di Genova (vedi nota precedente), si apprende che il periodo di permanenza di queste monache è da fissare tra l’anno 968 e 972.
(32) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246v.
(33) Simbolicamente il credente si lasciava alle spalle il buio, le tenebre del peccato, e varcata la porta della chiesa, poteva finalmente sperimentare la luce di Dio. Questa luce irrompeva soprattutto da un grande rosone posto al centro dell’abside, che come accade di norma nelle chiese romaniche è rivolta a Levante, al sorgere del sole.
(34) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246v.
(35) A.S.G., Notari Antichi – Magister Salomonis, Cartolare – n° generale d’ordine 14, c. 175, atto 872 . L’atto menzionato è stato ricavato dal già citato manoscritto presente nella biblioteca dell’Università di Genova.
(36) E’ citato in tre diversi atti, rispettivamente del 1225, 1228 e 1240 (A.S.G., Archivio Segreto, Santo Stefano, N° 1510, documento 244, 226 e 204). E’ altresì presente in cinque documenti datati 2 dicembre 1224, 17 dicembre 1225, 30 novembre 1227, 30 luglio 1229 e 22 febbraio 1231 (A.S.G., Archivio Segreto, Santo Stefano, N° 1509).
(37) A.S.G., Archivio Segreto, Santo Stefano, N° 1509, documento 192.
(38) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 246v.
(39) A. M. REMONDINI, Le Parrocchie dell’Archidiocesi di Genova, p. 4.
(40) All’Archivio di Stato di Genova sono consultabili i cartolari del notaio Magister Salomonis, ma non sono presenti rogiti nella data evidenziata: l’atto è comunque stato trascritto dallo stesso copista che redasse il manoscritto del XVIII secolo già precedentemente citato.
(41) Miscellaneo di scritture ecclesiastiche. C.F. AGOSTINO OLIVIERI, Carte e cronache manoscritte, p. 221.
(42) Il Syndicatus è una procura che il clero dell’Arcidiocesi Genovese, fece nei confronti del Prete Rollando Della Pietra, Cappellano della Metropolitana, com’è attestato negli atti del Notaio Leonardo De Garibaldo in data 7 giugno 1311. CF. Giornale Ligustico, p. 6, Genova 1879.
(43) D. CAMBIASO, L’anno Ecclesiastico e le Feste dei Santi in Genova.
(44) LUIGI TOMMASO BELGRANO, Illustrazione del Registro Arcivescovile in Atti Società Ligure di Storia Patria, VOL. II, p. 363, Genova 1871.
(45) E’ un diritto reale di godimento su un fondo di proprietà altrui, secondo il quale, il titolare (enfiteuta) ha la facoltà di godimento pieno (dominio utile) sul fondo stesso, ma per contro deve migliorare il fondo stesso e pagare inoltre al proprietario (concedente) un canone annuo, sotto pena di decadenza della concessione. Nell’Altomedioevo per la costituzione dell’Enfiteusi era richiesta la forma scritta; più tardi si fuse con il livello.
(46) Ente ecclesiastico costituito in seguito a donazione o lascito da parte di un fedele, le cui rendite sono destinate al culto.
(47) Questo atto non può essere verificato in quanto nella Pandetta 26, dell’Archivio di Stato di Genova, non risultano atti in capo a detto notaio per l’anno in questione.
(48) P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 376.
(49) Da un manoscritto della Biblioteca dell’Università di Genova (MS. C.VII.33, cc. 47 – 48) apprendiamo: presbitero Bartolomeo Boero da Portamaurizio della Diocesi di Albenga.
(50) Ibidem, p. 365
(51) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 247r.
(52) A.S.G., Notari Antichi – Bernardo Usodimare Granello, filza 12 – n° generale d’ordine 1742. CF. Miscellaneo di scritture ecclesiastiche, c. 9.
(53) L. DE SIMONI, Le Chiese di Genova, p. 131.
(54) A. OLIVIERI, Carte e cronache manoscritte, p. 221. L’autore cita che il 5 marzo 1534 il Giuspatronato della chiesa viene concesso dal Vicario Arcivescovile a Bartolomeo Lomellini da Passano. La stessa notizia viene ripresa anche dai Remondini (Le Parrocchie dell’Archidiocesi di Genova, p. 4). CF. A.S.G., Notari Antichi – Bernardo Usodimare Granello, filza 8 – n° generale d’ordine 1738, Atto 87bis.
(55) P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 365.
(56) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 247r. Dal Novella abbiamo la seguente versione: trovandosi poi il detto Boero sprovvisto di mezzi onde riparare a quella rovina, gravato di pagare dieci ducati di pensione accordata al Vescovo di Savona, e lire quattro pure annue alli Monaci di S. Stefano.
(57) P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 376.
(58) Cf. gli scritti del Remondini, del Novella e del De Simoni. Il Perasso cita la data del 1540.
(59) A.S.G., Notari Antichi - Bernardo Usodimare Granello, filza - n° generale d’ordine 1744, Atto nº 176.
(60) Dal Perasso (Memorie e notizie di chiese, 248r – v), leggiamo parte della Bolla; la trascrivo integralmente: Et sicut exibita vobis nuper pro parte dilecti filiorum Guardiani et fratrum domus S, Francisci dictae villae ordinis Fratrum Minorum conventualium petitio continebat Ecclesia predicta propter illius nimiam vetustatem ac fluctus maris eiusdem cui adhaeret eam sepius concurrentium impetum pro maiori parte dirupta illiusque domus Presbiteralis funditus collaspa sunt, ita quod propterea Rector eiusdem Ecclesiae pro tempore … in villa residere equità et nisi ei de oportuno previsionis remedio succurratur proculdubio totalis illius ruina prope diem eveniet in divini cultus diminuzione: verum si dicta Ecclesia cuius fructus redditus et proventus adeo tenues existunt utpote duecento rum ducato rum auri de camera non excedentes et ex quibus census pensio trium librarum monetae Januensis Monasterio S. Stephani annis singulis persolvitur et super illis pensio annua sex ducato rum auri similium Venerabili fratri nostro Odoardo Episcopo Sagonensi illam annuatim percipienti Apostolica auctoritate exiscit ut ad sustentationem unius semplici sacerdoti vix suppetant.
(61) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 247r.
(62) Dall’Alizieri apprendiamo quanto segue: succedonsi per serie interrotta cotali ministri o Rettori fino al 1544, finché per uffizi del nob. Giustiniano Salvago, trasmessi gli uffizi della parrochia alla Chiesa de’ Conventuali, n’andò questa a poco a poco in disuso; come riferito anche dai Remondini, il nome certo è Giuliano.
(63) DOMENICO PIAGGIO, Epitaphia, sepulcra et iscriptiones cum stemmatibus, marmorea et lapidea existentia in ecclesibus Genuensibus”, tomo VII, manoscritto 1720: tale iscrizione non risulta.
(64) G. GISCARDI, Origine delle Chiese, c. 374. CF. G. ODICINI, L’Abbazia di Santo Stefano, p. 68.
(65) Il fatto di veder citato Bisagno, probabilmente, ci indica che il Giscardi conosceva gli scritti dello Schiaffino. La stessa notizia è riferita anche dal Paganetti. Dai manoscritti dei Padri del Comune, apprendiamo che la zona della chiesa è definita come Bisagno – Quartiere dei SS. Nazario e Celso (collocazione 29-45, proclama del 10 luglio 1568; collocazione 26-47, proclama del 12 giugno 1563).
(66) L. DE SIMONI, Le Chiese di Genova, p. 131.
(67) A. S. G., Manoscritti, N° 547.
(68) L. DE SIMONI, Le Chiese di Genova, p. 131.
(69) Il Perasso, rispetto alla sua consueta attendibilità storica, commette errori di trascrizione nelle date: cita dapprima il 1688 (vedi Manoscritto Biblioteca Universitaria) e successivamente pone al 18 dicembre 1655 il termine della costruzione; per la data della benedizione riporta la data del 30 settembre 1658, il tutto alla presenza dell’Abate Saluzzo e di fra Francesco Oltrachino (nato nel 1635 e morto nel 1731)
(70) P. NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso, p. 376. CF. Manoscritto Biblioteca Universitaria.
(71) Intervennero il Collegio dei Notai (con cento scudi d’argento), Gabriele Durazzo e Luigi Salvago.
(72) N. PERASSO, Memorie e notizie di chiese, c. 247v: Il 4 settembre fu aperta una picciola finestrella per la parte di dento nel piedistallo della Torre predetta che in questa 3ª erezione con decreto del Principe restò incorporata ed attaccata alla Chiesa.
(73) A. M. REMONDINI, Le Parrocchie dell’Archidiocesi di Genova, p. 4.
(74) Idem, p. 6.
(75) A.S.G., Tipo di una porzione di spiaggia di San Bernardo alla Foce del Bisagno (1860) – Collocazione D.01.16.GC.6 (141).


APPENDICE – Elenco dei Rettori
Secolo XIII
1224    Prete Gandolfo                                   (vedi capitolo 2)
Si ha pure notizia di un certo Prete Corrado (indicato come minister ecclesiae Sancti Nazarij) : è citato in alcuni documenti del 1222 (quattro atti del notaio Magister Salomonis), del 1226 (quattro atti Magister Salomonis) e del 1250 (atto del 10 dicembre 1250 notaio Bartholomeus Fornarius)
Secolo XIV
1311    Prete Ugo                                           (Syndicatus – Leonardo De Garibaldo 7 giugno 1311)
1342    Prete Giacomo Malagamba di Albaro (?) (“fondatore” Cappellania)
1346    Prete Egidio                                       (citato nelle Compere del Sale)
1352    Prete Agostino Da Camogli                (rinuncia nel 1354)
1354    Prete Giovanni Da Camogli               (rinuncia nel 1362)
1362    Prete Antonio Da Rapallo                  (rinuncia nel 1382?)
1385 – 1435 NESSUNA NOTIZIA
Secolo XV
1435    Prete Giacomo Aschero                     (rinuncia nel 1467, 1469 †)
1467    Prete Giovanni de Vartio                   (Atto Andrea De Cairo 4 agosto 1467 – atto n° 228)
(Mandato con atto Andrea De Cairo 15 ottobre 1469 – atto non verificato, 1477 †)
1477    Padre Antonio                                    (Atto Andrea De Cairo 24 ottobre 1477 – atto n° 125,
rinuncia 1479)
1479    Prete Terenzio (?)                               (Atto 20 maggio 1479, 1485 †)
1485    Prete Domenico Valetaro                   (rinuncia atto Andrea De Cairo 5 gennaio 1490 atto n° 6)
1490    Prete Pietro da Bazenghi                    (Bolla Pontificia Innocenzo VIII 15 novembre 1490 e
Atto Baldassarre De Coronato 23 agosto 1491 – atto 406, 1501 †)
Secolo XVI
1501    Prete Bernardo            De Cagnolo                (Atto Baldassarre De Coronato 12 febbraio 1501?, 1504†) 1504            Prete Nicolò Cabella                          (Atto Urbano Granello 27 febbraio 1504 – non verificato,
rinuncia 1516)
1516    Padre Marco Da Valenza (?)              (Atto Baldassarre De Coronato 10 luglio 1516 – atto n°
238, rinuncia 1519)
1519    Prete Stefano                                      (Bolla Pontificia Leone X del 1 novembre 1519 e
Atto Bartolomeo Podestà non verficato, 1526 †)
1526    Prete Giuliano Salvago                                  (Atto Vincenzo Molfino 15 gennaio 1526 non verificato,
rinuncia alla fine del 1528 con Atto Bernardo Usodimare Granello 16 dicembre – atto n° 364)
1528    Prete Nicolò Castellini           Da Panareto   (Atto Bernardo Usodimare Granello 28 febbraio 1529
non verificato, fino al 1539)
1539 – 1540 SEDE VACANTE
1540    Padre Simone Granelli Castiglione     (Atto Bernardo Usodimare Granello 7 dicembre 1540,
1543 †)
1543    Prete Bartolomeo Boero                     (vedi capitolo 3)


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