lunedì 2 novembre 2015

LA CHIESA DI SAN BERNARDO: I DUECENTO ANNI DELL'ORDINE DEI FOGLIANTI ALLA FOCE

Daniele Cagnin
INTRODUZIONE
Riprendiamo il nostro viaggio, nelle vicende storiche della Foce Antica, rivolgendo nuovamente il nostro sguardo verso levante: sostiamo nella piazzetta che serviva da sagrato alla cappella del Borgo della Foce (precedentemente descritta), e ci troviamo alle pendici di un’erta salita che ci porterà a visitare l’antico cenobio dell’Ordine Monastico dei Bernardoni.
Prima di addentrarci nel racconto storico la nostra vista è attratta dalla “lapide” che indica il nome della salita: via dei Fogliensi. Il toponimo (presente ancora tutt’oggi e attribuito nel 1880), usato per indicare la prima parte della collina di Albaro (la zona di Foce Alta), considerando anche la sua traduzione latina (Phocensis), secondo alcuni, deriverebbe dal dialetto genovese Fuxensi: quindi “abitanti della Foce”.
Ma il complesso monastico che andremo a descrivere, apparteneva all’ordine cenobitico detto dei Fogliensi1(o per meglio dire Foglianti) i quali erano monaci appartenenti all’Ordine sorto dalla riforma introdotta da Jean Baptiste de la Barrière nell’abbazia cistercense di Notre-Dame de Feuillant, presso Tolosa: resisi indipendenti dal capitolo di Cîteaux nel 1592, si diffusero rapidamente in Francia e in Italia, dove erano noti come Bernardoni. Esisteva pure il ramo femminile delle Fogliantine.
Esiste un ulteriore ipotesi sull’origine di questo toponimo, già trattato in un precedente articolo, che farebbe derivare anche l’etimologia del borgo della Foce dall’antico popolo dei Focesi, coloro che “fondarono” Marsiglia intorno al 600 a.C. La notizia è estrapolata da Giulio Miscosi: nella sua trattazione2ci racconta che tale la notizia è presente anche in altri “storici” tra cui Girolamo Serra3. Ma leggiamo quanto riferisce: «...il suo nome proviene, non già dal trascurabile sbocco a mare del torrente, ma dall’antichissima residenza dei Focesi. Questa tesi sarebbe avvalorata dalla collina di Fogliensi (Phocensis) dove ora sorge la chiesa di San Pietro e la regione di Foce Alta. Infatti più tardi, verso il Mille, si creò in questo ameno colle, l’ordine dei Fogliensi, che presero il nome dal luogo dove fu eretto il monastero». Che l’antico Borgo della Foce possa essere stato, in epoca preromana, la “residenza” (probabilmente occasionale, visto i presunti traffici commerciali4con la popolazione autoctona), non ci sentiamo di escluderlo a priori, ma nello stesso tempo possiamo escludere che siano stati i “fondatori” di un antico nucleo abitativo.
Da quanto detto possiamo quindi prendere in considerazione questa tesi, come “tradizione popolare”, forse consolidata negli anni Sessanta del secolo precedente, e di cui anche il Miscosi, probabilmente, non è certo, questo perché non approfondisce la fonte, tanto è vero che conclude tale argomento in maniera sbrigativa, dicendo: «Tralasciamo quest’epoca che chiameremo eroica, dove il lettore può pensarla come meglio gli aggrada»5.
Conclusa questa breve digressione riprendiamo il nostro itinerario storico.
Giunti al culmine della salita veniamo “assaliti” da un ulteriore dubbio: nel 1461 esisteva una cappella dedicata già al santo abate? La notizia è tratta da una pubblicazione di fine Ottocento di Francesco Podestà: dopo aver consultato la “fonte storica”6da cui è stata ricavata la notizia in questione, il mio pensiero in merito è molto diverso rispetto all’autore del volumetto.
Nel manoscritto sopra citato si fa cenno ad una “supplica”, datata 5 gennaio 1461, degli ortolani del Bisagno circa le multe per gli affiliati dell’Arte che non avessero ottemperato alla prescrizione di assistere, nei giorni stabiliti, agli Uffizi Divini nella chiesa di San Bernardo.
La chiesa in questione difficilmente può essere considerata una “precedente cappella” sita nello stesso luogo dove all’inizio del XVII secolo verrà edificato il complesso monastico dell’Ordine dei Bernardoni, in quanto nel XV secolo, nella zona della Foce, era presente solo la cappella dedicata a San Pietro, di proprietà della famiglia Credenza, la stessa a cui appartiene il redattore del manoscritto in oggetto: quindi mi sento di poter escludere una possibile “confusione” di nomi fatta dall’autore, perciò la chiesa di san Bernardo (forse di “patronato” degli ortolani del Bisagno nel XV secolo), è da ricercare in un altro contesto cittadino.
Consultando altre “fonti locali” (Syndicatus del 1311 e Tassa Straordinaria di Urbano VI del 1387) si evince che la chiesa citata nel manoscritto del 1461, è quella posizionata sul “monte del Peralto”, vicino alla porta di San Bernardino.
E’ evidente che la conclusione a cui giunge il Podestà non è stata approfondita, conducendo all’errore anche gli autori di una pubblicazione del 1973 (Immagini di Vita tra terra e mare – la Foce in età moderna e contemporanea 1500 – 1900): l’elaborato “appare” come una “rivisitazione” sulla scorta di basi culturali, che rispecchiano l’epoca dell’autore e non quella del Quattrocento.


LA VENUTA IN GENOVA DELL’ORDINE DEI BERNARDONI
L’episodio descritto in questo paragrafo è riferito dalle “fonti storiche cittadine”, e in particolar modo dai cronisti ecclesiastici del Settecento, i quali fissano ai primi del Seicento il periodo in cui i Padri Bernardoni, nelle persone del Padre Claudio da San Giovanni Battista Borgognone (deceduto nel 1630) e del Padre Antonio Boasi, fecero istanza (16107) al Serenissimo Senato per ottenere la licenza necessaria ad erigere un proprio convento nella nostra città.
Il luogo scelto per la costruzione del complesso monastico fu il borgo della Foce (in positura deliziosa8), ottenendo il terreno in dono (su cui era eretta una villa) dai fratelli Bernardo e Raffaele Garbarino (ad honorem Dei, et in remedium animarum suorum9), i quali versarono ulteriormente una somma di mille genovini. La costruzione fu iniziata nel 1615, su progetto del milanese Francesco Da Novi: la data è confermata da tutti gli storici dell’Ottocento10.
La devozione cittadina per san Bernardo Abate deve essere messa in connessione con un importante fatto di cronaca cittadina: la guerra con il ducato dei Savoia, capitanato da Carlo Emanuele. Dal Casalis leggiamo quanto segue: «Questo santo abbate di Chiaravalle molto amorevole de’ genovesi venne eletto protettore di Genova nel 1625, e due anni appresso si cominciò ad eseguire il voto del senato innalzandogli a spese pubbliche una chiesa [non è quella della Foce ma quella del centro storico] offerta a’ cistercensi riformati detti fogliesi, ed anche bernardoni, con parte de’ 7 maggio 1628 accetta in Roma da’ superiori dell’Ordine il dì 4 ottobre dell’anno medesimo»11.

venerdì 2 ottobre 2015

IL BORGO DELLA FOCE - Breve relazione storica


Severino FOSSATI (Presidente ISCUM – Istituto di Storia della Cultura Materiale)
&
Daniele CAGNIN
La Foce vista dalla Madonna del Monte in un quadro del 1841
(Milano, UBI Banca)



La chiesa dei SS. Nazario e Celso e il Borgo della Foce


Una notizia che riguarda l’antico borgo della Foce è quella che riporta il Giustiniani1nei suoi Annali: riferisce che la chiesa2dei santi Nazario e Celso, stando all’opinione diffusa ai suoi tempi, era quella in cui fu celebrata la prima messa pubblica in tutta Italia. Ovviamente la notizia è poco credibile, sta di fatto però che nel 1535 la Rettoria di SS. Nazario e Celso comprendeva Albaro e la piana del Bisagno e quindi anche il borgo dei pescatori della Foce con otto o dieci case, probabilmente separate come appare nell’iconografia di Alessandro Baratta (secolo XVII).


La chiesa di San Pietro
Nel XVI secolo vi era una cappella3dedicata a san Pietro, protettore dei pescatori, e come le altre costruzioni era edificata praticamente sulla spiaggia che era un po’ sopraelevata rispetto al bagnasciuga a causa dello scalino naturale che compare nelle spiagge sassose, dovuto all’azione delle onde del mare in burrasca che accumulano le pietre. Questo scalino è raramente superato dal mare, solo con l’azione del vento l’acqua riesce a salirvi ed è forse la ragione per cui su questa spiaggia, nonostante fosse ridotta, si sono costruite navi, in quanto si riteneva che il cantiere fosse al sicuro dai marosi.
Nel 1604 la Diocesi di Genova acconsentì ai pescatori della Foce di vendere4a G. M. Massucci fu Bartolomeo per 560 lire la chiesetta di san Pietro ormai vecchia, indecente e pericolante con il terreno pertinente, perché potessero completare la costruzione di una nuova chiesa, sempre sulla spiaggia. Evidentemente la “vecchia chiesetta” esisteva già al tempo del Giustiniani anche se non è presa in “seria considerazione” perché troppo piccola e considerata una cappella.
La nuova chiesa di san Pietro era ubicata in quella costruzione che nelle vecchie mappe catastali chiude la piazza della Foce con il numero catastale 30915. Nella mappa catastale del 1808, in piena epoca napoleonica, sopra il mappale è scritto esplicitamente Eglise de Saint Pierre. Questo fatto è importante perché secondo taluni, la piccola chiesa fu “distrutta” da una mareggiata nel 1821 (tra il 25 e il 27 dicembre), mentre l’edificio (successivamente trasformato in abitazioni e a cui nel 18926furono aggiunti due piani), in questione fu demolito circa cento anni dopo. Vi sono varie conferme relative a questo edificio: esaminando la fotografia della facciata dei primi del Novecento, si vede come la distanza verticale tra le finestre non corrisponde tra il piano terra ed il primo; inoltre, da fonte orale, si sa che all’interno vi era un salone, forse una “palestra”.

sabato 29 agosto 2015

LA CHIESA DI SAN PIETRO NEL BORGO DELLA FOCE… quattro secoli di storia

Daniele CAGNIN


INTRODUZIONE

Siamo giunti alla terza puntata di questo immaginario viaggio iniziato dal confine di levante della zona della Foce Antica, dove avevamo “ammirato” la chiesa dei SS. Nazario e Celso, proseguendo per una impervia crosa eravamo giunti nel luogo detto della Foce Alta nel quale era situata la chiesa di San Vito; scendendo per un’altra crosa, chiamata via del Cigno, giungiamo nel Borgo vero e proprio dell’abitato denominato Foce nel quale era collocata la cappella di San Pietro.
Oltre ad un percorso geografico, vogliamo ripercorrere in maniera cronologica, le fasi storiche che portarono alla “nascita” dell’agglomerato urbano della Foce.
Come da “tradizione consolidata” sappiamo che il “nostro quartiere” rimase disabitato fino agli inizi del secolo XV, consultando le fonti storiche tale “dato” è confermato pur se mi sembra preferibile fissare questo “episodio” nella seconda metà del XIV secolo. Fino a quest’epoca la proprietà di questa “vastità terriera” (1) apparteneva all’abbazia di Santo Stefano. Prima di questo periodo le uniche notizie riscontrate, che non ci forniscono un quadro completo degli edifici presenti e soprattutto non indicano la presenza di un insediamento abitativo tale da poter essere considerato “borgo”, possono essere considerate solo “brevi cenni”.
Queste citazioni sono state reperite consultando le fonti storiche cittadine, in modo specifico gli annalisti del Settecento, le quali sono già state utilizzate per i precedenti studi – ricerche: ho deciso di inserirle in questo nuovo lavoro per rinfrescare la mente del lettore. Nel luogo oggi chiamato “Capo Marina”, in “epoca romana” era presente un cimitero (2), nello stesso luogo, una leggenda (3) consolidatasi tra VI e VII secolo, fissa l’approdo dei SS. Martiri Nazario e Celso. Continuando a percorrere i secoli arriviamo al secolo X: nell’anno 987 la chiesa (o cappella) dei SS. Nazario e Celso è presente in una pergamena (4) riguardante il Giuspatronato dell’edificio sacro; nel periodo 920 – 940 è fissata la costruzione della Torre Saracena, diventata in seguito il campanile della chiesa dedicata ai già citati santi martiri.

sabato 13 giugno 2015

EDOARDO FIRPO, ’O POETA DE-A FOXE (Il poeta della Foce)

                                                                                                                               di Benito Poggio



Fiore in to gotto                                            Il fiore nel bicchiere

Gh’èa un çè frèido e lontan                                          Il cielo era freddo e lontano
de dato a-o bosco instecchio,                          sopra al bosco isterilito,
ma in ti ciànelli zà verdi                                    ma sui pianori già verdi
s’avrivan i colchici lilla;                                     germogliavano i fiori azzurrini;
ai pè de qualche muagetta                                            ai piedi di qualche muretto
spuntava a primma viovetta.                             spuntava la prima violetta.
Campann-e vegnivan a sciammi                                   E le campane rintoccavano
da-e lontananze di monti,                                             in lontananza dai monti,
da-i orizonti di anni,                                         dagli anni ormai trascorsi,
quande me paiva che o mondo                        allorché mi sembrava che il mondo
nasciuo o fosse con mi.                                                fosse proprio nato con me.
Aegue de primmaveja                                      Acque primaverili
sott’a-e rammette fiorie,                                               sotto i rametti in fiore,
comme me paiva che alloa                                           come mi pareva allora
cantasci solo pe mi!                                         che gorgogliaste soltanto per me!
Oh carovane de nuvie                                      Oh masse di nuvole
calme ai tramonti in sce-o mà                           quiete nei tramonti sul mare
e contemplae dietro a-i veddri,                        e contemplate dietro ai vetri
quanto m’éi faeto pensà!                                             quanto mi avete fatto rimuginare!
Me mèue Odisseo in te l’anima:                                   Mi muore l’Ulisse che è in me:
pe sempre cazze a mae veja:                            la mia vela si ammaina per sempre:
ritorno sens’ese partio.                                    ritorno ancor prima d’essere partito.
E òua me lascio portà                                      Ed ora mi lascio trasportare
e navego comme in te un fjord                         e navigo come fossi lungo un fiordo
da l’aegua morta e profonda                            dove l’acqua è calma e profonda
in t’unna taera do nord.                                               in un lontano paese del nord.
Malinconia                                                      Malinconia,
comme ciù fito deo tempo                                           tu distruggi le vicende del mondo
ti desfi e cose do mondo!                                            ancor più velocemente del tempo!
Ma e primmaveje ritornan                                           Ma le primavere fanno ritorno
e mi rinascio con lò.                                         e anch’io rinasco con esse.
Son comme o fiore in to gotto                          Sono come il fiore nel bicchiere
che mentre u mèue cianin                                             che mentre muore poco a poco
pe ogni sò che ritorna                                      ogni volta che c’è un po’ di sole
o se repiggia un pittin.                                      riprende un poco di brio.

La poesia che ho appena citato (e da me resa in italiano senza pretese di precisione, come tutte le altre qui riportate), fu pubblicata a Genova oltre ottant’anni fa, nel 1935, dall’editore Emiliano degli Orfini, nella raccolta omonima ed era preceduta da una prefazione di Eugenio Montale, il quale esprimeva, pur parco di elogi com’era per natura, lode e apprezzamento per la felice ispirazione di Firpo, per l’inconsueto equilibrio di espressione e per la sua particolare misura di linguaggio. Tutti possono cogliere quell’inizio così piano e colloquiale, ma così denso di senso poetico soggettivo (perché è il poeta che tale lo percepisce) e nel contempo universale (perché ogni lettore e tutti noi lo percepiamo così col poeta):

“Gh’èa un çè frèido e lontan”                           C’era un cielo freddo e lontano,

cielo freddo e lontano che, come una pesante cappa, si contrappone o meglio, si bilancia, quaggiù, sulla terra col

“bosco instecchio”                                          un bosco isterilito, sparso di radi arbusti rinsecchiti:

lunedì 11 maggio 2015

EVENTI BELLICI E PROGETTO DELLA DIGA



Severino Fossati

Tra la fine del ‘600 e l’inizio del '700 fu formulato un progetto di difesa militare che interessava particolarmente la Foce: si trattava di costruire una diga tra la collina di Carignano e quella di Albaro, poco a monte  del Lazzaretto e che in caso di bisogno poteva essere chiusa, formando un lago che avrebbe impedito agli eventuali nemici di accedere alla città da levante. 
Progetto della diga
Questa diga, nel progetto, era costituita da un ponte nell’area del torrente, ma le arcate potevano essere chiuse qualora la situazione lo avesse richiesto. Come si vede dal progetto, questo muro aveva un camminamento protetto, un rivellino verso il mare. Per la fortuna degli ortolani della zona non fu mai realizzato, anche perché esistevano le note complesse difese chiamate fronti basse  costruite in concomitanza con l’edificazione della cinta muraria del ’600. In effetti la zona in quegli anni fu interessata da eventi bellici che preoccuparono non poco le autorità della Repubblica: durante il noto bombardamento navale del 1684, le truppe francesi di Luigi XIV tentarono due sbarchi. Il primo sulla spiaggia di Sampierdarena, e il secondo presso la Foce del Bisogno, ma furono respinti in ambedue i casi. Alla Foce vi erano le batterie della Cava che potevano battere le imbarcazioni in avvicinamento, mentre quelle di Portiglielo, che si trovava sopra l’oratorio delle Anime, potevano colpire i nemici sulla spiaggia.
Durante la guerra di successione austriaca,
Schieramento delle truppe (1747)
dopo la cacciata degli Austriaci, a seguito del famoso episodio del Balilla del 1746, le truppe austriache attaccarono Genova nella notte tra il 12 e i1  Giugno 1747: arrivando da nord una colonna scese dalla sella di Bavari in direzione del Bisagno, mentre un’altra colonna arrivò a Torrazza. Da Bavari arrivarono a Sturla e a San Martino. Terminato l’effetto sorpresa, si fermarono lungo una linea difensiva costituita da via san Nazaro e via Lavinia che mettevano a disposizione gli alti muri tuttora esistenti delle ville padronali. La linea difensiva di via Lavinia iniziava dalla batteria di san Bernardo oggi Punta Vagno; le due linee si univano poi fino al santuario della Madonna del Monte ed includeva le batterie di santa Tecla. E qui, dopo vani tentativi di sfondare, finì poi l’assedio in quanto i Francesi tentarono l’invasione del Piemonte attraverso il passo del Monginevro (battaglia dell’Assiette Luglio 1747) e quindi gli Austriaci furono costretti a ritirarsi ed accorrere in Piemonte. Della situazione militare durante l’assedio esistono disegni, ma il più interessante è un acquarello che riporta anche gli edifici dei sobborghi: si può vedere che in quell’epoca la Foce era già quasi tutta edificata: sembra mancare l’edificio più vicino al mare e quindi manca via del Gambero, e le case lungo l’attuale salita Fogliense: probabilmente manca proprio la salita, in quanto la chiesa di san Pietro è ancora presso le case, sulla spiaggia. Sono pure presenti due case del borgo di Rivale, presso l’angolo di nord-ovest del Lazzaretto.





sabato 25 aprile 2015

IL BISAGNO

Francesco Boero
(Bauer)

O BESAGNO   




 Anche se ci sono altre ipotesi, è abbastanza probabile che il toponimo Foce sia da mettere in relazione con il fatto che nella zona sfocia in mare il torrente Bisagno, che nasce a circa 30 km a valle nella zona della Scoffera sull'Appennino Ligure e che scende con regime molto incostante lungo una valle che nella zona pianeggiante (Borgo Incrociati) raggiungeva anche i 400 metri di ampiezza.
    Verso la metà dell'Ottocento inizia l'opera di arginatura per sottrarre ampi spazi del greto.Queste spese di arginatura venivano ripartite tra i comuni interessati, che, oltre a Genova, erano quelli di Staglieno, Marassi, San Fruttuoso, san Francesco d'Albaro e della Foce. Alle spese concorrevano anche la Provincia di Genova e il Genio Militare, ente particolarmente coinvolto, in quanto il Bisagno rappresentava anche un confine difensivo, essendo un naturale ostacolo all'avanzata di truppe da levante. Dopo l'annessione dei comuni limitrofi è Genova che decide riguardo al Bisagno: la prima proposta elaborata dagli uffici tecnici comunali prevedeva la deviazione del corso d'acqua, che avrebbe dovuto essere incanalato poco a monte di Borgo Incrociati per indirizzarlo verso piazza Tommaseo, recentemente costruita, per essere poi condotto al mare a sfociare sotto alla chiesa di San Pietro. In questo modo l'alveo del Bisagno sarebbe stato libero per la costruzione di molti nuovi caseggiati, mentre sarebbero rimaste le precedenti fortificazioni militari.
    Nel febbraio del 1874 viene predisposto un piano per la demolizione di queste fortificazioni, essendosi spostato il confine comunale a seguito dell'annessione dei comuni di levante, pur prevedendo di lasciare all'esercito una grande piazza d'armi sulla riva destra, a valle del ponte Pila fin sotto alle mura del Prato.
    Negli anni seguenti prende l'avvio l'elaborazione del piano regolatore (Piano delle Frazioni) che verrà approvato nel 1877, mentre qualche anno dopo (1884) inizierà la demolizione delle Fronti Basse, cioè delle fortificazioni nella sponda destra del Bisagno, che vengono sostituite da due tagliate molto profonde, una, la tagliata di Montesano, a monte della ferrovia, l'altra fra le mura del Prato, da cui prende nome, e la sponda destra del Bisagno, oltre ad un bunker sotto porta Pila, provvisto di numerose feritoie da cui si poteva sparare su chi tentasse di risalire il torrente tra le due tagliate.
    Ormai serve anche un nuovo ponte, soprattutto per collegare con una linea tramviaria, via XX Settembre con via Minerva (oggi corso Buenos Aires). Per questo nel 1892 viene progettato il ponte Bezzecca, anche in vista delle celebrazioni del quarto centenario della scoperta dell'America, per festeggiare la quale si pensa di realizzare una grande esposizione proprio sulla spianata del Bisagno.
    Intanto si provvede ad effettuare una nuova mappa catastale che sarà disponibile nel 1903.
    Nel frattempo si pensa di abbassare il Ponte Pila, che sovrastava gli argini, per cui dal 1887 in poi verranno abbassati di circa due metri e mezzo sia il ponte Pila che l'intero tracciato di via Minerva, portando la quota allo stesso livello della riva sinistra.
    A valle del nuovo ponte Bezzecca vengono realizzate arginature che, tra il 1893 e il '96, permettono di ricavare un'ampia strada sulla riva sinistra fra ponte Pila in direzione del cantiere Odero della Foce.
      Negli anni successivi si inizia a parlare di copertura del Bisagno, Il primo progetto viene presentato nel 1905 dall'ingegnere Giuseppe Cannovale che prevede di costruire otto condotti in cemento armato, perfettamente allineati, fra il ponte Pila e la foce del torrente. Il progetto prevede un'aiuola, da ricavarsi con riporto di terreno fertile sopra al condotto centrale, mentre sui condotti d'argine dovrebbero poggiare i portici dei palazzi che si prevede saranno costruiti.
    In questo momento, però, il Comune è alle prese con la vertenza in corso con il Genio Militare riguardo al pagamento dei lavori di demolizione delle Fronti Basse, che verrà risolta solo nel 1906 con un compromesso.In quell'anno perviene al Comune un secondo progetto per la copertura del Bisagno, redatto dall'ingegnere Benvenuto Pesce Maineri. E' un progetto diverso, in quanto prevede la rettifica dell'alveo dalla ferrovia al mare, con la costruzione di una strada, al di sopra,
     Per poter decidere quale sia la soluzione migliore, il Comune nomina una commissione che trascina per le lunghe i lavori, anche perché in quel momento appare molto più interessante il Piano di Albaro.
     Intanto nella spanata adiacente al torrente il meccanico Bartolo Uliana, un veneto trasferitosi a Genova, tenta nel gennaio del 1908 esperimenti di volo col suo aereo a due motori, partendo da una pista di 200 metri: i risultati non sono buoni e il meccanico attribuisce il suo insuccesso alla limitatezza della pista.
    Il 7 luglio dello stesso anno l'intera piana del Bisagno verrà invasa da una terribile alluvione.
    Poco dopo perviene al Comune un terzo progetto per la copertura del Bisagno, ad opera di tre ingegneri: Canepa, Fantoli e Inglese, che presentano il loro progetto al sindaco Gerolamo Da Passano, in cui si ipotizza la realizzazione di un canale a tre fornici.
     Ci sono nel frattempo altri progetti, come quello di Benvenuto Pesce che nel 1912 propone un viadotto ferroviario sul Bisagno, mentre Carlo Pfaltz nel 1907 aveva proposto di realizzare una Ferrovia Economica Sotterranea che attraversasse il Bisagno con un ponte analogo a quello della Ferrovia Orientale e sistemato dapprima in asse con via Tommaso Invrea, poi con via Antiochia.
    Nel 1914 si inizia a costruire nuovi caseggiati di tipo popolare sulla sponda sinistra del torrente Bisagno, a fianco del cantiere Odero. Contemporaneamente viene rimosso il conoide che ostruisce la foce del torrente, per evitare esondazioni.
      I lavori di sistemazione riprendono solo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e nel 1919 viene approvato il grandioso progetto di sistemazione del Bisagno. I lavori iniziano un paio di anni dopo, restringendo l'alveo del torrente a monte di ponte Pila per dare forma regolare a piazza Verdi e poi a piazza della Vittoria, dove verrà inaugurato il monumento ai caduti della Grande Guerra il 31 maggio 1931.
    Nel marzo del 1929 vengono iniziati i lavori per la copertura definitiva, a partire dal ponte della ferrovia. Il progetto è degli uffici comunali, guidati dagli ingegneri Parodi e Martinengo,  e la realizzazione della ditta Garbarino & Sciaccaluga che impiega circa 300 operai. A ottobre del 1929 la copertura è completata fino a ponte Pila, per cui è possibile attraversare il Bisagno con veicoli anche sull'asse di via Tommaso Invrea, mentre prima c'era solo una passerella pedonale. Nel 1931 la copertura arriva fino a un centinaio di metri a valle del ponte Bezzecca e già sono state poste le aiuole erbose.L'opera durerà sette anni e si concluderà nel 1936 con la saldatura tra le due sponde nei pressi della foce del torrente.
     
  

La Val Bisagno

L’orografia della valle varia moltissimo man mano che si risale il corso del torrente dalla foce fino alla sorgente (Passo della Scoffera). Morfologicamente il territorio della vallata può esser diviso in cinque zone: - la piana alluvionale, circondata da dolci declivi, che va dalla confluenza del rio Fereggiano alla foce; - le zone di Marassi e Quezzi, dove le pendenze dei rilievi si fanno più marcate; - Molassana, dove la valle si addolcisce e si presta agli usi agricoli (terrazzamenti) e gli insediamenti si distribuiscono su entrambi i versanti (Aggio-S.Siro, S.Eusebio, Serino, S.Cosimo, S.Martino, Fontanegli); - il tratto da Prato a Traso, con fondovalle strettissimo e pendii scoscesi; il segmento da Traso alla sorgente dove la valle è più aperta e menoripida e accoglie vari borghi (Davagna, Bargagli). Risalendo il corso del torrente, i rilievi sono costituiti da marna, roccia usata per la fabbricazione di calci idrauliche che spiega la larga presenza, in passato, di cave di calcare, di mulini e fabbriche che sfruttavano l’energia idraulica dei vicini torrenti per le attrezzature. Col materiale di scavo proveniente dagli anzidetti luoghi è stata edificata gran parte del centro storico. Le attività umane hanno inciso profondamente sull’aspetto del territorio: la piana della foce e le parti più alte dei rilievi sono da sempre state destinate alla coltivazione, quelle più ripide e meno soleggiate hanno mantenuto l’aspetto originario, con boschi soprattutto di castagno. La piana del Bisagno è la zona di Genova che presenta le testimonianze più antiche in assoluto della presenza dell’uomo: le prime tracce risalgono al periodo neolitico (V-IV millennio a.C.), nelle zone di Molassana e Traso. Gli insediamenti sono aumentati in epoca romana e sensibilmente dopo il Mille; il popolamento della valle è legato strettamente alle attività della vicina Genova, poiché la val Bisagno ne ha soddisfatto costantemente nel tempo il fabbisogno di prodotti agricoli e di manovalanza (i besagnin - contadini della val Bisagno). Tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo il popolamento sempre maggiore della valle ha cominciato ad essere regolato anche a livello amministrativo. Nel 1535 la popolazione ammontava a circa 12-13 mila abitanti (Giustiniani). Nonostante carestie, guerre ed epidemie, l’incremento della popolazione è proseguito costantemente nei secoli. Nell’Ottocento la valle è stata suddivisa in 14 comuni che a metà secolo contavano oltre 35.000 abitanti. Nel 1874  la Foce, Albaro, S.Martino, S.Fruttuoso, Marassi e Staglieno, fino ad allora comuni autonomi appartenenti alla Val Bisagno, sono diventati quartieri genovesi e nel 1926 sono stati annessi a Genova anche Molassana, Struppa e Bavari.Tra le opere realizzate prima delle varie annessioni si evidenziano: l’acquedotto, che si snodava lungo la vallata, dal Medioevo all’Ottocento ingrandito e migliorato strutturalmente (ponte sifone sul Veilino); le fortificazioni, a presidio della città e del territorio ad essa adiacente lungo tutta la bassa e media valle, caratterizzate da due cerchia di mura (quella cinquecentesca, dall’Acquasola alla Foce, e quella seicentesca, dalle mura del Prato alla Cima di Peralto); il castello di Molassana, esistente fin dal 990 (Curia di Genova); il cimitero di Staglieno, luogo degno di sepoltura per tanti poveri (circa due terzi della popolazione) i cui corpi erano solitamente gettati in grandi fosse comuni ai “mucchi dell’Acquasola” e dal ‘500 alla Foce presso il bastione della Strega (accanto all’Oratorio delle Anime Purganti) dove le esalazioni dei corpi in putrefazione appestavano l’aria circostante, gli ammassi di cadaveri offrivano immagini miserevoli, e le mareggiate trascinavano in acqua i poveri resti; il lazzaretto della Foce, la cui presenza risulta fin dal 1250, ampliato a metà ‘400, rinnovato completamente nel ‘500 e destinato a ospitare persone affette (o sospettate) da malattie contagiose. In seguito è stato utilizzato anche come bagno penale i cui detenuti erano impiegati in cantieri e in opere di pubblica utilità; i cantieri navali della Foce, di cui si ha notizia già dal ‘400 e la cui importanza è aumentata soprattutto con la produzione bellica del primo novecento (scompaiono definitivamente nel 1930). Nel tempo si sono anche persi, a causa dei vari interventi di ammodernamento: l’aspetto originario delle Fronti Basse, dove le mura si stagliavano dalla collina di Carignano a quella dello Zerbino; della porta Pila; dei ponti Pila e Bezzecca; della piana col torrente ancora scoperto, luogo di esercitazioni militari (i pompieri vi avevano i loro magazzini), di parate carnevalesche, di feste e tornei, di soste di carovane di nomadi, giocolieri, circensi, veggenti, ove nel 1892  si è tenuta l’Esposizione Colombiana e in seguito altre grandi manifestazioni. I cambiamenti di maggior rilievo sono avvenuti però a partire dagli anni ’50: il numero di abitanti della vallata è aumentato con ritmi esponenziali e conseguentemente anche lo sviluppo urbanistico.






















L'antico ponte medievale di Sant'Agata

IL CANTIERE NAVALE DELLA FOCE

Luciano Balzarini e Severino Fossati

La spianata alla foce del Bisagno, pur di ampiezza limitata, costituiva una risorsa preziosa in una città costretta tra le colline ed il mare sua principale fonte di ricchezza. L’area compresa tra l’attuale via A. Cecchi e la corsia nord di corso Marconi, e tra via C. Morin e via F. Aprile, a pianta quadrata,  fino agli inizi degli anni ’30, era circoscritta da un muro che tra l’altro, racchiudeva il cantiere navale Odero. Quest’area ultimamente apparteneva al Comune di Genova, ma in passato, dal Basso Medioevo, appartenne alla Repubblica, che l’utilizzava per vari scopi: era piazza d’armi per l’addestramento delle milizie, era area destinata alla Quarantena, a lazzaretto in caso di epidemie, ed alla costruzione di navi su incarico del Magistrato delle galee.
La menzione storicamente documentata più antica della costruzione di navi alla Foce è del 1471. In quell' anno  i Padri del Comune fanno affiggere alla Porta d’Archi, presso il ponte di Santa Zita, nel Prato della Lana ed in altri luoghi, un proclama con cui si proibisce l’asportazione di legname, ferramenta e arnesi dall’Arsenale e dal Comun de Zenoa in la Foxe.

Nel quadro di Cristoforo de Grassi che rappresenta Genova, eseguito nel 1597, che copia un quadro allora esistente del Beccari, (che il Poleggi data al 1481) si vedono, da una prospettiva alta sul mare, le piane della foce del Bisagno su cui cavalieri e fanti si stanno esercitando. Sulla sponda sinistra si notano alcune linee difficilmente interpretabili, che molti attribuiscono alle ordinate dello scafo di un galeone in costruzione. Difficilmente si tratta di una costruzione navale, perché se quelle linee rappresentassero le ordinate dello scafo, dovrebbe potersi riconoscere anche la chiglia, che deve venir impostata prima delle ordinate stesse perché esse si appoggiano sopra di essa e ne seguono la forma.  


Quadro Grassi, 1597 (particolare)
Nel 1576 ad « Fucem Bisanuus », per Marco D'Oria, si costruivano “galeoni” e vi lavorava come maestro d'ascia certo Masino. Altre navi si mettevano sullo scalo negli anni fino al 1594.
In una altra veduta di Genova del 1599 sono annotate sul Lido del Bisagno dal torrente a Capo San Vito, le seguenti località: il Lazareto, e il terreno fra il Lazzaretto e la Chiesa di San Pietro, denominato «La Foxe », un arenile che veniva assegnato per la costruzione delle navi.


Si ha documentazione di una licenza concessa al capitano Gio Paolo Marabotto, nel 1646, per la costruzione di un vascello che doveva essere armato con quattro cannoni provenienti dalla Fiandra, ci avverte che si lavorava alla Foce del Bisagno presso la Chiesa di San Pietro. Le indicazioni del sito dove si lavorava, oltre che dal documento citato, viene meglio spiegata dall'esatta indicazione topografica che risulta da un documento cartografico.






Baratta 1637


Non vanno dimenticate nella storia dei cantieri genovesi le manifatture che preparavano i materiali per i carpentieri e i maestri d'ascia. Erano le piccole industrie sparse nei paesi e nelle vallate vicino a Genova. Già nel 1454 si raccomanda, alle fabbriche di chiodi, la produzione degli stessi nella misura prescritta, al fine di non intralciare il lavoro delle maestranze navali e non mancavano nel sec. XV i fabbricanti di sartiame, e di coloro che provvedevano alberi per le navi e legno per il fasciame.
Nel 1467, sull'area della Foce esistevano le rovine di un  edificio che era stato adibito ad ospedale per gli appestati e per le malattie contagiose,  in quell'area furono costruiti gli scali e le officine di un cantiere navale e contemporaneamente in un fabbricato adiacente, ricostruito e allestito un lazzaretto, costituendo così un unico grande edificio.
Il fabbricato, nei primi anni del secolo XVI, veniva ampliato per ordine della Repubblica di Genova e per la munificenza di Ettore Vernazza e di Paolo Spinola. 
Foce Lazareto 1748  Carta rilevata da Matteo Vinzoni

Nel 1576, in seguilo al numero davvero impressionante di ammalati, nella città e nel limitrofo contado, subiva un nuovo ingrandimento sui disegni dell'architetto Giovanni Ponsello, coll'opera di Giorgio degli Agostoni e di Rocco Pellione senior, lombardi.



Il Lazzaretto in un quadro del 1830 (ca.) in cui si vede lo scarico
dell'Aqualonga che lo attraversa
Il cantiere navale della Foce e il Lazzaretto, colle altre proprietà dello Stato, passarono sotto il controllo della Repubblica democratica ligure, quando questa, il 4 giugno 1797, si sostituì all'aristocratica Repubblica di Genova, che era sorta nel 1528 per opera di Andrea Doria.
Negli anni intercorsi risultano, dai scarsi documenti pervenutici, varie costruzioni navali effettuate nel cantiere della Foce:

l     1546 nave di caratteristiche ignote
l     1576 galeone per Marco D’Oria
l     1594 altra nave
l     1599 ca. galeone costruito per capitano Gio Maria Torre
l     1646 vascello per capitano Gio Paolo Marabotto, armato con 4 cannoni
l     1666 vascello  con cannoni per scorta ai convogli
l     1750 ca. vengono costruiti tra il cantiere della Foce e quello di  Sampierdarena un vascello da 70 cannoni, (lungo 41.58 metri), uno o due da 64 cannoni, una fregata  da 36 cannoni

Non possediamo raffigurazioni pittoriche di queste navi che verosimilmente avevano  aspetti  simili a queste:

Fregata
 
Galeone
                     


                                              








           
Vascello
II Lazzaretto e il Cantiere servirono, nei 1797, in seguito alla guerra col Piemonte, per il concentramento dei prigionieri di guerra che arrecarono ai fabbricati e agli impianti seri danni, in particolar modo durante il blocco esercitato dalla flotta inglese al comando del vice ammiraglio Lord Keith nel 1800.
Subito dopo, essendo state accettate le proposte dei generali francesi Duphot e Lannes, comandanti militari di Genova e di Faipoult, ministro di Francia presso l'antica repubblica, l'edificio del Lazzaretto veniva unito alla sezione già in uso al cantiere, e vennero acquisiti alcuni orti confinanti, sulla cui area venne impiantata una fabbrica di cordami venendo a costituire  un grande cantiere ben strutturato in grado di  poter stare alla pari con quello di Tolone.
Inizia una era nuova per il Cantiere industrialmente evoluto, un periodo organizzato e ben documentato:


 Il periodo francese


L'attenzione di Napoleone per la zona della Foce s’era dichiarata subito. nel 1804 egli fece occupare dalla amministrazione della Marina francese tutto l’antico edificio del Lazzaretto,