martedì 27 settembre 2022

PRESENTAZIONE

 


La presentazione si è svolta con buona partecipazione di un pubblico interessato


Rosa Elisa Giangoia - Padre Mauro De Gioia - Daniele Cagnin
























 


































lunedì 6 giugno 2022

CRONOLOGIA (fino al 1940)

 

Daniele Cagnin

1079                E’ attestata la presenza, nella regione denominata Foce Alta, della “chiesa rurale” dedicata a San Vito;

1153                 E’ attestata la presenza, nella piana bonificata da un breve periodo, di un mulino;

1350 – 1372     Allestimento di una “struttura provvisoria” destinata alla quarantena;

1387 – 1448     Formazione di un nucleo abitativo chiamato Foce (Villa Faucis), è attestata la presenza della cappella dedicata a San Pietro;

1410 (?)            Nella spiaggia della Foce viene messa in opera la “prima” nave;

1436 – 1474     Nel luogo dove sorge la chiesa di San Vito (in rovina) iniziano i lavori per la realizzazione di un complesso monastico chiamato di Sant’Ilarione;

1471                 Proclama dei Padri del Comune per coloro che costruiscono navi alla Foce;

1512 – 1576     Costruzione del Lazzaretto della Foce;

1537                Il Borgo della Foce è composto da otto – dieci case;

1557                Costruzione, da parte della famiglia Doria, degli argini del torrente Bisagno;

1576                Marco Doria ordina la messa in opera di un galeone;

1593 – 1602     Costruzione dell’Oratorio della Foce;

1599 (?)           Gio Maria Torre ordina la messa in opera di un galeone;

Sec. XVII       Nascita del Borgo del Rivale;

                        Un mulino, localizzabile nella zona dell’attuale “asilo infantile”, utilizza le acque del Rio Acqualonga;

1604                Inizio della costruzione della seconda chiesa dedicata a San Pietro;

1615 – 1625     Costruzione del monastero e chiesa dedicati a San Bernardo;

1626 – 1633     Costruzione di una “linea difensiva” chiamata Fronti Basse;

1630                Costruzione di una canale che dal centro del muro a monte del Lazzaretto doveva confluire nel Bisagno. Sono attestate le presenze di due cappelle.

1646                Gio Paolo Marabotto ordina la messa in opera di un vascello;

1650                Il Borgo della Foce è composto da “settanta anime”;

                        Probabile realizzazione dell’attuale salita Fogliensi;

1684                Bombardamento navale francese: l’Oratorio, la chiesa di San Vito e la chiesa di San Bernardo subiscono danni strutturali;

1727                Il cartografo Matteo Vinzoni riproduce tre “torre di guardia”: Rebocco (a ponente del Lazzaretto), San Pietro (a levante del Lazzaretto) e di San Bernardo (vicinanze di Punta Vagno);

1736                Progetto di ampliamento dell’Oratorio della Foce;

1752                Costruzione del campanile della chiesa di San Pietro;

1747 – 1808 (?)Probabile costruzione delle abitazioni di via Foce e di via del Gambero;

1756                Ampliamento della casa del cappellano della chiesa di San Pietro;

1758                Opere lignee eseguite nel convento di San Bernardo;

1769                La chiesa di San Pietro viene ampliata aggiungendo altari secondari;

1772                La Giunta per gli Affari Ecclesiastici del Governo della Repubblica dichiara sotto la sua protezione la chiesa di San Pietro;

1778                Lavori di ristrutturazione nel convento di San Vito;

1798                Espulsione dei frati dal complesso di San Bernardo;

1803 – 1809     La Popolazione della Foce passa dai 759 abitanti ai 1.246.

1804                Il Borgo della Foce diventa Comune dell’Impero Francese;

1804 – 1814     Apertura di una porta, presso il centro del muro di cinta di levante, all’altezza dell’attuale via Morin, in modo che l’entrata del cantiere fosse indipendente da quella del lazzaretto rimasto sul lato del mare;

1805                Napoleone Bonaparte visita, insieme alla consorte, il cantiere navale della Foce: in quest’anno vengono varate tre navi (brigantino Endymion, fregata La Pomone, brigantino Ciclope);

1808                Progetto del cartografo Giacomo Agostino Brusco che prevedeva un raddrizzamento del corso del Bisagno;

1811                 Il titolo parrocchiale di San Pietro è trasferito nella chiesa di San Bernardo: il convento annesso viene venduto e convertito in abitazioni private, la piccola chiesa di San Pietro è trasformata in oratorio;

1821                 Una furiosa mareggiata provoca gravissimi danni all’antica chiesa di San Pietro;

1840                Restauro della recinzione del cantiere navale;

1861                 Spedizione dei Mille: partono dalla spiaggia della Foce;

1865                Progetto, da parte di Francesco Argenti, per la realizzazione di una nuova strada (via Nuova al Cantiere) per mettere in comunicazione il cantiere con la “nuova” via Minerva;

1870                Il Comune di Genova acquisisce il Cantiere Navale; la zona destinata a Bagno Penale fu ottenuta nel 1878;

1873                Annessione del Comune della Foce a quello di Genova: tre mesi prima dell’annessione era stata istituita la Biblioteca Pubblica;

1874 – 1877     Vengono costruiti due edifici nel vico del Delfino: verranno demoliti ad inizio Novecento per la realizzazione del tratto a mare di via Casaregis;

1875                Progetto dei primi due edifici di civile abitazione in via Nuova al Cantiere (poi Via della Libertà);

1877 – 1891     Primi piani regolatori per l’Ampliamento della città nella parte orientale;

1879                L’antico complesso monastico di San Vito è trasformato in abitazione: il proprietario è Raffaele Rubattino;

1890                Vengono realizzati due viali alberati, una novità per la città: Corso Torino e Via Casaregis; fino alla fine del secolo saranno costruiti cinque edifici;

1891                 Demolizione dell’Oratorio della Foce;

1893                L’antica chiesa seicentesca dedicata a San Pietro è convertita in appartamenti;

1895                Il Cantiere Navale cambia proprietà: Società Nicolò Odero;

1905                L’ingegnere Carlo Fuselli porta a termine la progettazione del primo palazzo Stile Liberty (forse anche il primo dotato di impianto d’ascensore): attuale palazzo di Corso Torino civico 35;

1906 – 1912     Vengono realizzate sei costruzioni nella via Giuseppe Casaregis (tratto a mare);

1912                 Variante al Piano Regolatore di Albaro: la Foce è interessata da questo progetto per la parte a mare di via Giuseppe Casaregis (ex Borgo);

1912 – 1914      Progettazione e realizzazione della “passeggiata a mare”: Corso Italia;

1914                 Esposizione Internazionale di marina e igiene marinara – Mostra Coloniale Italiana (23 maggio – 14 novembre);

1915 – 1918      Prima Guerra Mondiale;

1922                Venceslao Borzoni progetta l’ultimo edificio in stile liberty alla Foce (Via Casaregis civico 1);

1922                Il muraglione di sostegno di via Nizza si abbatte;

1928 – 1933     Realizzazione della copertura del Bisagno;

1928                Viene ripristinato il muraglione crollato di Via Nizza;

1929                Varo dell’ultima nave messa in opera nei Cantieri Navali della Foce;

1932                Piano Regolatore di massima delle zone centrali della città;

1934                Villaggio Balneare;

1935 – 1938     Vengono demolite le ultime case del Borgo della Foce;

1938                La statua del Pescatore, viene messa in opera nel sito

1940                Seconda Guerra Mondiale;

martedì 24 maggio 2022

UN EMBLEMA DEL PASSATO


Daniele Cagnin

Come già illustrato più volte in varie occasioni, uno degli intenti del nostro gruppo è quello di divulgare la storia della Foce antica, ricercando le tracce del passato. In una delle chiavi di volta delle arcate che sorreggono il muraglione di via Nizza, in posizione poco visibile, è ancora presente uno degli emblemi del periodo del “ventennio”: un fascio littorio. Osservando quel simbolo, siamo stati ispirati a lasciarvi questi pochi pensieri, suscitati anche dalla lettura di un articolo on line apparso nel sito del il Sole24ore, a cui si rimanda come fonte bibliografica: cominciamo con la seguente domanda.

Perché in Italia la gente non si sente a disagio di fronte a simboli di valori che dovrebbero essere rigettati?

Nella Roma antica il fascio littorio era un “simbolo” composto da gruppi di verghe riuniti insieme con una scure che venivano portati dai “littori” davanti ai “magistrati”, come simbolo di autorità di quest’ultimi. Tale “immagine” fu poi assunta, in epoche più recenti, dalle “propagande politiche” dei governi ottocenteschi, ma soprattutto divenne uno degli emblemi del partito fascista italiano.

Per combattere queste forme di “potere oppressivo”, che hanno “segnato” il Novecento e sono contrari ai valori di una società civile, sarebbe opportuno eliminare questi simboli che li rappresentano?

Se diamo attuazione ad una tale linea di pensiero è facile generare confusione tra “monumenti celebrativi” e “opere di architettura civile”. Nel nostro paese esistono svariati esempi, soprattutto in ambito “urbanistico-architettonico”, che testimoniano uno studio e una ricerca di soluzione per le nuove esigenze della società, e non la costruzione di una civiltà con finalità contrarie alla morale universale, come lo è stato il fascismo. Tale contrapposizione potrebbe generare un inutile e semplicistico dibattito. E’ necessario “scindere” il concetto di “fascismo” da quello di “architettura razionalista italiana”: la concomitanza storica dei due “pensieri” non deve innalzare il primo e/o degradare il secondo. Lo Stile Razionalista ha rappresentato il punto più alto dell’architettura italiana del secolo scorso, benché finanziata da quel regime che emanò leggi contro l’umanità.

Cancellare i presunti “errori del passato” è il metodo migliore per ricominciare a provocare quella “distruzione” vissuta in quegli anni.

martedì 17 novembre 2020

UNA DIVINITA' ALLA FOCE

 


Daniele Cagnin e Edoardo Maragliano

 


      Passeggiando per le strade del “nostro quartiere” e più precisamente nella zona detta Foce a mare, in quella porzione di territorio che un tempo componeva il Borgo della Foce, possiamo osservare diversi stili architettonici dei palazzi che costeggiano le vie: in particolare, alla confluenza tra via Casaregis e corso Italia, trova ubicazione un edificio di civile abitazione, in stile Liberty, che ha attratto la nostra curiosità ma anche quella di numerose persone che abitano questa angolo cittadino.

Il caseggiato in oggetto, contraddistinto con il numero civico 1 di via Casaregis, ha una particolarità che dall’epoca della sua costruzione (1) fa discutere gli abitanti della Foce su chi veramente rappresenti la statua alata posta sulla sommità del palazzo.

     Molti di coloro che si soffermano ad osservare la scultura ne danno un personale giudizio, da cui è scaturito il “nome popolare” attribuito all’edificio e cioè palazzo dell’angelo.

Coloro che conoscono l’epoca di costruzione dell’edificio (l’epoca del Ventennio), pensano a congetture fornendo una particolare opinione circa un’ingerenza fascista in questioni religiose: «guarda un angelo che fa il saluto romano». Rispetto alla “situazione originale” il manufatto è stato “modificato”, eliminando alcuni elementi decorativi, considerati “scomodi”: fasci littori e gli allori «simboli della forza e della grandezza», come ci riferisce lo stesso progettista all’interno dell’articolo Caseggiato della Vittoria apparso nella rivista Architettura Italiana (anno XXI, fascicolo 1, 1926, pp. 4 – 8). Occorre però subito rilevare che i giudizi popolari non corrispondono al soggetto che lo scultore voleva rappresentare e cioè alla personificazione della Vittoria Alata, quindi la divinità greca Nike.

Perché è importante correggere questa falsa credenza? La risposta sembrerebbe banale ma l’intenzione del Gruppo Antica Foce ha lo scopo di divulgare la “storia vera” del nostro quartiere, dissipare le “nebbie del sapere”, ma soprattutto per renderci consapevoli su come si è “evoluta” e come sia importante conoscere la nostra identità culturale, della quale noi oggi siamo gli eredi.

Per quanto riguarda il culto di Nike, come dea della vittoria, esso si diffuse dopo le “guerre persiane”, ma non le fu tributato un culto individuale fino all’Ellenismo, cioè fino all’epoca della morte di Alessandro Magno e della successiva nascita dei regni ellenistici. In questo contesto si colloca la celebre Nike di Samotracia rinvenuta nel 1863 nell’isola di Samotracia, ed oggi posta nel Museo del Louvre. L’iconografia della Nike posta sul palazzo, riprende proprio quella dell’isola greca citata, nella quale la dea è poggiata con la gamba destra sulla prua d’una nave, e con quella sinistra più arretrata, nell’atto di prendere il volo con le ali spiegate.

Ma cosa sappiamo di questa figura mitologica?

Consultando i lemmi di varie enciclopedie il risultato ottenuto è il seguente: secondo la scrittore Esiodo è la figlia del titano Pallante e della oceanina Stige, con tre fratelli Cratos (la forza), Bia (la violenza), Zelos (la gelosia), appartiene perciò alla prima stirpe divina, ed è anteriore agli Olimpici. Altre tradizioni ne fanno una compagna di giochi di Atena: sarebbe stata allevata da Pallante (l’eroe eponimo del Palatino), il quale le avrebbe consacrato un tempio in cima alla sua collina, il Palatino (era il tempio che, in epoca storica, si erigeva a lato del Clivus Victoriae). Altri, infine, considerano Nike come un epiteto della dea Atena.

Per terminare è doveroso soffermarsi sulla personificazione della Vittoria presente nel nostro inno nazionale: Goffredo Mameli immagina che «la Vittoria porga la sua chioma all’Italia in segno di sottomissione in quanto è stata schiava di Roma».

Un’ultima curiosità: la Vittoria Alata è il soggetto riprodotto in un francobollo celebrativo del Regno d’Italia del 1921 “dedicato” al decennale della vittoria in Libia.



Palazzo della Vittoria (1925)

NOTA

(1) 1922 – 1923: progettato dall’Architetto Venceslao Borzani – Ferrara 10 ottobre 1873 / Genova 30 novembre 1926.

BIBLIOGRAFIA

Architettura Italiana, anno XXI, 1926 (Periodici Italiani Digitalizzati);

Il modernismo ligure firmato Borzani in il Giornale.it (articolo del 24/11/2006);

L’Universale – La Grande Eciclopedia Tematica: Enciclopedia della Mitologia, 2003, p.446;

Religioni e Miti – Dizionario Enciclopedico, 1984, Vol. 2, p. 450;


mercoledì 9 settembre 2020

I PALAZZI PIU’ ANTICHI DELLA FOCE


Di DANIELE CAGNIN
Settembre 2020
Prefazione (a cura di Edoardo Maragliano)
L’assetto urbanistico attuale della Foce è il risultato d’un “rimaneggiamento” durato circa cent’anni: infatti mentre da una parte si demolirono le case dei pescatori del Borgo, le case dei besagnini e tutti gli edifici del Lazzaretto, dall’altra si edificavano i palazzi dei nuovi piani regolatori.
E’ ovvio quindi rivelare che i più antichi palazzi della Foce siano stati proprio quelli dei primi Piani Regolatori del periodo 1873 – 1877.
Di particolare interesse, per approfondire più in generale l’argomento delle trasformazioni urbanistiche della Foce, è il volume pubblicato da Daniele Cagnin e Severino Fossati, nel 2019, A Forma Foxe, a cui si rimanda per ogni ed eventuale chiarimento in merito.
Premessa
Dell’antico Borgo della Foce non sono rimaste che pochissime “tracce del passato” a cui non si dà peso perché sono “immagini” che abbiamo sempre sott’occhio. L’attuale via Cravero, ad esempio, rispetto alla via Casaregis e via Rimassa che sono parallele tra loro, ha un andamento obliquo: è pertanto facile arguire che doveva preesistere (come via al Lazzaretto e successivamente via al Cantiere) ad ambedue le vie parallele. Un’altra traccia rimasta pressoché immutata dal 1875, sono due palazzi posti nell’attuale via della Libertà (i civici 15 e 17) che prenderemo in esame nel presente studio.
Inquadramento storico
Dopo i ben noti episodi storici di inizio Ottocento, culminati per l’antica Repubblica Aristocratica genovese con l’annessione al novello stato del Regno di Sardegna, Genova dovette attendere circa sessant’anni per trovare nuovo slancio per riaffermare la sua grandezza del passato, soprattutto grazie all’unificazione politica della penisola che portò alla creazione di uno stato italiano.
Le Autorità comunali prevedevano per Genova un’espansione edilizia nella direzione di levante, occupando con edifici la piana del Bisagno: per fare ciò, occorreva che la zona fosse annessa al comune genovese, ma i comuni interessati erano contrari, anche perché la popolazione coinvolta non voleva abbandonare le coltivazioni. Il problema si presentava difficile in quanto la maggior parte delle abitazioni della piana erano in affitto, come i terreni coltivabili. L’ampliamento della città (sancito dal Regio Decreto del 26 ottobre 1873) interessò i comuni della Foce, Marassi, Staglieno, San Fruttuoso San Martino di Albaro e San Francesco di Albaro: ciò permise la realizzazione del progetto di inurbamento della piana.
Realizzazione di una nuova via     

Circa dieci anni prima dell’episodio appena descritto, con progetto di Francesco Argenti del 1865, fu realizzata una via di comunicazione che doveva collegare il cantiere navale della Foce con la nuova Via Minerva sita nell’abitato denominato Borgo della Pila ricadente nel comune di San Francesco d’Albaro: tale costruzione si rese necessaria, forse, per l’aumento di operai che lavoravano all’interno del già citato cantiere e quindi per agevolarne l’accesso. Il progetto,visibile negli atti del Comune di San Francesco d’Albaro del 21 gennaio 1865, può essere considerato come antesignano delle opere di sistemazione urbanistica a scacchiera, realizzate negli anni successivi sulla piana del Bisagno.
La via fu chiamata inizialmente via nuova al Cantiere, per non confonderla con quella del borgo, successivamente prese il nome della Libertà probabilmente perché costruita dai galeotti presenti in una parte dell’ex edificio del Lazzaretto.
Fu costruita a livello della piana stessa, risultando in leggera discesa verso il mare. Nella parte terminale, all’incrocio con l’attuale via Ruspoli, è presente il punto più basso di tutte le sedi stradali della Foce odierna, dove è più facile il formarsi di allagamenti in caso di alluvioni. Nel progetto, la strada terminava simmetricamente con due piazze.

Progetto di strada tra l'abitato della Pila e il Regio Cantiere di costruzioni navali
(Archivio Storico Comune di Genova, inv. 1122/55)


Piani Regolatori                                                                                 
In contemporanea con il “decreto di annessione” ne fu emanato un secondo che può essere considerato il primo piano regolatore di Genova: Progetto di massima dell’ampliamento della città. La stesura del progetto fu elaborato dall’Ufficio dei Lavori Pubblici del Comune di Genova ma non ebbe attuazione: tale pianificazione prevedeva lo spostamento del corso del torrente Bisagno verso levante a ridosso delle pendici della collina di Albaro e nello spazio, dove verrà realizzata l’attuale piazza Palermo, era prevista la costruzione di una chiesa.
La programmazione per l’inurbamento della piana del Bisagno andò avanti e nell’anno successivo furono emanate due delibere comunali: quella del 21 aprile si occupò dei finanziamenti da stanziare per effettuare un’opera di rilievo per il piano di ingrandimento del Bisagno, nella seconda delibera, del 13 ottobre, il provvedimento riguardò un “piano di massima” perfezionato con un “regolamento” (edilizio?) del 19 novembre.
Nel 1875 fu perfezionato il piano regolatore del 1873 (Progetto per l’ampliamento della città) ma si dovette attendere altri due anni per raggiungere una più definitiva pianificazione urbanistica. Fu un piano che potremmo considerare “speculativo” apparentemente poco studiato che dispose l’edificazione in una “piana alluvionale” che non valutava con cognizione di causa le frequenti inondazioni.


Progetto di massima dell’ampliamento della città, Archivio Storico Comune di Genova



Nuove costruzioni       
                                                                       
Le aree fabbricabili, individuate nello spazio compreso tra le attuali via Eugenio Ruspoli e passo Lorenzo Pareto, poste nella nuova strada, e di proprietà di soggetti privati, furono sette. I quattro terreni edificabili, posti nella parte di tracciato stradale a ponente, furono oggetto di realizzazione nel biennio 1875 – 1876: nell’attuale via Finocchiaro Aprile (civico 6) è presente un altro edificio riconducibile al 1875.
Consultando l’incartamento del fascicolo originale (N° 17 e N° 69 del 1875), relativo ai due civici in oggetto, si rilevano tre informazioni importanti: la prima riguarda la “rappresentazione” della via Lorenzo Pareto in quanto segnalava il confine dell’antico comune della Foce: tale strada, nella “relazione di progetto”, è definita via Storta, richiamo all’antica via presente anche nella mappa del catasto napoleonico del 1808, Crosa storta della Foce. Il secondo dato significativo riguarda l’indicazione del regolamento del 1874 già citato: la distanza fra gli edifici è fissata in metri dieci (aumentato poi a quindici con il piano regolatore del 1877), mentre la larghezza delle strade è stabilita in metri quindici. L’ultima notizia degna di essere annotata è il tracciato di una strada che interseca la nuova via al Cantiere, che secondo il progetto del piano regolatore avrebbe dovuto arrivare fino all’attuale corso Torino: ciò non avvenne e la realizzazione di questa via di comunicazione si fermò all’attuale via Maddaloni.

Rielaborazione grafica lotti da costruire (senza scala)





I primi due edifici di civile abitazione
Le prime due aree edificabili, su cui furono costruiti i primi i due palazzi di quello che sarebbe diventato con il tempo il nuovo quartiere residenziale di Genova, erano di proprietà di un tal Luigi Deltorchio il quale realizzò due edifici uguali di sei piani fuori terra (più un sottotetto) e con un’architettura lineare.
Le superfici, su cui ancora oggi insistono i due caseggiati, sono di circa 610 mq. per il civico 17 e di circa 570 mq. per il civico 15.
Dai disegni progettuali dell’epoca si individuano degli “ornamenti architettonici” collocati nella parte di facciata principale che va dal piano terreno al primo piano, mentre sono posizionati dei marcapiano tra il primo e il secondo piano, tra il secondo e terzo e tra il quinto e il sesto; tali “decorazioni”, se furono realizzate, in un periodo imprecisato furono rimosse (secondo dopoguerra?).
Nello stabile civico 15 il marcapiano tra il primo e secondo piano è ancora presente, mentre le finestre collocate sopra al portone di ingresso non state realizzate; sono altresì sistemati quattro poggioli (al secondo e quarto piano) non previsti dal progetto.
Sappiamo che per il civico numero 17 nel 1963 fu modificata parzialmente la copertura del tetto, mentre la coloritura della facciata, interessò il civico 15 nel 1996 e forse anche in epoca anteriore nel 1969.

 Porzione di facciata principale



Curiosità                                                                                                      
Nel caseggiato contrassegnato con il numero 15, sopra al portone d’ingresso, è posta una lapide in ricordo della più antica società di atletica leggera, che recita quanto segue: il giorno 7 giugno 1907 in questo sito un gruppo di giovani del quartiere dette vita alla SOCIETA’ SPORTIVA TRIONFO LIGURE destinata a mantenere accesa nel tempo la fiaccola dello sport più duro e appassionato. Nel centenario gli eredi della ideale staffetta posero. Il fondatore di tale società sportiva fu il signor Alessandro Zuccotti.

 Lapide S.S. Trionfo Ligure



Documentazione fotografica    

Facciata principale civico 15
     
                                                         
Facciata principale civico 17



giovedì 16 luglio 2020

UNA RIBOTTA FINITA MALE: BULLI E PUPE ALLA FOCE



Pierre Tetar Van Elven (1828-1908), La partenza dei Mille, Genova, Museo del Risorgimento

Maria Rosa Acri Borello

L’attività più antica degli abitanti della Foce, fin dai tempi in cui essi vivevano in misere capanne di legno con il tetto di paglia, fu quella della pescatoria (o, alla latina piscatoria”). Le imbarcazioni di cui si servivano sia per la pesca sia per il trasporto di merci o persone, erano il gozzo oppure il burchiello, più volte citato nelle nostre “ricerche”, in particolar modo in quella sul trasporto della maggior parte dei Mille (4-5 maggio 1860) dalla spiaggia sassosa della Foce ai vapori “Piemonte” e “Lombarda”, che li attendevano al largo (v. primo volume). A proposito delle imbarcazioni dei Foceani o (Focesi), nel famoso quadro del pittore danese Van Elven, conservato nel Museo del Risorgimento di Genova, appaiono quasi in primo piano un barcone contenente una decina di persone e un’imbarcazione dal fondo piatto e di forma affusolata. Su quest’ultima, due importanti personaggi della cerchia di Garibaldi (fiero repubblicano, ma nel 1860 temporaneamente “convertito” alla monarchia) il medico patriota Agostino Bertani, elegantissimo come sempre, con impeccabili pantaloni bianchi; l’uomo che volta la schiena, come se non volesse essere riconosciuto (allusione alla mente volpina e cospirativa del siciliano Francesco Crispi), sta leggendo un telegramma. È il “falso dispaccio” che Crispi fabbricò con l’aiuto del genovese Nino (Girolamo) Bixio per convincere Garibaldi, che aveva deciso di non partire e voleva, invece, ritornare nella “sua ”Caprera, a tentare un‘impresa che, obiettivamente, sembrava ed era “impossibile a realizzarsi”. E, con l’aiuto della buona sorte e grazie al valore di quei “diavoli scatenati”, vittoria fu! Ritornando al quadro del pittore danese, in un altro barcone, alcuni signori e signore “borghesi”, tutti col cappello in testa e seduti sul fondo dell’imbarcazione, sembrano attendere la partenza. Solo una donna è in piedi, accanto all’albero maestro: è senza cappello, perché è una popolana, e il suo sguardo è rivolto al Sud, alla Sicilia. È Rose Montmasson (detta Rosalie e, successivamente, Rosalia) l’unica donna che partecipò alla Spedizione dei Mille e fu volontaria infermiera degli Ospedali militari di Palermo e di Alcamo. Alla fine del 1854, a Malta, aveva sposato con rito cattolico Francesco Crispi, con cui aveva condiviso l’esilio, a Torino, e le successive lotte politiche (di origine savoiarda e di famiglia assai modesta, era una fervente repubblicana). Nel quadro compaiono alcuni pescatori e rematori della Foce. Fra questi vi era anche un “bisagnino” (le cronache del tempo lo indicano come “ortolano”): Tommaso Parodi (per età il più anziano dei Mille, che in gioventù aveva combattuto, assieme agli esuli liguri della Legione italiana, sotto il comando di Garibaldi, per la libertà del Paraguay. Quasi certamente questi valorosi rematori affrontano la fatica del trasporto di uomini e bagagli non per averne un vantaggio materiale né per un astratto “amor di patria” ma più semplicemente per l’entusiasmo di poter partecipare, quantunque in forma anonima e quasi marginale, ad una delle più grandi “avventure” della nostra Storia. Per il piacere di poter dire a figli e nipoti: “C’ero anch’io! ”.


In genere, però, i pescatori della Foce, com’è umanamente comprensibile, erano abbastanza attenti al guadagno: poiché la vendita del pescato, per un motivo o per l’altro, secondo loro, non “rendeva abbastanza ”, certuni si davano ad attività illecite come il contrabbando di sale, di olio, di vino, soprattutto nottetempo, quando il numero delle guardie daziarie era più esiguo ed era più facile il poter nascondersi (o nascondere le merci ) dietro le rocce di quella spiaggia sassosa ed impervia (se scoperti, e ciò accadeva abbastanza spesso, erano condannati dal Tribunale Civile al pagamento di salatissime multe o, se trovati recidivi, a qualche mese di carcere duro).

Alla Foce, diventava Comune autonomo, alle succitate attività illecite, esercitate non per spirito di avventuroso ma esclusivamente a scopo di lucro, si aggiungeva la prostituzione femminile: questa era esercitata, sotto il controllo del Governo (ma qualcuna delle “ragazze ”, qualche volta riusciva ad evadere da quella prigionia volontaria), in determinate “case”, note a tutti i Genovesi, della periferia cittadina dette appunto“ di tolleranza ”. Uno di questi edifici si trovava nel centro storico, dalle parti dell’odierno stradone di Sant’Agostino in una strada collegata al mare da un sentiero in discesa dal Colle di Carignano fino a quella strada di sassi e rocce, dove, terminate le operazioni di approdo e di scarico del pescato, le barche, così come accadeva nel porticciolo del vicino porto di Boccadasse, erano “tirate in secco”.
A metà strada, fra il culmine del Colle di Carignano e la spiaggia della Foce, vi era un’osteria in zona già foceana in cui si preparava un’ottima focaccia salata. Trovandosi quella locanda in un luogo lontano dall’abitato e, soprattutto, in una zona, in quanto non facente parte della città di Genova, fuori dalla cinta daziaria, il vino vi si vendeva, si smerciava e si… beveva con maggior larghezza che altrove, poiché il prezzo era giudicato conveniente anche per la vendita al minuto. Non si trattava, soprattutto di notte, di un locale per signorine di buona famiglia o per gente per bene, essendo frequentato per lo più, oltre che da pescatori, da contrabbandieri, “mezzani” (tutti armati di coltello a scopo, essi dicevano, di difesa), da ladri, che trovavano in quell’osteriaccia un punto di ritrovo dove potevano smerciare gli oggetti rubati, e da prostitute. Tutto questo, cioè questa lunga digressione, dovrebbe servire a dare l’idea che, in qualche modo, sulla spiaggia sassosa della Foce (e dintorni), nelle notti senza vento, con il mare in bonaccia e la Luna, necessariamente in fase calante perché non svelasse con la sua pallida luce le malefatte della “malagente” e delle “donne perdute”, poteva accadere di tutto. Anche un omicidio: commesso, in apparenza, “per futili motivi”. Ma è noto (e non solo ai criminologi) che la “futilità”, dopo molti bicchieri di vino e qualche insulto, accompagnato talora da un atto violento, si trasforma in risentimento e rabbia. E la rabbia in odio bestiale …


Il “fattaccio ”, avvenuto il 28 settembre 1878, così recita la cronaca nera del tempo (il testo originale è tratto dal numero del 25 settembre 2016 del “Secolo XIX”, scritto in vernacolo ed ivi tradotto in lingua italiana ): “Alla Foce, in località San Nazaro sulla scogliera chiamata Ciappa Larga, la mattina di ieri, da due ragazzi sono state trovate tracce di sangue; altro sangue rappreso galleggiava sull’acqua. La Guardia Daziaria ha affermato di avere visto accostarsi alla spiaggia un’imbarcazione, dalla quale erano scesi sette uomini che ne trasportavano… un ottavo. Questi erano passati per un viottolo che porta a San Francesco (di Boccadasse). Qui (N.D.R. “Nell’edificio del convento dei frati francescani”) sono state fatte ricerche ma non è stato trovato nessun “ferito”. Nello stesso giorno venivano trovati due gozzi sulla spiaggia della Foce, uno dei quali con due remi rotti. Più tardi un pescatore ha trovato due fazzoletti intrisi di sangue, un paio di mezze calzette da uomo un paio di sottocalzoni, o mutandoni da bagno, anch’essi insanguinati. Tutta roba per gente di basso ceto… Inoltre per la città si andava mormorando che da una “di quelle case” di Salita Mascherona e precisamente in quel medesimo giorno mancavano due ragazze. Inoltre la sera precedente il “fattaccio”, dentro un’osteria “sita nei dintorni della Foce”, con due giovani donne si erano fermati a bere ed a mangiare parecchi giovanotti che, dopo essere usciti dall’esercizio, tutti insieme, si erano diretti verso la riva del mare. Comunque, permanendo fitto il mistero (non è stata ancora scoperta l’identità di quei giovani uomini e di quelle ragazze), la cittadinanza desidererebbe sapere qualcosa dalle Autorità competenti, che però “fanno orecchio da mercante”, cioè fanno finta di non sentire come “o sordo”, per non dovere rivelare all’opinione pubblica il fallimento delle indagini. Non era stato ritrovato nessun cadavere né di uomo né di donna alla Foce né altrove. Un altro cold case di fine Ottocento? Il mare e l’omertà coprirono ogni cosa. E, ieri, come purtroppo, anche oggi, il solito “non luogo a procedere”… 




Nota Bibliografica

Le notizie storico topografiche sono state tratte da: I quartieri di Genova antica di Giulio Miscosi (Genova, Compagnia dei Librai, 2004); Antica Foxe del Gruppo Antica Foce, Genova, Arti Grafiche Francescane, 2018; Genova Garibaldina e il mito dell’Eroe nelle collezioni private, a cura di Luciano Morabito, Genova, De Ferrari 2008.