lunedì 23 maggio 2016

LA PIANA DEL BISAGNO

Daniele Cagnin & Severino Fossati
Generalità
I Confini - Descrizione - La visione moderna –
L’idrografia – Gli argini – La copertura –
Le attività produttive –La viabilità – I Borghi – I Comuni della Piana
La Piana del Bisagno1è limitata a levante dalla collina di Albaro e dalla cresta di San Martino, a settentrione dalle alture di Marassi e a ponente dalla collina di Carignano, dalla cresta che da questa collina si staccava verso l’Acquasola e poi le colline dello Zerbino e di Montesano nuovamente a nord.
DescrizioneDa Punta Vagno iniziava una cresta perpendicolare alla linea di costa da cui si staccava il promontorio che da via San Vito scendeva in via Morin fino quasi in via Cravero: tra questo promontorio e quello di Punta Vagno vi era la valletta di via Podgora, il cui rio più o meno scendeva da piazza Merani.
Parallelamente a questa cresta, ne correva un’altra formando la valletta dell’attuale via Piave. In questo caso si vede come il livello degli spazi tra i palazzi sia molto basso: via Cesare Battisti, è tutta più alta dei giardini, a levante, tra il primo palazzo e la vecchia scuola Diaz, prima del 1950, vi erano orti2che partivano da una altezza di circa tre metri sotto il livello della via e salivano fino a via Lavinia.
Analogamente via San Nazaro è sulla cresta che separa a levante la valletta di via Piave dalla successiva sul cui fondo oggi c’è la via al Forte di San Giuliano: le due vie (Lavinia e San Nazaro) si uniscono ancora oggi, separatamente, a via Albaro. Il versante occidentale della collina di Albaro era piuttosto ripido; infatti le vie che salivano dalla piana a via Lavinia o via Albaro correvano molto parallelamente alla cresta.
Oggi4le strade sono quasi ovunque più alte per motivi tecnici: nell’attuazione del Piano Regolatore si notò che si doveva arrivare al mare con delle fognature piuttosto grandi, aventi una pendenza sufficiente dovendo raccogliere oltre alle acque della nuova area urbana, anche quelle del torrente Rovare, in caso contrario le strade al primo forte acquazzone si sarebbero allagate.
Inoltre altri motivi, come il passaggio delle linee tranviarie, il taglio del promontorio che chiudeva il Borgo della Foce, hanno consigliato un ulteriore innalzamento e quindi la necessità di raccordare le vie limitrofe. Così via Morin, nel tratto tra via Rimassa e via Cravero per collegare via Rimassa con via Casaregis è in salita, lo è meno via San Pietro della Foce, e per niente via Cecchi.
La piana alluvionale era ed è tuttora molto ricca d’acque sotterranee, come dimostrano i numerosi pozzi visibili nelle rappresentazioni iconografiche: vi sono anche numerose sorgenti.
Una piccola sorgente si trovava davanti all’attuale chiesa di San Pietro e più precisamente tra il capo ove si trova la chiesa stessa ed il promontorio che scendeva su via Casaregis. L’acqua, almeno una parte, arrivava in corso Italia all’inizio del muraglione di contenimento della salita Fogliensi; sotto la chiesa era presente una “fonte perenne”, ma ultimamente, dopo la costruzione del parcheggio sotterraneo di via Nizza, l’acqua non è più comparsa: probabilmente scendeva in corso Italia.
Altra piccola sorgente doveva trovarsi in salita Vignola: infatti nell’angolo ove via Casaregis inizia ad essere alberata vi era una fontanella, segno che l’acqua della fonte pubblica era stata incanalata e in sostituzione si era posto la fontanella collegata all’acquedotto.
Altra sorgente importante era presso via Saluzzo: oggi è ricordata da una lapide posta presso la scalinata, copia di una precedente del 1437, epoca in cui quell’acqua divenne pubblica. Questa sorgente dava luogo ad un piccolo rio che era detto Aqualonga che raggiungeva il mare.
Dalla collina dei Camaldoli scende il rio delle Rovare e da quella di Santa Tecla il rio Noce che si univano nella zona di Terralba, per gettarsi nel Bisagno. In passato questo rio si doveva gettare nel Bisagno all’altezza di Borgo Pila, nell’ansa dell’argine creato nel Cinquecento. In seguito ad una alluvione (forse), il rio cambiò il corso, gettandosi nel Bisagno più a monte, poco a valle del ponte di Sant’Agata: così appare in un carta del Settecento5. Nella piana posta a destra del Bisagno, il più importante era il rio Gropallo che scendeva dalla valletta della villa omonima, gettandosi nel Bisagno, pare nella zona dell’attuale Questura, dopo aver raccolto le acque di altri piccoli rii, tra cui quello che scende dal Cavalletto.
Le numerose alluvioni con gli apporti di limo hanno arricchito il terreno della piana, contemporaneamente però il Bisagno rappresentava un pericolo continuo, proprio per le numerose esondazioni, in quanto non esistevano gli argini; per porvi rimedio nella seconda metà del Cinquecento, la famiglia Doria costruì gli argini a partire dalla zona della Foce, anche perché a loro serviva una strada agevole, in piano, per raggiungere la villa posta nella località oggi detta della Doria, villa costruita nel 1557. Lungo questi argini nasce la via Rivale, che dal mare arrivava al Borgo Pila.
Tali argini hanno funzionato fino alla fine dell’Ottocento.
Nel 1808 un progetto del cartografo Giacomo Agostino Brusco (deceduto nel 1817) prevedeva un raddrizzamento del corso del torrente, nella parte riguardante la piana: tale progetto prevedeva il taglio di buona parte del Borgo Pila (vedi figura 1).
Nel 1908 gli argini furono raddrizzati parzialmente nella parte terminale, cioè nella zona della piana: da tempo si ipotizzava la copertura del torrente. Solo tra il 1928 ed il 1933 fu realizzato il progetto della copertura, dalla ferrovia all’altezza di via Cecchi (allora ancora piazza del Popolo). Nel 1934 si decise di completare l’opera di copertura che fu ultimata nel 1935, con due pennelli a mare che ne proteggevano lateralmente lo sbocco.
Negli ultimi anni, dal 2008 sono iniziati i lavori di rifacimento della copertura, con l’abbassamento del fondo per aumentarne la capacità di flusso delle acque: a tutt’oggi, sono terminati i lavori di rifacimento della prima parte, quella dal mare fino all’altezza di via Carlo Barabino.
Tutte queste acque rendevano la piana molto fertile e adatta alle colture di ortaggi.
Fra le attività nella piana che sfruttavano l’abbondante acqua, vi era quella molitoria: non sembra che si producessero cereali, ma verdure, frutta e olive. È accertata la presenza nel XVIII secolo di un mulino ad acqua, che si trovava nella zona compresa tra i due ultimi palazzi di corso Torino verso il mare. Questo mulino utilizzava le acque del rio Acqualonga che poi si dividevano in due canali, di cui uno andava verso il Lazzaretto e l’altro verso il Borgo di Rivale (vedi figura 2 e figura 3).
Nell’area del lazzaretto confluiva un canale proveniente da un mulino posto all’esterno: esiste un documento, un contratto6del 1630, in cui si fa cenno alla costruzione di un canale che dal centro del “muro a monte”, va a finire nel Bisagno passando nei pressi del centro del “muro di ponente”. Nella mappa catastale del 1808 (vedi figura 3), vi è un canale che proviene da una costruzione complessa che si trovava nei pressi dell’attuale Asilo infantile della Foce, e che si dirige verso il centro del muro di cinta del lazzaretto con una angolazione di circa quarantacinque gradi. All’interno della cinta è segnato un percorso come descritto nel documento del 1630, ma, all’entrata, secondo la mappa, il percorso si sdoppia ed un ramo si dirige verso il mare; su questo percorso si prolunga la scritta in francese, Canal des mulins.

Riferendosi alla rappresentazione del Torricelli (Figura 4), all’interno del Lazzaretto si vedono tre pozzi a bilanciere posti sul percorso diretto a mare, perfettamente allineati. Ciò vuol dire che in origine l’acqua di scarico del mulino andava a mare direttamente, ma nel 1630 si vuol deviare il corso dell’acqua per prosciugare il Lazzaretto, e si da ordine di costruire il letto del nuovo canale a regola d’arte.
L’area era in ogni tempo necessariamente attraversata da strade che collegavano la città di Genova con la Riviera di Levante: la più antica è forse l’Aurelia che è stata trovata in via san Vincenzo, ma che nel Medioevo e in età Moderna è stata frequentata, con le opportune varianti attraversando il Bisagno con il ponte di Sant’Agata. Una seconda strada, partendo dalla stessa origine, attraversava il Bisagno utilizzando il ponte Pila, più a valle per salire in Albaro. Era già utilizzata nel XIII secolo, come si è saputo dallo scavo archeologico7di piazza della Vittoria. Oltre a queste due, vi era una serie di stradine ad uso locale, come quelle fatte sugli argini. A causa delle frequenti esondazioni del torrente, il ponte Pila veniva spesso distrutto, finché verso la metà dell’Ottocento, fu costruito un ponte8parzialmente in ferro e la via Minerva9(oggi corso Buenos Aires), facente parte della via Nazionale per la Toscana, sopraelevata su un terrapieno alto cinque metri rispetto alla piana, per preservarla dalle alluvioni.
A queste due strade vanno aggiunte le strade minori che collegavano i vari Borghi tra loro e la via principale di transito, quella del ponte Pila che serviva di collegamento con la città.
Nella piana10esistevano vari “centri abitati”, quasi tutti attorno alle strade principali: sulla parte della sponda destra, il Borgo Bisagno sottano che divenne poi il Borgo o Sestiere di San Vincenzo e Bisagno soprano che comprendeva Borgo Incrociati, nati attorno alla strada più antica. Sulla sponda sinistra, vi era il Borgo di Santa Agata e poi San Fruttuoso sulla strada più a monte, mentre su quella a valle in corrispondenza del ponte il Borgo detto della Pila. A questi borghi vanno aggiunti quello di Rivale, sulla via omonima e quello della Foce11, unico non collegato ad una via, chiuso tra il mare, la collina ed il Lazzaretto o cantiere navale, sorto grazie alla attività della pesca.
Nel 1874 si ebbe l’annessione12al Comune di Genova assieme ad altri comuni del levante, quelli di Marassi, Staglieno, San Fruttuoso, San Martino e Albaro: ciò permise la realizzazione del progetto di inurbanamento della piana. Il piano regolatore del 1877 prevedeva una sistemazione simile a quella poi realizzata, ma con alcune differenze importanti: in quel “piano urbanistico” venivano conservati i borghi Pila, Rivale e Foce; anche il Cantiere Navale e il Lazzaretto venivano conservati. Nella prevista piazza Palermo doveva essere costruita una chiesa. Via Casaregis terminava fino alla attuale parte alberata, cioè limitata all’attuale via Ruspoli. Lo spazio comprendente oggi via Cecchi e via Ruspoli costituiva la piazza del Popolo In un primo tempo il piano avrebbe dovuto prevedere la deviazione del torrente Bisagno verso levante, ai piedi della collina di Albaro, in modo da rendere tutta la piana disponibile ai nuovi insediamenti, ma, considerando eccessiva la spesa cui avrebbero dovuto concorrere i privati, si rinunciò, limitandosi alla costruzione di nuovi argini più rettilinei.
NOTE
1              L’etimologia del nome Bisagno: potrebbe derivare da una nome composto latino bis – amnis: da tradurre in “due fiumi”.
Nell’anno 987 la Piana del Bisagno, nell’area della Foce, risulta di proprietà dei monaci Bendettini: Cum decimis et primiciis ad supradictam Ecclesiam pertinentibus, per fines et spacia locorum a flusio Vesano usque rivo Vernazola et a via publica usque in mare.
2              I “manenti” che avevano l’abitazione in via Lavinia, sopra gli orti, la domenica vendevano in via Battisti i loro prodotti a chi usciva dalla messa allora celebrata nella palestra della scuola.
3              Di una crosa denominata “San Nazaro”, si ha notizia fin dal 1345 (AGOSTINO OLIVIERI, Carte e cronache manoscritte per la storia Genovese esistenti nella biblioteca della R. Università Ligure, Genova 1855, p. 40).
4              Per completezza di informazione aggiungiamo che anche via Caffa, da piazza Tommaseo a piazza Alimonda e quindi verso via Tolemaide è in salita per il raccordo con corso Gastaldi che in parte è su sede artificiale per poter raggiungere via San Martino. Sono invece rimaste escluse da questa sistemazione Via Minerva (Corso Buenos Aires) e via della Libertà perché costruite prima singolarmente, senza un vero piano regolatore generale.
5              Stato della Repubblica di Genova, da Genova Voltri a Genova Quarto (A.S.G., Fondo Cartografico, GENOVA 16, busta 7 – nº 318): Carte de Gênes, 1748. Carta dimostrativa di piccola parte dello Stato della Repubblica di Genova, compresa tra Voltri e nella Riviera di Ponente e Quinto in quella di Levante, indi sino al Borgo de’ Fornari.
6              LAVAGNINO GIOVANNI FRANCESCO, Promissio pro Fabrica, 5 settembre 1630, filza 63, (A.S.G., Notai Antichi, n° generale d’ordine 5080).
Nella mappa catastale del 1808 compare anche un altro canale che parte sempre dalla stessa costruzione, più angolato chiamato Canal de Rivale, e che giunge presso le case del piccolo borgo posto all’angolo nord-occidentale del Lazzaretto. Bisogna dire però che questo canale appare più una strada, anche perché circa dalla metà, parte una strada che si collega con un’altra posta più a monte. Probabilmente si tratta di un toponimo relativo ad una fase precedente, ma che è rimasto anche quando l’acqua o è stata deviata in tubazioni o il mulino ha cessato di funzionare  e quindi il corso d’acqua è diventato una stradina.
7              Tre ritrovamenti collocanti nel XIII secolo per un tratto di strada larga circa cinque metri, nel XIV secolo per un ponte ad arcata singola, un piccolo tratto di strada e alcune “prime strutture insediative”, nel XV secolo per un tratto di strada larga circa sei metri.
La piana era limitata a monte da una strada già esistente in epoca romana, via san Vincenzo e via san Fruttuoso. Una seconda strada costruita  più a valle era presente dal Medioevo, quella che, partendo come la precedente dalla chiesa di Santo Stefano attraversava la piana anziché aggirarla, passava attraverso il ponte Pila, via Santa Zita via Beverato e poi si dirigeva verso la sella di Albaro, salendo per via Saluzzo e seguendo l’attuale via Albaro, Pare che nella zona di via Saluzzo ci fosse un abbeveratoio da cui sarebbe derivato il nome di Beviou, Beverato.
8              CF. Progetto per la realizzazione delle “muraglie” del Ponte Pila in sostituzione di quello preesistente in legno (28 dicembre 1783) – (A.S.G., Fondo Cartografico, Genova 41).
9              Sotto il governo dei Savoia furono progettate nuove strade carrozzabili: tra queste la Strada reale di Levante, che dalla porta Pila doveva portare verso il levante ligure, utilizzando il nuovo ponte in ferro della Pila, che aveva sostituito il vecchio ponte più volte demolito dalle piene del Bisagno e che dal Medioevo attraversava il torrente entrando nel Borgo Pila.
La nuova strada, costruita su progetto di Francesco Argenti del 1851: terminava come l’attuale nella zona di piazza Tommaseo, area che allora era detta della Tavola, da cui partiva un’altra via che oggi è ricalcata dal tracciato di via Montevideo. Il progetto prevedeva anche la sistemazione della chiesa di Santa Zita che in futuro avrebbe sostituito la vecchia da demolire. Questa nuova strada forniva un nuovo itinerario per raggiungere il Levante sostituendo quello che utilizzava il ponte di Sant’Agata e via San Fruttuoso: esisteva già un itinerario alternativo, che dal ponte Pila seguiva l’argine del Bisagno verso monte per un centinaio di metri e poi dirigeva a levante attraverso gli orti e saliva fino a San Martino a mezza costa. Il percorso era però poco adatto alle grandi comunicazioni, trattandosi di una strada poco più che d’uso campestre. Verrà utilizzato in parte per la costruzione della nuova via, nel tratto che oggi, rettificato, corrisponde a corso Gastaldi.
Il tracciato di corso Buenos Aires risultò in seguito non coordinato con il grande piano regolatore proposto e poi realizzato, dopo l’annessione al Comune di Genova, perché era stato un progetto limitato: per questa ragione il corso non risulta oggi perpendicolare a corso Torino o via Casaregis, non solo, ma siccome il piano di Argenti prevedeva anche la costruzione di edifici, le isole, al momento dell’edificazione delle vie perpendicolari, gli edifici esistenti risultarono non inseriti, come accade in modo evidente nell’incrocio con corso Torino lato ponente, che sono due delle prime case costruite. Fra l’altro, va ricordato che il palazzo a sud, che dà su piazza Savonarola, appare incompleto dal lato della piazza, e che sembra abbracciare una piccola costruzione che evidentemente era preesistente: si tratta dello studio dello scultore Santo Saccomanno (1833 – 1914), noto per lavori eseguiti nel Cimitero di Staglieno. Nello studio, ospitò personalità del Risorgimento come Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, come afferma una lapide posta presso l’uscio, e perciò, il piccolo edificio quindi divenne monumento nazionale.
10            In un atto del 3 marzo 1465 (Sindicatus Plane Bisannis) sono citati alcuni “centri abitati” che comprendevano il distretto (o regione) del Bisagno rappresentati da un certo Benedetto De Cairo: Sturla, Quezzi, Marassi e Albaro. (ANDREA DE CAIRO, atto n° 59, A.S.G., Notari Antichi, filza n° 20, n° generale 800).
11            Il Borgo della Foce inizia ad essere abitato tra la fine del XIV secolo e l’inizio del XV.

12            Regio Decreto N° 1683 del 26 ottobre 1873.

mercoledì 20 gennaio 2016

LE CAPPELLE DEL BORGO DEL RIVALE

Cagnin Daniele

In una “porzione” del territorio della Foce antica, chiamato Borgo del Rivale1(che nella sua massima “espansione” – secolo XIX – ha raggiunto il maggior numero di abitazioni, circa dieci), erano presenti due piccoli edifici religiosi, dipendenti dalla parrocchia di San Francesco di Albaro: la cappella intitolata alla Madonna Lauretana2, sita all’interno del Lazzaretto e la Cappelletta posizionata all’esterno del ricovero (forse presente nell’incisione del Torricelli) e nella quale era presente la Confraternita di Nostra Signora del Santo Amore.
Per entrambi gli edifici sacri sono state reperite pochissime notizie, alcune delle quali appaiono poco attendibili: una è attinente alla presunta data di fondazione della cappella interna al Lazzaretto, desunta dal Novella3, il quale la fissa all’anno 1522. Tale data non può essere considerata credibile in quanto nella relazione4di Monsignor Bossio la “chiesetta” non risulta nell’elenco.
Le prime notizie “documentate” sui due edifici religiosi le troviamo in un atto5notarile datato 5 settembre 1630, nel quale viene affermato che il canale dell’Acqualonga6attraversa il muro di cinta del Lazzaretto fra le due chiese: non vengono riportate le dedicazioni delle due costruzioni e sembrerebbero entrambe essere “dipendenze” del nosocomio.
Nei documenti7della Repubblica Ligure di fine Settecento è fatto cenno alla Confraternita sopra menzionata, la quale, verosimilmente, fu soppressa nel periodo napoleonico.
Il periodo di fine dell’Ottocento è interamente documentato dal Remondini8, dal quale apprendiamo che nel 1837 la cappella del Lazzaretto era ancora aperta, mentre nel 1863 risultava chiusa; entrambe le date vengono riprese dal Novella.
Dalla “mappa catastale”9di fine Ottocento, l’unico edificio ubicato in via della Cappelletta (vedi figura 2) era una casa di abitazione del personale addetto al Lazzaretto e un convento per monache.
In un manoscritto10, consultabile presso l’archivio storico della curia arcivescovile, si sono ritrovati i nomi degli ultimi incaricati della cappella del Lazzaretto: per l’anno 1887 è presente Natale Canessa, per il 1890 Prospero Ansaldo e per il 1892 Giuseppe Olivieri.





Figura 2: Toponomastica

NOTE

1          Il Borgo prendeva il nome dalla sua posizione presso la riva del Bisagno, come d’altra parte la via omonima che “correva” presso gli argini: ai nostri giorni via Rivale è limitata nella zona di Borgo Pila, ma in origine iniziava dal mare. (CF. SEVERINO FOSSATI, Il Borgo del Rivale, novembre 2014 (http/antifoce.blogspot.it).
2          Tale dedicazione è stata riscontrata, nel 1880 dal Remondini, all’interno del convento di San Francesco di Albaro in una lapide che riportava una compera nel Banco di San Giorgio per l’anno 1629: Comperts S. Georgii … Beatae Mariae de Loreto situm in Fuce Bisannis.
3          PAOLO NOVELLA, Lazzaretto della Foce in La Settimana Religiosa del 1932, p. 488: «Quivi pure nel 1522 fondavasi una cappella sotto il nome di N. S. di Loreto che nel 1650 ingrandita fu concessa ai Missionari di S. Vincenzo di Paoli».
4          FRANCESCO BOSSIO, Liber Viitationum (A.S.G., Manoscritti, N° 547).
5          LAVAGNINO GIOVANNI FRANCESCO, Promissio pro Fabrica, 5 settembre 1630, filza 63, (A.S.G., Notai Antichi, n° generale d’ordine 5080).
6          Nella zona della Foce antica era presente una sorgente che era sita presso l’attuale via Saluzzo: oggi è ricordata da una lapide posta presso la scalinata, copia di una precedente del 1437, epoca in cui quell’acqua divenne pubblica; questa sorgente dava luogo ad un piccolo rio che era detto Aqualonga che raggiungeva il mare.
7          A.S.G., Repubblica Ligure, N° 202.
8          ANGELO REMONDINI, Le Parrocchie suburbane, Genova 1882, p. 93.
9          A.S.G., Catasto, mappa n° 201 e n° 216.
10        A.S.C.A., Scatola Foce.

giovedì 14 gennaio 2016

GLI ERRORI STORICI DELLA FOCE ANTICA


Daniele CAGNIN

PREFAZIONE

A completamento delle mie ricerche, inerenti la storia degli edifici religiosi presenti nella Foce Antica, ho deciso di elencare le “imprecisioni storiche” rilevate sul nostro quartiere. Molte notizie risulteranno una ripetizione di quanto già affermato negli articoli relativi, ma credo sia ugualmente utile rinfrescare la memoria dei lettori.


La Foce in una cartolina spedita nel 1912

1- Etimologia del toponimo Foce

L’ipotesi che primeggia sulla rete informatica, e che nel corso degli anni è diventata di “dominio pubblico, fa derivare l’origine del toponimo FOCE dall’antico popolo dei Focesi, coloro che “fondarono” Marsiglia intorno al 600 a.C.
La notizia è stata estrapolata da Giulio Miscosi: nella sua trattazione (1)(degli anni Sessanta) ci racconta che tale la notizia è presente anche in altri “storici” tra cui Girolamo Serra (2). Ma leggiamo quanto riferisce: «...il suo nome proviene, non già dal trascurabile sbocco a mare del torrente, ma dall’antichissima residenza dei Focesi. Questa tesi sarebbe avvalorata dalla collina di Fogliensi (Phocensis) dove ora sorge la chiesa di San Pietro e la regione di Foce Alta. Infatti più tardi, verso il Mille, si creò in questo ameno colle, l’ordine dei Fogliensi, che presero il nome dal luogo dove fu eretto il monastero». Che l’antico Borgo della Foce possa essere stato, in epoca preromana, la “residenza” (probabilmente occasionale, visto i presunti traffici commerciali con la popolazione autoctona), non ci sentiamo di escluderlo a priori, ma nello stesso tempo possiamo escludere che siano stati i “fondatori” di un antico nucleo abitativo.
Da quanto detto possiamo quindi prendere in considerazione questa tesi, come “tradizione popolare”, forse consolidata negli anni Sessanta del secolo precedente, e di cui anche il Miscosi, probabilmente, non è certo, questo perché non approfondisce la fonte, tanto è vero che conclude tale argomento in maniera sbrigativa, dicendo: «Tralasciamo quest’epoca che chiameremo eroica, dove il lettore può pensarla come meglio gli aggrada».
La “tesi scientifica” più accreditata farebbe derivare il toponimo Foce dalla parola latina Faucem, da intendersi come “passaggio angusto”.



2- La Leggenda dei Santi Martiri

Come accennato nel mio articolo relativo (3), la leggenda dei santi martiri Nazario e Celso si è “consolidata” nella nostra città a cavallo dei secoli VI e VII quando dimoravano i Vescovi di Milano, i quali erano già devoti a questi precursori del Cristianesimo fin dall’inizio del V secolo.
Nella storia della Chiesa è vissuto un altro Santo di nome Nazario: si tratta di San Nazario Vescovo di Giustinopoli, vissuto tra V e VI secolo. Nel 1379, durante la guerra di Chioggia fra la Serenissima repubblica di Venezia e la Superba repubblica di Genova, i genovesi saccheggiarono la città istriana (che nel frattempo aveva preso il nome di Capodistria), trafugando le reliquie di San Nazario e Sant’Alessandro; dopo circa quarant’anni, nel 1422, l’Arcivescovo di Genova restituì le preziose spoglie sacre alla sua legittima sede.
Il racconto appena descritto ha sicuramente tratto in errore l’autore di un articolo apparso nella rivista Liguria – Rivista mensile di attualità e cultura del 1991 (citato anche nella rete informatica), il quale attribuisce la dedicazione della chiesa a questo santo vescovo. Sempre nello stesso articoletto si fa cenno alle scorrerie saracene che subì la nostra città: ancora una volta la citazione del periodo di riferimento (secolo XII) è inesatto, l’episodio avvenne verosimilmente nel ventennio compreso tra il 920 e il 940.

3- La Torre Saracena

La torre quadrata posta a guardia contro gli attacchi saraceni, che divenne in seguito il campanile della chiesa dei Santi Nazario e Celso, è collocabile nella prima metà del X secolo.
Secondo il critico Federico Alizieri (4) l’aspetto del monumento è indizio di remota antichità, ma nutre dei dubbi su chi possa essere stato il suo effettivo autore: forse la famiglia Del Giudice (nel secolo XI), secondo il manoscritto del secolo XVIII della Biblioteca Universitaria.

domenica 8 novembre 2015

SEGUNDA GUÆRA MONDIALE


Francesco Boero


BOMBARDAMENTO DE ZENA - DOMENEGA 9 FREVÂ1941

O giorno 10 de zûgno do 1940 l’Italia a l’intra in guæra. Tûtti contenti a Roma: emmo zà vinto! A Zena quarche d’ûn o l’ha storçòu a bocca; pe primmo, mæ poæ (sensa fâse vedde: a quelli tempi o poeiva ëse denunziòu) perché, co-a morte de seu poæ in ta primma guæra, o l’aveiva conosciûo i “benefizi da vittoja” (o l’ha dovûo andâ a travaggiâ a 10 anni pe poéi mangiâ, quande, vivo seu poæ, o l’aviæ posciûo fâ a vitta da scignöo), perché, doppo 6 meixi de militare (ch’o l’ha dovûo fâ ascì ch’o l’ëa figgio ûnico de moæ vidua) e travaggiando in to stabilimento Ansaldo Artiglieria de Fegin, o l’aveiva accapïo, ascì da-o confronto de nostre armi con quelle de l’esercito tedesco, tanto decantæ da-a propaganda e fæte ben ben vedde da-i cine-giornali, che a conscistenza de nostre Forze Armæ de tæra a no l’ëa adatta a affrontâ ‘na guæra. A-o contrajo, in sce-a Maenn-a o gh’avieiva misso quarche speranza, perché a gh’aveiva de navi co-e quæ a poeiva contrastâ in to Mediterraneo a Maenn-a ingleise, ch’a l’ëa a ciù forte do mondo.                                                                                                             Semmo ben che i fæti gh’an dæto raxion e ascì fïto perché o giorno doppo a dichiarazion de guæra, i zeneixi se son visti xûâ in sce-a testa i aerei françeixi (xûavan tanto bassi che quarchedûn o l’ha criòu: tiæghe de prïe!) e, manco a credde, quattro giorni doppo, quande a França a l’ëa zà in zenogge, s’é presentòu davanti a Savonn-a e a Zena ‘na squaddra navâ ch’a l’ha bombardòu e çittæ e a costëa de Ponente sensa ëse contrastâ comme se deve da-e batterie, da l’aviazion e da-a Maenn-a. Fortunn-a a l’ha vosciûo che in to porto de Zena ghe fïse ‘na torpedinëa (træ “pippe”), a Calatafimi, comandâ da ‘n coraggioso, ch’a l’ha puntòu contr’a flotta nemiga, sparando co-i cannoin piccin ch’a gh’aveiva, ma a l’é riuscïa a mette in fûga e navi françeixi. Pä che o tanto fûmmo ch’a faxeiva o l’agge fæto credde a-i comandi françeixi che derré a lê stesse arrivando a flotta italiann-a, che a-o contrajo a l’ëa con tranquillitæ ferma in to porto de Spezza e a no s’é manco mesciâ.  A-a flotta, che mæ poæ (ma non solo lê) o credeiva ch’a fïse potente, gh’han fæo piggiâ ‘n gran scoppasson in to porto de Taranto (pezo che a Maenn-a americann-a a Pearl Harbour). Ma ascì doppo Taranto a flotta italiann-a a l’ëa ancon a-o graddo de affrontâ con dignitæ a flotta ingleise, solo se a l’avesse avûo da-a seu parte “Supermarina”. L’é proprio mancòu a “dignitæ”! S’é parlòu de tradimenti e de spionaggio, de realtæ taxûe e de tante böxïe dïte da-i ærti comandi, de confûxion in ti arregordi e de smentïe, ma pochiscimi han mostròu ûn pitin de dignitæ e han rispettòu a povea gente ch’a l’é morta perché a credeiva in te ‘na “Patria”.                                                                                              Quello ch’o l’ha fæto pensâ a ûn tradimento di ærti comandi da Maenn-a son stæti: o bombardamento de Zena, o giorno 9 de frevâ do 1941, e i tanti (troppi) affondamenti de navi e sommergibili che a-i appuntamenti commandæ da “Supermarina” han trovòu a aspëtâli forze superiori do nemigo e son stæti collæ a picco. In sce-o bombardamento, m’ha contòu mæ poæ che o mattin da domenega 9 frevâ in casa han sentïo l’allarme e che, doppo avéi pensòu a ûn sbaglio, se son dovûi, de sprescia, issâ e chinâ in to refuggio (ch’o l’ëa l’atrio do porton do palazzo de via Casaregis 6 a-a Foxe, a pö ciù de 100 metri da-o mâ) perché di aerei, sensa sganciâ bombe, giavan tranquilli in sce Zena e perché grosso moddo a 8 öe e ‘n quarto han sentïo tremâ e mûage da casa: ëan bordæ da 381. Mæ poæ o l’ha misso a testa feua do porton perché mæ moæ, in gravidanza de mæ sêu, a o l’ha pregòu de no sciortî; da-o porton lê o l’ha visto ûn seu amigo ch’o vegniva de corsa da-o mâ e ch’o criava: allongan o tïo. L’ëa vëo, perché a-e navi da guæra ingleixi, che s’ëan “accomodæ” indistûrbæ de fronte a Zena e che aveivan tïòu cûrte e primme bordæ (cheite in mâ de fronte a-a aænn-a da Foxe), i aerei ghe davan e “coordinate” pe allunghî o tïo.  Pe fortunn-a di mæ parenti e de tûtta a gente ch’a s’ëa reparâ in to porton e bombe han piccòu in te di ätri quartê da Çittæ. Dixan che i “obiettivi”da flotta ingleise fïsan: o porto, i cantéi navæ de Sestri e ascì e fabbriche de Sampédænn-a e da val Ponçeivia, ma han ben ben piccòu in sce-a popolazion. Non essendo i “pippetti” (aerei che davan l’ïso di cannoin a-e navi) pilottæ da imbriæghi ven da credde che foscia a flotta ingleise a se segge presentâ ascì co-o scopo de ammazzâ da povea gente, tanto pe rïe!   Ûn amigo de mæ seuxoo, mainâ imbarcòu comme timoné in sce-a nave da battaggia “Giulio Cesare”, o m’ha dïto che quello giorno a nave co-a squaddra navâ, formâ da ätre due navi da battaggia e da trei incroxatoî pesanti e dexe cacciatorpedinê) a l’ëa grosso moddo vixin a l’Asinara quande han comunicòu che Zena a l’ëa stæta bombardâ da ‘na squaddra navâ nemiga; o Commandante da nostra squaddra o l’ha domandòu a “Supermarina” l’autorizzazion a andâ incontro a-a squaddra nemiga de ritorno da Zena e combatte. Gh’han negòu o permisso e l’han fæto andâ da ‘n ätra parte, lontan da-a rotta da squaddra ingleise. E pensâ che a nostra (ciù potente de quella ingleise) a l’ëa stæta pe ben due votte a squæxi 30 miggia de distanza da-o nemigo. L’han sempre dirottâ e no se riesce a spiegâ o perché se non quello do tradimento. In tûtta sinceritæ me pä che i Ammiragliati ingleise e italian aggian in te tûtti questi anni contòu de balle perché:                                                                                                                               -  solo ûn commandante feua de testa, bellinon o kamikaze, o l’ha posciûo andâ co-a seu squaddra coscì tanto drento a-o territojo nemigo e incontro a ûnn-a desfæta segûa perché a potenzialitæ da nostra difeiza aerea e navâ a poeiva ëse “micidiale” s’a fïse stæta commandâ comme se deve. A meno che, quello comandante o no segge stæto ben ben informòu e o fïse segûo d’ëse coverto da personne nemighe (traditoî) in graddo de mettilo, de longo, in te ‘na condizion de favô;                                                                                                                                           - solo da gente senza çervello (o ch’a no veu raxionâ) e ch’a se ne frega da sorte do seu Paise e di seu “compatrioti” a peu sostegnî che e cose son andæte coscì pe tûtto ‘n insemme de casualitæ.
Son d’accordo in sce-o fæto che o Drake e o Nelson seggian stæti di comandanti in gamba e ascì agiûtæ da-a fortunn-a, ma o Cunningham (Ammiraglio da flotta ingleise in to Mediterreneo) e o Sommerville (Ammiraglio dasquaddra navâ ingleise ch’a l’ha bombardòu Zena), pe ninte in gamba, son stæti agiûtæ scì da-a fortunn-a, ma tanto da-i tradimenti de çerti loschi comandanti italien.

                                                                            BAUER


Dai giornali dell'epoca











Bombardamento navale di Genova e Savona (1940)

Il bombardamento navale di Genova(noto anche come battaglia di Genova) fu un bombardamento avvenuto sulla città il 14 giugno 1940.                                                             
Fu la prima azione offensiva compiuta via mare dagli alleati durante la seconda guerra mondiale ai danni di una città italiana, avvenuto appena 4 giorni dopo la dichiarazione di guerra da parte dell'Italia verso Francia e Gran Bretagna.                                                         
Premesse                                                                                                                                                      Il 10 giugno 1940 l'Italia dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, che non aspettarono molto nel compiere azioni offensive al nuovo nemico. Nella notte dell'11 giugno aerei britannici sganciarono 5 tonnellate di bombe su Genova, e lo stesso accadde la notte del 13 stavolta da parte di aerei francesi.                                              L'azione navale  francese 

La sera del 13 giugno, mentre otto bombardieri francesi attaccavano con poco successo i depositi di nafta di Vado Ligure, partirono da Tolone le navi della 3ª Squadra navale francese comandate dall'ammiraglio Emile-Andre-Henri Duplat e dirette verso gli stabilimenti industriali di Genova e Savona. La formazione francese era divisa in tre gruppi:                              
Primo gruppo→ diretto verso i depositi di carburante di Vado Ligure e le zone industriali di Savona - Incrociatore Algerie, Incrociatore Foch  e n. 6 cacciatorpediniere.                                       
Secondo gruppo → diretto verso Genova - Incrociatore pesante Dupleix,  Incrociatore pesante Colbert  e n.2 cacciatorpediniere.                                                                                       
Terzo gruppo  → con funzione di protezione degli altri due gruppi, con i sommergibili mandati verso sud ad ostacolare un'eventuale intervento della marina italiana – n. 3 cacciatorpediniere e n.4 sommergibili                                                                                                   
Alle 4:30 del 14 giugno il "primo gruppo" aprì il fuoco su Vado e sugli stabilimenti metallurgici di Savona[5] alcune esplosioni provenienti dai serbatoi combustibili di Vado Ligure, seguiti due minuti dopo da altri boati provenienti dalle installazioni metallurgiche di Savona diedero la sveglia agli abitanti.                                                                                              La reazione italiana è pronta ma inefficace: spara la batteria di Capo Vado e il treno armato con sede ad Albisola, che spara 93 colpi con i suoi quattro pezzi da 120/45 ma nessuno degli attaccanti viene colpito, anzi la batteria viene presa di mira dal cacciatorpediniere Aigle che con i suoi pezzi da 138/40 colpisce la batteria e il faro di Capo Vado. Solo l'intervento della XIII flottiglia MAS compie un'azione decisiva; i Mas attaccano i cacciatorpediniere francesi al largo di Bergeggi, con il lancio di 6 siluri: l’incrociatore Foch manovra per evitare, i cacciatorpediniere reagiscono e i Mas si allontanano senza aver causato nessun danno; il MAS 535 e il 534, colpiti da schegge di granata lamentano anzi alcuni feriti a bordo, ma riescono a far ripiegare il nemico.
Alle 4:48 l’attacco su Savona cessa: in totale sono stati sparati da parte francese circa 400 colpi da 203 e altrettanti da 138, 300 da quella italiana.                                                                     Il "secondo gruppo" inizia invece la sua azione contro il tratto di costa fra
Arenzano e Sestri Ponente, qui la reazione italiana è più efficace, la Batteria Mameli spara 54 colpi con le sue artiglieria da 152, colpendo il cacciatorpediniere Albatros nel locale caldaie di poppa, causando 12 morti.
Aprono il fuoco anche i due pontoni armati; il primo ormeggiato a
Sampierdarena spara due colpi con la sua torre binata da 381/40, il secondo spara un solo colpo da 190 mm.                                                                                          Risolutore è però solo l'intervento della piccola torpediniera Calatafimi, comandata dal tenente di vascello Giuseppe Brignole, la quale, con un'ardita azione costringe la squadra francese a ritirarsi, ponendo così fine al bombardamento. 

                                                                         
Esito                                                                                                                                                    A Savona i morti furono 6 e i feriti 22. Morti e feriti si ebbero, ma in numero minore, anche a Vado-Zinola, mentre per la città i danni materiali furono contenuti. Ancor più limitate furono le perdite fra i civili e fra le strutture a Genova, ma l'azione francese ebbe un'importante ripercussione sul morale degli abitanti e soprattutto sui vertici militari italiani.
Di fronte al coraggio dei Mas e della Calatafimi, le difese liguri si dimostrarono inefficaci. Le batterie dimostrarono la limitatezza dei loro calibri contro un bombardamento navale
, e fu evidenziata la pessima reattività dell'apparato militare a provvedere nella difesa delle città.
La flotta francese riuscì infatti ad avvicinarsi indisturbata ed a allontanarsi altrettanto indisturbata, grazie alla mancanza di ogni attività di ricognizione e alla scarsa reattività da parte della
Regia Aeronautica e della Regia Marina, che non riuscirono ad intercettare successivamente la flotta.
Perdite civili
9 civili morti e 34 feriti
Perdite infrastrutturali
di poco rilievo
Perdite attaccanti
Cacciatorpediniere Albatros danneggiato 12 morti

Bombardamento navale di Genova (1941)

Il bombardamento navale di Genova (operazione Grog) ebbe luogo la mattina del 9 febbraio 1941 ad opera della Royal Navy. Fu il secondo e ultimo attacco via mare che subì Genova dopo il bombardamento navale del 1940, avvenuto il 14 giugno di quell'anno. Anche se l'obiettivo principale era Genova, l'operazione militare britannica fu però più ampia e riguardò anche un leggero bombardamento aereo dei porti di Pisa, Livorno e La Spezia per mano degli aerosiluranti imbarcati sulla portaerei HMS Ark Royal. Da quel giorno, fino alla fine del conflitto in Italia, la città subì altri pesanti attacchi, ma esclusivamente aerei.                       
Premesse                                                                                                                                              Con la dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna, la città industriale di Genova fu pesantemente bombardata soprattutto per la presenza di importanti cantieri navali e industrie metallurgiche. Un primo attacco via mare avvenne appena quattro giorni dopo la dichiarazione di guerra, da parte di una flotta francese, che bombardò via mare i poli industriali di Genova e Savona causando però pochi danni. Seguirono poi una serie di attacchi aerei nei mesi estivi del 1940, ma dopo la resa della Francia (24 giugno 1940), il compito di colpire i centri liguri e quelli di tutto il resto della penisola toccò alle forze aereo-navali britanniche. Nella logica di queste azioni di bombardamento, i comandi inglesi decisero un'azione di forza contro le coste della città di Genova.                                                                                                                                           
Dopo la "notte di Taranto" dell'11-12 novembre 1940, in cui la flotta italiana era stata pesantemente danneggiata da un attacco di aerosiluranti britannici, la flotta rimanente venne spostata a Napoli, che il successivo 8 gennaio venne a sua volta bombardata. La corazzata Giulio Cesare venne lievemente danneggiata e fu trasferita il giorno dopo a Genova per le riparazioni e quindi, alla fine di gennaio del 1941, a La Spezia.             Poiché gran parte della flotta italiana fu trasferita nelle basi del Tirreno, gli inglesi pensarono di bombardare una di tali basi per dare un segnale alla Regia Marina che neppure nell'alto mar Tirreno le navi italiane sarebbero state al sicuro. Venne scelto come obiettivo il porto di Genova, perché si riteneva che vi fossero in riparazione tre navi da battaglia: la già citata Giulio Cesare, la Caio Duilio e la Littorio[5]. In realtà vi era soltanto la seconda, pesantemente danneggiata nella "notte di Taranto", ma anche dopo essere venuti a conoscenza di questo particolare, gli inglesi decisero di procedere con l'operazione.                                                   
Intanto il servizio segreto britannico era venuto a conoscenza che il 12 febbraio sulla Riviera ligure ci sarebbe stato a Genova un incontro tra Benito Mussolini e Franco, in cui il Duce avrebbe tentato di convincere Franco a entrare in guerra a fianco dell'Asse. Se la Spagna fosse entrata in guerra, Gibilterra sarebbe caduta e tutto il Mediterraneo sarebbe stato sotto il dominio dell'Asse. Per impedire a tutti i costi che il governo spagnolo facesse un tale passo, occorreva dimostrare la debolezza dell'Italia incapace persino di proteggere le proprie coste, quindi su ordine diretto dello stesso Churchill nel pomeriggio del 6 febbraio da Gibilterra fu fatta salpare la Forza H verso le coste liguri. Il bombardamento di Genova, progettato come operazione militare, divenne perciò una questione politica e per questo motivo doveva avvenire prima del 12 febbraio. Inoltre voci raccolte dal servizio segreto inglese prospettavano un'ipotesi (rivelatasi falsa) di uno sbarco italiano nelle Baleari, che avrebbe comunque messo Gibilterra alla portata dei bombardieri a medio raggio dell'Asse.                         
I primi movimenti
Il 2 febbraio 1941 Supermarina (l'alto comando navale italiano con sede a Roma) aveva posto in allarme la squadra che si trovava a La Spezia in conseguenza dei violenti bombardamenti cui era stato sottoposto il porto di Napoli. Intanto il 31 gennaio la Forza H, al comando dell'ammiraglio James Fownes Somerville, salpò da Gibilterra e lo stesso 2 febbraio avvicinandosi alle coste occidentali sarde, alcuni aerei partiti dalla portaerei HMS Ark Royal attaccarono con siluri la diga del Tirso in Sardegna. L'intenzione degli inglesi era di dirigersi, la notte successiva, verso Genova, dove sarebbero dovuti arrivare il mattino dopo, ma il continuo peggioramento delle condizioni meteorologiche fino alla burrasca causò però notevoli ritardi alla navigazione. Resosi conto che, a causa del maltempo, le navi sarebbero giunte nei pressi di Genova solo nel pomeriggio (rischiando quindi di essere avvistate dalle pattuglie di ricognizione italiane,) l'ammiraglio Somerville fu costretto ad annullare l'operazione e rientrare a Gibilterra (non è comunque improbabile che si fosse trattato di una finta in vista dell'imminente azione contro il capoluogo ligure).  Una conseguenza delle avverse condizioni meteo fu una quantità rilevante di danni subiti dai cacciatorpediniere di scorta, che li costrinse a frettolose riparazioni a Gibilterra necessarie per partecipare al nuovo attacco fissato per il 20 febbraio, data scelta per conseguire per l'obiettivo politico della missione legato alla data dell'incontro tra Franco e Mussolini. Somerville non aveva molta scelta, essendo stato già accusato di scarsa intraprendenza contro la flotta italiana nella precedente battaglia di capo Teulada e sottoposto al giudizio di una commissione disciplinare; l'inchiesta lo scagionò, ma senza un limpido successo la sua carriera sarebbe stata compromessa. La forza H salpò di nuovo da Gibilterra il 6 febbraio dirigendosi verso ponente come se dovesse uscire dal Mediterraneo, poi invertì la rotta di notte, al fine di confondere gli agenti italiani in osservazione ad Algesiras. Tuttavia Supermarina intuì la manovra e il 7 fece salpare da Messina la III divisione incrociatori (Trieste, Trento e Bolzano) diretta verso La Spezia, e il giorno 8 chiese che venissero intensificate le azioni di ricognizione per localizzare la squadra britannica.                                 
Avute notizie che navi britanniche della Forza H provenienti da Gibilterra erano in avvicinamento verso le coste italiane, una forza navale comandata dall'ammiraglio Angelo Iachino e formata dalla Giulio Cesare, dall'Andrea Doria e dalla Vittorio Veneto, con la scorta della X e XIII Squadriglia, uscì in mare alla ricerca del nemico. La flotta doveva incontrarsi il mattino seguente, presso l'Asinara a 50 miglia a ponente di capo Testa, con gli incrociatori provenienti da Messina (con la scorta dei cacciatorpediniere della XI Squadriglia). Convinta che l'obiettivo degli inglesi fosse la Sardegna, dato il fallimento dell'azione nemica di pochi giorni prima, si pensava infatti ad una ripetizione dell'attacco contro la diga del Tirso. Un'altra ipotesi era quella di un lancio di aerei verso Malta, e anch'essa presupponeva la presenza della flotta britannica a sud della Sardegna, come emerso in una conversazione telefonica tra Iachino e Inigo Campioni (sotto-capo di stato maggiore della Marina) alle 17 del giorno 7; il compito della squadra italiana rimaneva quello di "attaccare il nemico, ma solo se in condizioni favorevoli" e rientrare in porto in mancanza di contatto per la mattina del 9. Secondo i ricordi di Iachino, anche l'ipotesi di Genova come bersaglio venne formulata, ma lasciata cadere "data la notte lunare e la posizione della flotta inglese a sud delle Baleari".                                                                                                           
Gli avvistamenti aerei italiani del giorno 8 furono poco significativi, anche perché la ricognizione non venne predisposta a nord delle Baleari; pertanto anche se venne segnalata la presenza di aerei da caccia in volo a sud delle Baleari e se ne dedusse la presenza della portaerei, non venne ipotizzata come possibile rotta della squadra da battaglia britannica l'alto Tirreno. Questa notizia fu quindi comunicata alla squadra italiana in navigazione, confermando la possibile presenza della Forza H a sud-ovest della Sardegna per il 9 mattina. Durante la notte fra l'8 e il 9 fu intercettato un forte traffico radiotelegrafico inglese, ma non fu possibile radiogoniometrarlo. Verso le 3 del mattino le due formazioni passarono a nord-ovest di Calvi (Corsica) a meno di 30 miglia di distanza senza avvistarsi, mentre la squadra inglese puntava indisturbata verso Genova. Stando invece al diario di guerra dell'Oberkommando der Marine (OKM – alto comando della marina) tedesco, sebbene i ricognitori italiani nella giornata dell'8 non fossero riusciti ad avvistare le navi britanniche la flotta dell'ammiraglio Iachino fu inviata da Supermarina ad incrociare ad ovest della Sardegna nord-occidentale, con l'ordine di dirigere dapprima verso occidente e poi, tornando a nord, di portarsi nel canale tra la Corsica e la costa francese, a 100 miglia ad ovest di Capo Corso.                                                                              

Ordine di battaglia
        Royal Navy
                  Regia Marina

Ammiraglio James Fownes Somerville                        Forza H:                                                           Gruppo 1
Portaerei: HMS Ark Royal                                Incrociatore da battaglia: HMS Renown                      Nave da battaglia: HMS Malaya                                                    Incrociatore leggero: HMS Sheffield                                                                              Gruppo 2
Cacciatorpediniere della 13ª flottiglia: Fury, Foresight, Foxhound, Fearless, Encounter, Jersey                                                                                                 Gruppo 3
Cacciatorpediniere della 13ª Flottiglia: Duncan, Firedrake, Jupiter, Isis
Ammiraglio Angelo Iachino                                    Squadra principale
Navi da battaglia: Giulio Cesare, Andrea Doria,Vittorio Veneto                                                X squadriglia cacciatorpediniere: Maestrale, Libeccio, Grecale, Scirocco                                                           XIII squadriglia cacciatorpediniere: Granatiere, Fuciliere, Alpino                                                                                        III Divisione Incrociatori
Incrociatori pesanti:
Trieste, Trento, Bolzano                                                                                              XI Squadriglia Cacciatorpediniere: Corazziere, Camicia Nera, Carabiniere
L'attacco alla città                                                                                                          Nel primo mattino del 9 febbraio sui cieli della città vennero avvistati alcuni aerei ricognitori; fino a quel momento Genova aveva subito tre incursioni aeree e una navale ed era stata posta in stato di allerta quarantasei volte e una ventina di volte in stato di pre-allarme. Quindi la presenza di aerei britannici atti ad azioni di ricognizione non era una novità per la popolazione, ma questa volta gli aerei non avrebbero scattato fotografie, bensì indirizzato il tiro delle artiglierie navali.                                                                                            
Alle 5 del mattino del 9 la Ark Royal, scortata dai cacciatorpediniere Duncan, Encounter e Isis deviò verso levante posizionandosi a 70 miglia dalla costa spezzina, per consentire a venti bombardieri di raggiungere Livorno, Pisa e La Spezia.                                                              
Alle 07:19 il Gruppo 1 fu in vista di Portofino, e alle 07:33 venne avvistato da un motoveliero che faceva parte della catena di avvistamento antiaereo, che riferisce di "quattro torpediniere italiane con rotta nord-ovest" al suo comando di Genova, il quale doveva essere a conoscenza della presenza di eventuali unità navali amiche in quelle acque ma non riferì niente a Supermarina; allo stesso momento gli aerei della Ark Royal iniziarono il bombardamento di Livorno e La Spezia. Il comando marina di La Spezia riferì invece a Supermarina della presenza degli aerei imbarcati, che però "non sganciano bombe", e in effetti quelle lanciate erano mine magnetiche a deterrente dell'uscita della squadra da battaglia, che però era già in mare; la conseguente ipotesi logica fatta dal comando marina spezzino era la presenza di una portaerei. Nessun allarme venne dato alla squadra da battaglia.                                                                                                                                                   Il resto della squadra - le corazzate Renown e Malaya, l'incrociatore Sheffield e i cacciatorpediniere Firedrake, Jupiter, Jersey, Fury, Foresight, Foxhound e Fearless - alle 7:50 ripiegò a ponente e prese a defilare a una ventina di chilometri dalla costa.                            Alle 08:01 la formazione britannica venne avvistata a 12 miglia dalla costa dal semaforo di Portofino, che trasmise l'informazione al comando marina di Genova, il quale solo alle 08:25 ne informò Supermarina, mentre per informare del bombardamento ci vollero le 08:37.                                                                                                                                                           Alle 07:35 Genova venne posta in allarme, mentre tre aerei della Ark Royal si portavano sulla città per guidare il tiro dei grossi calibri.                                                                                   
Alle ore 08:14 del 9 febbraio 1941 Somerville diede l'ordine di aprire il fuoco.                          Le navi britanniche del 1º gruppo della Forza H aprirono il fuoco da circa 19 km di distanza dalla città di Genova, sparando 273 colpi da 381 mm, 782 colpi da 152 mm oltre a numerosi altri di minor calibro. La Renown fu la prima ad aprire il fuoco cannoneggiando dapprima il Molo Principe Umberto e quindi i cantieri Ansaldo spostando poi il tiro sulle rive del Polcevera, sparando in tutto 125 proietti calibro 381 e 450 calibro 114; la Malaya prese di mira i bacini di carenaggio e i bersagli nelle vicinanze sparando in tutto 148 colpi da 381 mm; lo Sheffield sparò sulle installazioni industriali poste sulla riva sinistra del Polcevera in tutto 782 proiettili da 152 mm. Da terra, risposero al fuoco senza alcun risultato di rilievo a causa della nebbia, la batteria Mameli di Pegli con 14 colpi da 152/50, il treno armato di stanza a Voltri con 23 colpi da 152/40, il pontone armato GM-269 con 10 colpi da 190/39 e il GM-194, che a causa di un'avaria all'impianto elettrico sparò solo 3 colpi da 381/40. L'attacco terminò dopo appena mezz'ora, e la risposta delle difese costiere fu inefficace, con la portata dei loro calibri costieri insufficiente contro la potente gittata dei calibri delle navi britanniche.                                                                                                                            Terminata l'azione le navi britanniche virarono ed iniziarono tranquillamente il viaggio di rientro alla base.                                                                                                                                  
Alle 09:45 tutti gli aerei, tranne uno abbattuto nel cielo di Tirrenia, erano nuovamente sulla Ark Royal dopo aver bombardato Pisa e Livorno. 
I danni 
Gli obiettivi iniziali del bombardamento furono i cantieri Ansaldo e le fabbriche che si trovavano sui due lati del torrente Polcevera, ma numerosi incendi e relativo fumo costrinsero gli inglesi a spostare il tiro sul bacino commerciale; altri colpi raggiunsero poi la centrale elettrica e i bacini di carenaggio ed infine fu colpita la nave cisterna Sant'Andrea che stava entrando in porto. Furono colpiti anche moltissimi edifici civili e storici come la cattedrale di San Lorenzo - nella quale un proiettile da 381 mm, dopo aver perforato due muri maestri, andò ad adagiarsi inesploso sul pavimento - la chiesa della Maddalena, l'Accademia ligustica, l'ospedale Duchessa di Galliera - dove trovarono la morte 17 ricoverate - alcuni palazzi all'inizio di via XX Settembre e l'Archivio di Stato. Una delle zone maggiormente colpite fu quella di piazza Colombo che poco dopo mutò il suo nome in "piazza 9 febbraio" per poi riprendere a guerra finita la vecchia denominazione.                                                                                                                              
 Molti proiettili inglesi caddero in acqua (circa il 50%), dei 55 piroscafi che erano nel porto ne furono danneggiati da schegge 29, mentre ricevettero colpi diretti il piroscafo Salpi (due di cui uno da 381 mm) e il piroscafo Garibaldi, che si trovava in bacino di carenaggio, che invece riportò tre squarci nella parte prodiera della carena per effetto di un colpo esploso all'interno del bacino; il danno maggiore lo ebbe la nave scuola Garaventa che affondò; mentre le due navi militari in quel momento in porto per riparazioni, la Caio Duilio e il cacciatorpediniere Bersagliere, non furono colpite. Danni non gravi li subirono gli impianti industriali, ma riportarono danni maggiori i fabbricati civili, dove alla fine dell'attacco trovarono la morte 144 cittadini mentre i feriti furono 272. I danni materiali e sociali furono enormi; il comune dovette provvedere ad alloggiare presso alberghi e pensioni circa 2.500 senzatetto, erogando vitto ed alloggio per 2.781.218 lire, aiuti in denaro per 955.289 lire, vestiti, scarpe, indumenti vari per 692.044 lire, articoli da cucina e masserizie per 315.374 lire, affitti per 77.765; mentre dalla "Cassetta del Podestà" vennero raccolte 1.472.649 lire a cui si aggiunse un milione di lire di contributo disposto dallo stesso Mussolini. Decine di abitazioni del centro storico furono vittima di crolli anche posteriori al bombardamento.
La tardiva reazione italiana
Né l'aeronautica né il sistema di difesa costiero riuscirono a contrastare l'attacco su Genova. Il comando marina di La Spezia, poi, tardò nel diramare il segnale di avvistamento della formazione nemica e le prime informazioni sul bombardamento raggiunsero la squadra italiana in navigazione solo alle 09:50, quando essa si trovava all'appuntamento con la III divisione a ponente dell'Asinara. Iachino si trovava in questa posizione dato che dapprima, prendendo un'iniziativa non suffragata dagli ordini ricevuti che indicavano di dirigere verso occidente, e giustificandosi con l'arrivo di un segnale che indicava "Il Tirso è in allarme", da lui poi cambiato nei suoi scritti in "allarme aereo", invece di raggiungere con rotta ovest il 6º meridiano aveva diretto proprio a sud-est dell'Asinara, ritenendo che la flotta britannica si trovasse da quella parte.                                             La trasmissione risaliva ad un'ora addietro, ma la cifratura e decifratura del messaggio avevano fatto perdere agli italiani un vantaggio di una trentina di miglia nella direzione giusta a vantaggio della squadra britannica, anche se portava un'informazione fondamentale: c'era una portaerei in mare entro il raggio di azione degli aerei imbarcati da La Spezia e Livorno. Ciò nonostante, la portaerei non interruppe il silenzio radio e continuò in rotta a ponente. Un nuovo messaggio di Supermarina alle 09:37, decifrato alle 09:50, informò Iachino che  « Ore 8 navi nemiche bombardano Genova. Dirigete per nord »

Nessuna indicazione venne data sulla possibile rotta di fuga della squadra britannica. L'ammiraglio Iachino appena operato il congiungimento diresse subito verso nord, a tutta velocità, per tagliare la strada al nemico; ma il contatto tra le due squadre navali, anche a causa delle condizioni di visibilità molto variabili e complicato dall'avvistamento nei dintorni di Minorca di una flotta di piroscafi francesi, non avvenne. Verso le 14:30 le due squadre navali passarono di nuovo ad una trentina di miglia senza vedersi, quella inglese con rotta ovest-sud-est e quella italiana diretta a nord-nord-est dove avrebbe dovuto trovarsi la Forza H. Questa errata segnalazione impedì l'incontro e la seguente battaglia navale; mancò comunque anche e soprattutto l'appoggio della Regia Aeronautica che data la vicinanza delle basi avrebbe dovuto intervenire massicciamente.                                                                                     Un idroricognitore rilevò la squadra britannica verso le ore 12 ma venne abbattuto prima di poter lanciare il segnale di scoperta, e due aerei avvistarono la formazione navale alle 12:20 attaccandola con le bombe senza esito, ma fecero rapporto di avvistamento solo al loro rientro alla base e la notizia venne diramata solo alle 15:30. Altri due ricognitori italiani vennero abbattuti dagli aerei della portaerei britannica, e nonostante questo, i 60 ricognitori e i 107 bombardieri italo-tedeschi utilizzati dalle potenze dell'Asse nel golfo di Genova e nel tratto di mare tra la Corsica e la costa francese all’altezza di Tolone durante quel 9 febbraio, durante l'intera giornata comunicarono solo quattro avvistamenti, per di più sbagliati. Vi fu quindi una grande massa di velivoli che polarizzarono la loro attenzione nelle acque in cui si trovava la Forza H, ma, incredibilmente, si ebbero sulla stessa soltanto quattro avvistamenti da parte di nove bombardieri, due dei quali attaccarono, mentre gli altri sette ritennero che le navi britanniche, avvistate in tre occasioni, fossero italiane.                                                                                     
In una relazione gli errori di avvistamento degli equipaggi dei nove bombardieri furono giustificati dal comandante del 43º Stormo, colonnello Questa, come segue: «Tutte le pattuglie hanno avvistato, a circa 70/100 km a Sud di Imperia una forza navale composta da tre navi da battaglia e da una decina di cacciatorpediniere. Giusta gli ordini ricevuti a terra dallo scrivente, due dei comandanti di formazione [tenenti Zucconi e Sordini], ritenendo trattarsi della formazione nazionale, hanno girato al largo e continuato la ricerca della flotta avversaria (che avrebbe dovuto essere composta da una portaerei e da una nave da battaglia) nella zona di mare compresa tra Genova – Nizza – Parallelo 43° - meridiano di Genova.                                                                                                                                                 Il tenente colonnello De Vittembeschi [comandante del 98° Gruppo Bombardieri], avendo invece distintamente scorto in mezzo alla formazione navale la nave portaerei ha attaccato secondo le modalità ricevute. Dopo che le varie pattuglie hanno avvistato la formazione navale nella stessa zona di mare, considerando che nessun contatto balistico è avvenuto tra la flotta nazionale e nemica, si può senz’altro ritenere che le formazioni aeree abbiano avvistato la stessa formazione navale, formazione che, se non fosse stata rilevata dalla portaerei, sarebbe stata ritenuta nazionale anche dalla pattuglia che ha attaccato. »
Iachino nel frattempo assunse rotta per 330° alle 12:44, che vista la sua posizione attuale portava la squadra da battaglia italiana in direzione di Tolone, proprio in rotta convergente con la squadra britannica; alle 13 però un nuovo messaggio di Supermarina lo avvertì che era stata avvistata una squadra nemica a nord-ovest di Capo Corso, e la squadra italiana invertì la rotta con velocità 24 nodi per intercettarla. Alle 15:38 dall'incrociatore Trieste venne avvistato il supposto nemico, ma dieci minuti dopo le navi vennero identificate come un convoglio di sette mercantili francesi la cui presenza in area era stata debitamente notificata agli italiani in ossequio alle condizioni armistiziali. A quel punto la flotta britannica era già lontana e verrà fatta oggetto di una inutile ricerca fino alle 09:07 del giorno 10, quando alla squadra italiana venne dato l'ordine di rientro per Napoli, in quanto a La Spezia erano ancora in corso le operazioni di bonifica dalle mine navali britanniche. Il convoglio francese fu oggetto anche di attacchi aerei italiani, senza alcun esito, e lo stesso accadde ai MAS 510 e 525 scambiati dagli S.M.79 dell'8º Stormo bombardieri per incrociatori nemici; anche la Luftwaffe appena arrivata in Sardegna non riuscì a trovare traccia delle navi Alleate nonostante le operazioni di ricerca effettuate.                                          Le conseguenze
Gli inglesi attribuirono il successo dell'operazione Grog alla cura meticolosa con cui avevano preparato l'azione, oltre alla loro preparazione, ma è indubbio che a loro favore giocò tutta una serie di circostanze favorevoli. Sebbene i risultati militari furono scarsi, il bombardamento influì in maniera rilevante sul morale della popolazione genovese, ma non solo. Fu dal punto di vista politico che l'operazione Grog ebbe il maggior successo ottenendo quello che probabilmente era il suo scopo principale: fare pressione al generalissimo Francisco Franco, che si sarebbe dovuto incontrare con Mussolini a Bordighera tre giorni dopo, sulla inopportuna scelta di mettersi contro la Gran Bretagna. In seguito al rifiuto del dittatore spagnolo di schierarsi a fianco dell'Asse, dovette essere sospesa la progettata operazione Felix, con la quale i tedeschi volevano occupare Gibilterra.                                                     I fatti vennero descritti dalle parti nei rispettivi bollettini di guerra; quello italiano recitava:         « Alle prime luci del giorno 9, una formazione navale nemica, favorita dalla densa foschia, si è presentata al largo di Genova. Nonostante il pronto intervento della Regia Marina le salve nemiche, che non hanno colpito obiettivi di carattere militare, hanno causato 72 morti e 226 feriti - finora accertati - tra la popolazione e ingenti danni alle abitazioni civili. La calma e la disciplina del popolo genovese sono state superiori ad ogni elogio. Una nostra formazione aerea ha raggiunto nel pomeriggio le navi nemiche, colpendo a poppa un incrociatore. »(Bollettino di guerra italiano n. 248 di martedì 11 febbraio 1941)
Questa fu la narrazione finale del bollettino intitolato "Il popolo di Genova all'ordine del giorno della Nazione" a cui fecero coro nei giorni a seguire numerosi titoli propagandistici dei quotidiani. In ogni caso il bombardamento di Genova destò enorme impressione in tutta la nazione, soprattutto dopo aver appreso che l'azione non era costata al nemico la benché minima perdita.                                                                                                                                            Ben più lungo il bollettino britannico:                                                                                                  « [...] Una forza navale [...] si è presentata all'alba del giorno 9 davanti a Genova e ha lanciato sulla città 300 tonnellate di esplosivo. [...] Nello stesso tempo aerei dell'Ark Royal hanno conseguito una riuscita incursione su Livorno lanciando bombe sull'ANIC, che è la più grande azienda italiana per la fabbricazione dei combustibili liquidi. [...] Le perdite inglesi si limitano soltanto ad un aereo mentre due apparecchi italiani sono stati abbattuti. A operazioni ultimate le unità inglesi riprendevano indisturbate la via del ritorno. Soltanto nel tardo pomeriggio apparecchi italiani hanno raggiunto la formazione navale inglese e hanno lanciato, senza effetto, tre bombe. Due aerei italiani sono stato abbattuti. »(Bollettino di guerra britannico n. 513 del 9 febbraio 1941, ore 23:15)
Sette giorni dopo nella chiesa di San Siro venne officiata una messa in suffragio delle vittime, dove erano presenti tutte le maggiori autorità cittadine ed un'enorme folla che impegnò non poco i responsabili dell'ordine pubblico. Il 18 febbraio con un treno speciale proveniente da Firenze arrivò a Genova la principessa Maria José in divisa da crocerossina. Dopo una breve sosta a Palazzo Reale si recò a visitare i feriti presso gli ospedali cittadini e le zone maggiormente colpite, ma si racconta che nel corso della sua visita la principessa di Piemonte trovò soprattutto visi chiusi e ostili tra gli ospedali e nelle strade, segno che la popolazione genovese iniziava a provare risentimento verso la guerra nonostante le ondate propagandistiche di giornali e radio che si riversò sulla città nei giorni a seguire.                                       
A ricordo di quel 9 febbraio che vide la "Dominante" alla completa mercé della marina britannica, il proiettile da 381 mm rimasto inesploso nella cattedrale di San Lorenzo venne collocato nella navata destra, vicino all'ingresso, con la seguente iscrizione:
« Questa bomba lanciata dalla flotta inglese pur sfondando le pareti di questa insigne cattedrale, qui cadeva inesplosa il 9 febbraio 1941. A riconoscenza perenne Genova - città di Maria - volle incisa in pietra la memoria di tanta grazia. »
Gravi furono anche le conseguenza in seno alla Regia Marina, in quanto le prime accuse vennero formulate verso Iachino al momento stesso del rientro in porto la mattina dell'11, quando l'ammiraglio Riccardi chiese in una conversazione telefonica del perché Iachino non fosse riuscito ad intercettare la squadra britannica; immediatamente questi rispose che si era mosso sulla base degli ordini e delle informazioni inoltrate da Supermarina, ribaltando quindi la direzione delle accuse ed annunciando un dettagliato rapporto al più presto. La relazione arrivò nella mattina del 13, con espressioni come                                                                  « [...] durante tutto il giorno, le comunicazioni sulla posizione e i movimenti del nemico sono state scarsissime, imprecise ed aggravate da vari ritardi [...] »
Contestando inoltre come sulla base di questi ritardi almeno un'ora e mezzo fosse stata persa con la squadra da battaglia sulla rotta sbagliata e che due aerei imbarcati (che sulle navi italiane non erano recuperabili ma si dovevano dirigere verso uno scalo amico a missione conclusa) fossero stati lanciati nella direzione sbagliata. La conclusione era che
« Il mancato incontro col nemico, nella giornata del 9 febbraio è stata una grande delusione per me e per tutti i comandanti, ufficiali ed equipaggi della squadra »
Poiché Riccardi non poteva ribattere in alcun modo, assolse formalmente e per iscritto Iachino da ogni accusa riconoscendo che «l'operazione è stata condotta con giusti criteri e sulla base di un razionale apprezzamento della situazione desunto dalle notizie possedute».
Ad una successiva richiesta dello Stato Maggiore Generale presieduto all'epoca da Ugo Cavallero, inoltrata il 13, che recitava « [...] si sono verificati inconvenienti nel tempestivo riconoscimento delle unità avversarie. Necessita approfondire cause e responsabilità. Mi sarà gradito conoscere provvedimenti adottati», Riccardi dovette rispondere addebitando la causa a condizioni meteo negative (inesistenti), alcuni inconvenienti nella catena di avvistamento e nella coordinazione tra aeronautica e marina", di fatto evitando la ricerca di colpevoli in una versione di comodo che venne accettata dapprima da Cavallero e poi dallo stesso Mussolini, in un incontro con Riccardi e Iachino nel quale, come ammesso dallo stesso Riccardi con il suo sottoposto, Mussolini «era stato preparato a dovere». Di conseguenza nessun provvedimento venne preso per migliorare la cooperazione tra le due armi e questo ebbe un peso negli eventi successivi, a cominciare dai fatti che portarono alla battaglia di Capo Matapan.
Perdite civili
144 civili morti, 272 feriti
Perdite infrastrutt.
254 edifici distrutti o gravemente lesionati
Perdite  attaccanti
1 biplano abbattuto

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