sabato 10 gennaio 2015

CAMICIE ROSSE ALLA FOCE 4 – 5 maggio 1860



Maria Rosa Acri Borello

   Il 15 aprile 1860 Garibaldi giunse a Genova, dove fu ospite di Candido Augusto Vecchi alla Villa Spinola di Quarto (allora comune suburbano autonomo). Il Generale aveva da poco rinunciato a “un colpo di mano” su Nizza, sua città natale, per impedire lo svolgimento del plebiscito, che doveva sanzionare l’annessione alla Francia in cambio della “non ingerenza” di Napoleone III, imperatore dei Francesi, nelle annessioni al Piemonte degli ex-Ducati dell’Italia Centrale e delle Legazioni Pontificie. L’organizzazione per la spedizione in Sicilia, dove il 4 aprile a Palermo era scoppiata una rivolta, subito repressa dalle truppe borboniche (ma era ancora in vita sui monti retrostanti la città), sia per la difficoltà di reperire armi (soprattutto fucili), sia per la scarsità di notizie provenienti dall’Isola, fu molto complessa. In realtà Garibaldi, considerato il tragico epilogo, nel 1857, della spedizione nel Sud Italia di Carlo Pisacane, esitò a lungo prima di prendere una decisione definitiva circa la partenza da Genova. In caso affermativo, però, aveva posto questa condizione: «Tutta l’Isola deve essere insorta». Allora il siciliano Francesco Crispi, sostenuto dal genovese Nino Bixio, cercò di forzare la situazione, facendo pervenire a Garibaldi un falso telegramma in cui si annunciava che tutta la Sicilia (e non solo Palermo) era “fuoco e fiamme”. Per l’esattezza, il testo del dispaccio, di cui l’autore era Crispi, recitava: «Incendio-est-totale».
   Nel frattempo, da tutte le parti dell’Italia erano arrivate a Genova centinaia di volontari (i più numerosi erano i Bergamaschi), per lo più in abiti borghesi. Costoro fremevano nell’attesa di imbarcarsi per la Sicilia. La maggior parte di essi (più di 800 e non 600, come da alcuni è stato detto) si radunarono nel Ponente della Foce: l’unica zona pianeggiante del Genovesato, con una lunga e larga spiaggia che si estendeva da Punta Vagno al Bisagno, dove la popolazione era composta in prevalenza da pescatori e contadini. Quest’ultimi erano chiamati nel loro dialetto (il “focese”) besagnini, poiché i loro orti si estendevano lungo le rive del fiume Bisagno e costituivano, assieme ai pescatori, una comunità solidale, eretta, appunto da Napoleone Bonaparte nel 1801 a Comune autonomo. Ed ortolano era pure Tommaso Parodi (sarà il decano della Spedizione, essendo nato nel 1791), che nel 1843 aveva combattuto nell’Uruguay alla difesa di Montevideo nella Legione Italiana, sotto il comando di Garibaldi. E fu quasi certamente il Parodi ad organizzare il trasporto dei volontari dalla Foce fino a Quarto: trasporto che i pescatori del luogo effettuarono mediante i loro capaci barconi (o “gozzi” o “burchielli”), che potevano contenere una decina di persone. Avrebbero dovuto remare con forza per poter trasportare tutti i volontari dalla spiaggia al largo, dove erano ancorate le navi, in attesa dell’imbarco!
   E lo stesso Parodi, probabilmente, fu presente a una specie di Consiglio di Guerra, presieduto, il 1° maggio, dal generale Garibaldi e svoltosi nella signorile abitazione del medico-patriota Agostino Bertani (a letto perché ammalato), sita a Genova in Strada Nuovissima (al numero 15 dell’attuale via Cairoli esiste la lapide commemorativa dell’evento). Qui furono stabiliti minuziosamente tutti i particolari (i tempi e le varie fasi) sia dell’imbarco sia della partenza. Per ultimi, Garibaldi e il suo Stato Maggiore si sarebbero imbarcati a Quarto.
   Il 4 maggio, a partire dalle nove del mattino, avrebbero dovuto svolgersi, entro il tempo massimo di tre ore, le operazioni d’imbarco su due vapori della Società Rubattino: il Piemonte e il Lombardo. Il comando del Piemonte, dove, al largo di Quarto, sarebbe salito Garibaldi, fu assegnato a Nino Bixio che, in gioventù, era stato marinaio; a Benedetto Marsiglia toccò il Lombardo. Secondo il piano prestabilito, alle nove del mattino, Bixio seguito da alcuni “uomini di mare”, finse di impadronirsi dei due vapori, come se si trattasse di un’azione piratesca ai danni dell’armatore Rubattino. Ciò al fine di evitare complicazioni diplomatiche sia con la Francia sia con l’Austria. La prima fase delle operazioni d’imbarco sui due vapori ormeggiati in Dàrsena si svolse velocemente: i volontari imbarcatisi sulle due navi, probabilmente, erano poche decine. Le operazioni d’imbarco alla Foce, dove fin dall’alba i pescatori erano pronti per trasportare al largo centinaia di Camicie Rosse, furono lunghissime. Quando furono terminate, erano quasi le sei di quel “mitico” 5 maggio. Poco dopo, le navi si fermarono al largo degli scogli di Quarto. Le barche e i “gozzi” dei pescatori fociani, straccarichi dei volontari e dei bagagli, si assieparono sotto i fianchi delle navi. Dopo circa mezz’ora una voce gridò: «Non salga più nessuno!».
   Dopo la conquista di Palermo (maggio 1860) Tommaso Parodi ritornò a Genova e alla Foce, dove continuò a fare il besagnino e dove morì, quasi centenario, nel 1890. Poiché aveva combattuto a Calatafimi e a Palermo, nel 1870, per Regio Decreto, gli fu assegnata la “pensione vitalizia” (lire cinquanta) di “garibaldino combattente”.







BIBLIOGRAFIA

AA.VV., Föxe de Zena, Genova, SAGEP, 1996
G.C. Abba, Da Quarto al Volturno, Bologna, Zanichelli, 1934

D.Mack Smith, Garibaldi, Milano, Mondadori, 1956






Camicia di Garibaldi
(Museo del Risorgimento - Istituto Mazziniano
Genova)















LA CAMICIAIA DEI MILLE



Rosa Elisa Giangoia

Un'altra figura lega i Mille alla zona della Foce, ed è, appunto quella della "camiciaia dei Mille, ben tratteggiata da Pier Luigi Derchi nel suo omonimo romanzo (Erga Edizioni, Genova 2006), in cui viene rievocata la vicenda di Agostina Baglietto, figlia di Benedetto, Console dell'Arte dei Calafati dal 1852, originario di Varazze e con alle spalle un'esperienza di lavoro a Gibilterra.
Questa giovane genovese lavorava nel negozio laboratorio delle sorelle maggiori nella zona di Porta Pila e, per far piacere alla sua amica e compagna di lavoro Francesca, confezionò una camicia rossa per il fratello, intenzionato a partire con Garibaldi. Di lì sarebbero nate tante altre ordinazioni di camicie rosse per i garibaldini. In seguito Agostina si sposò con Camillo Daccà, manente della villa di famiglia in Albaro, e gli sposi misero "su casa nei pressi di un viale della Genova nuova, in via della Libertà". Condussero una vita serena e tranquilla, allietata da due figli, Carlo e Rosetta, che, rievocando un momento della sua fanciullezza, ebbe a dire: "Papà e mamma erano molto religiosi; mio padre era confratello della Conferenza di S. Vincenzo de Paoli della loro parrocchia di S. Zita prima e successivamente di S. Francesco d'Albaro, quella mattina d'inizio estate si era andati tutti a messa al Rimedio di piazza Alimonda, la chiesa amata dalla mamma, dove all'uscita aveva l'opportunità di incontrare amiche e anziane clienti e papà di parlare con contadini e manenti scesi da Albaro e gli amici della Società di Mutuo Soccorso fra Operai e Contadini del confinante comune di S. Fruttuoso" (p. 55).
Camillo morì nel 1941 e Agostina l'anno dopo. Riposano nella cappella di famiglia di Voltaggio dove avevano preso l'abitudine di trascorrere l'estate.


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