domenica 22 febbraio 2015

ALLA FOCE DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Severino Fossati

   
Durante la guerra, l'arrivo o il semplice passaggio di aerei nemici era segnalato dal suono di una sirena che era posta sul terrazzo del palazzo in via Nizza che fa angolo con via Trieste. Con l'arrivo delle truppe germaniche furono consegnati dei volantini con disegnato il golfo di Genova e dei cerchi corrispondenti a distanze dal centro della città. Servivano per capire la zona dove si trovavano gli aerei quando partiva il primo suono di sirena che segnalava lo stato di preallarme per la popolazione civile. Poi, eventualmente, partiva il secondo suono di vero allarme quando si riteneva che potessero essere diretti a Genova. La gente scappava nei rifugi antiaerei: all'inizio questi erano semplicemente i locali a piano terra nell'atrio, rinforzati con strutture in legno. Quando ci si rese conto che non erano affatto sicuri, ci si rivolse altrove: alla Foce si utilizzarono i fondi delle case in cemento armato di via Rimassa, nr. 49 e 51. Sopratutto quest'ultimo perchè nel 49 c'erano i Tedeschi che non erano entusiasti della presenza dei civili. Anche i garages del primo caseggiato su corso Marconi tra via Casaregis e via Rimassa con ingresso in via Foce furono molto frequentati. Un altro rifugio abbastanza sicuro ma poco pratico perché distante, era una galleria che iniziava ai piedi della scalinata che porta da via Nizza a via Trento, oggi chiusa. Era sulla sinistra ed era diretta verso San Martino, ma non è noto se era ultimata oppure abbandonata. Dopo la guerra sull'ingresso fu costruito un ascensore per evitare le scale, che oggi non esiste più perché demolito.
   Dopo l'armistizio de1l'8 settembre, sui marciapiedi di corso Italia, forse limitatamente al rettilineo di san Giuliano erano state costruite delle saline: larghe vasche delimitate da muretti alti circa venti centimetri. Mancando il sale si andava ai bagni di Capo Marina, allora chiamati Bagni delle Caverne
per via degli archi che sostengono in quel punto le corsie a mare di corso Italia: siccome la spiaggia era sotto gli archi, quando si prelevava l'acqua di mare non si era visti dai militari di guardia alle saline. Quell'operazione era proibita in quanto il sale era un prodotto di monopolio di stato. Alla Foce non era possibile prenderla nella limitata spiaggia verso Punta Vagno, perché data la vasta zona minata vi erano militari di guardia.
   La Foce faceva parte del cosiddetto Vallo Ligure, il sistema antisbarco costruito lungo le coste del Continente. Era costituito dal campo minato della spiaggia, con numerose mine anticarro. Una fila di ostacoli in cemento armato di forma tronco-piramidale quadrata, di circa un metro/un metro e venti, alti circa due metri, distanziati di circa un metro posti sulla spiaggia presso il marciapiedi, tutti collegati con filo spinato. Un muraglione in cemento che chiudeva le vie Casaregis e corso Torino, da palazzo a palazzo, che permetteva solo il passaggio di una persona alla volta presso le abitazioni; dove poi sarà piazza Rossetti, invece, una profonda trincea, probabilmente zigzagante. L'area dopo i lavori iniziali, fu interdetta. Probabilmente l'area era dotata anche di armi pesanti. La zona armata era quella di Punta Vagno: vi erano almeno tre cannoni antisbarco piazzati in casematte in cemento.
(Cartolina, Edizioni Solari)
Uno era sistemato molto basso sul mare, sull'estrema punta, con lo scopo di tiro d'infilata; uno era all'altezza di corso Italia ove oggi c'è il parcheggio del ristorante ed il terzo era dove ora c'è la discoteca, presso via Podgora. Un fortino con mitragliatrici era circa ove oggi c'è l'ingresso dei giardini Govi, presso il ballatoio tra le due rampe della scalinata. Queste postazioni potevano costituire l'obbiettivo degli attacchi aerei, ma non è stato mai chiaro perché comunque non risulta che siano stati mai centrati. Forse i piloti si orientavano sui due grandi viali, corso Torino e via Casaregis e li sganciavano il loro carico. La chiesa di San Pietro fu colpita due volte e quindi distrutta. Le tre case della vecchia Foce rimaste, in salita Fogliensi, furono più volte colpite: la centrale fu distrutta, ma tra via Nizza e le case caddero anche degli spezzoni incendiari. I vigili del fuoco ripartivano dopo aver spento l'incendio, ma dopo qualche ora il fuoco riprendeva: la cosa si protrasse per giorni. La villa Hofer già di Rubattino, ex convento di san Vito fu praticamente distrutta, lasciando in piedi parte della torre ex campanile ed una parete.
 
Il palazzo con numero civico 1 di via Morin fu colpito due volte nella parte meridionale e furono distrutti tutti i piani di quell'ala. Lo stesso palazzo, ma nella parte che corrisponde al
civico 6 di via Casaregis, fu colpito da una bomba che entrò nella facciata interna tra il quarto ed il quinto piano: non esplose ma forò tutti i pavimenti fermandosi tra il primo piano ed il retrobottega di via Morin. In via L. Pareto due palazzi furono distrutti ed un terzo danneggiato. Sempre in via Morin
una bomba (piccola?) colpi la facciata del civico 47 di via Rimassa nei piani alti facendo un buco. L'allora primo palazzo di via della Libertà con ingresso in via Ruspoli fu distrutto. Una bomba cadde sulla strada in via Nizza sopra i lavatoi che erano sotto dietro il civico nr 1 di via Casaregis: vi persero la vita con la governate tre bambini figli di un ufficiale italiano che operava nella Casa dello Studente allora sede degli interrogatori di polizia. Oltre a queste vi furono bombe che provocarono grandi crateri nelle strade: ve ne erano tre in via Casaregis: davanti al civico 3,vicino al palazzo, al centro della strada, davanti al civico 8 sopra l'incrocio dei binari tranviari e davanti al civici nr 7-5.In via Cecchi un cratere era davanti al cinema Regina che dopo la guerra fu chiamato Aurora e che oggi è sede di una discoteca ed un teatro. In via Morin all'incrocio con via Cravero cadde una bomba, che fece un foro senza esplodere: non fu mai trovata. Sempre in via Morin, davanti al negozio il cui retrobottega fu interessato dalla bomba inesplosa, tra i binari del tram cadde un proiettile che si disse provenire dalla contraerea italiana che non esplose.



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