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lunedì 29 novembre 2021
martedì 17 novembre 2020
UNA DIVINITA' ALLA FOCE
Passeggiando per le strade del “nostro quartiere” e più precisamente nella zona detta Foce a mare, in quella porzione di territorio che un tempo componeva il Borgo della Foce, possiamo osservare diversi stili architettonici dei palazzi che costeggiano le vie: in particolare, alla confluenza tra via Casaregis e corso Italia, trova ubicazione un edificio di civile abitazione, in stile Liberty, che ha attratto la nostra curiosità ma anche quella di numerose persone che abitano questa angolo cittadino.
Il caseggiato in oggetto, contraddistinto con il numero civico 1 di via Casaregis, ha una particolarità che dall’epoca della sua costruzione (1) fa discutere gli abitanti della Foce su chi veramente rappresenti la statua alata posta sulla sommità del palazzo.
Molti di coloro che si soffermano ad osservare la scultura ne danno un personale giudizio, da cui è scaturito il “nome popolare” attribuito all’edificio e cioè palazzo dell’angelo.
Coloro che conoscono l’epoca di costruzione dell’edificio (l’epoca del Ventennio), pensano a congetture fornendo una particolare opinione circa un’ingerenza fascista in questioni religiose: «guarda un angelo che fa il saluto romano». Rispetto alla “situazione originale” il manufatto è stato “modificato”, eliminando alcuni elementi decorativi, considerati “scomodi”: fasci littori e gli allori «simboli della forza e della grandezza», come ci riferisce lo stesso progettista all’interno dell’articolo Caseggiato della Vittoria apparso nella rivista Architettura Italiana (anno XXI, fascicolo 1, 1926, pp. 4 – 8). Occorre però subito rilevare che i giudizi popolari non corrispondono al soggetto che lo scultore voleva rappresentare e cioè alla personificazione della Vittoria Alata, quindi la divinità greca Nike.
Perché è
importante correggere questa falsa credenza? La risposta sembrerebbe banale ma
l’intenzione del Gruppo Antica Foce ha lo scopo di divulgare la “storia vera”
del nostro quartiere, dissipare le “nebbie del sapere”, ma soprattutto per
renderci consapevoli su come si è “evoluta” e come sia importante conoscere la
nostra identità culturale, della quale noi oggi siamo gli eredi.
Per quanto
riguarda il culto di Nike, come dea della vittoria, esso si diffuse dopo le
“guerre persiane”, ma non le fu tributato un culto individuale fino
all’Ellenismo, cioè fino all’epoca della morte di Alessandro Magno e della
successiva nascita dei regni ellenistici. In questo contesto si colloca la
celebre Nike di Samotracia rinvenuta
nel 1863 nell’isola di Samotracia, ed oggi posta nel Museo del Louvre.
L’iconografia della Nike posta sul palazzo, riprende proprio quella dell’isola
greca citata, nella quale la dea è poggiata con la gamba destra sulla prua
d’una nave, e con quella sinistra più arretrata, nell’atto di prendere il volo
con le ali spiegate.
Ma cosa
sappiamo di questa figura mitologica?
Consultando
i lemmi di varie enciclopedie il risultato ottenuto è il seguente: secondo la
scrittore Esiodo è la figlia del titano Pallante e della oceanina Stige, con
tre fratelli Cratos (la forza), Bia (la violenza), Zelos (la gelosia),
appartiene perciò alla prima stirpe divina, ed è anteriore agli Olimpici. Altre
tradizioni ne fanno una compagna di giochi di Atena: sarebbe stata allevata da
Pallante (l’eroe eponimo del Palatino), il quale le avrebbe consacrato un
tempio in cima alla sua collina, il Palatino (era il tempio che, in epoca
storica, si erigeva a lato del Clivus
Victoriae). Altri, infine, considerano Nike come un epiteto della dea
Atena.
Per
terminare è doveroso soffermarsi sulla personificazione della Vittoria presente
nel nostro inno nazionale: Goffredo Mameli immagina che «la Vittoria porga la
sua chioma all’Italia in segno di sottomissione in quanto è stata schiava di
Roma».
Un’ultima curiosità: la Vittoria Alata è il soggetto riprodotto in un francobollo celebrativo del Regno d’Italia del 1921 “dedicato” al decennale della vittoria in Libia.
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| Palazzo della Vittoria (1925) |
NOTA
(1) 1922 – 1923: progettato dall’Architetto Venceslao Borzani – Ferrara 10 ottobre 1873 / Genova 30 novembre 1926.
BIBLIOGRAFIA
Architettura Italiana, anno XXI, 1926 (Periodici Italiani Digitalizzati);
Il modernismo ligure firmato Borzani in il Giornale.it (articolo del 24/11/2006);
L’Universale – La Grande Eciclopedia Tematica: Enciclopedia della Mitologia, 2003, p.446;
Religioni e Miti – Dizionario Enciclopedico, 1984, Vol. 2, p. 450;
mercoledì 9 settembre 2020
I PALAZZI PIU’ ANTICHI DELLA FOCE
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Progetto di strada tra l'abitato della Pila e il Regio Cantiere di costruzioni navali (Archivio Storico Comune di Genova, inv. 1122/55) |
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| Facciata principale civico 17 |
giovedì 16 luglio 2020
UNA RIBOTTA FINITA MALE: BULLI E PUPE ALLA FOCE
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| Pierre Tetar Van Elven (1828-1908), La partenza dei Mille, Genova, Museo del Risorgimento |
venerdì 10 aprile 2020
GLI ORTI DELLA FOCE
Osservando alcune stampe di Genova (per esempio quella del Baratta) e portando lo sguardo a Levante oltre il Bisagno, ciò che ci salta subito agli occhi è l’ampio spiazzo quadrato circondato da muri (il Lazzaretto) e lo scoscendimento della collina che, digradando dolcemente, va a lambirlo.
Questo lembo della collina divide lo spazio in una parte affacciata al mare e, verso Nord, un’altra coltivata ad orti.
Tutto ciò rappresenta l’antico paese della Foce che, proprio per la sua conformazione, è stato popolato tanto da pescatori che da ortolani, i cosiddetti Bisagnini.
Dalle mappe della Foce della prima metà dell’Ottocento, possiamo constatare che, mentre le case dei pescatori sul mare sono raggruppate tanto da formare un piccolo borgo, quelle abitate dagli ortolani al di là della collina sono sparse nella campagna e dislocate sul percorso di una rete di viottoli. Di tutti questi viottoli oggi è rimasta traccia di uno solo, rappresentata dai vari tratti d’una via che di volta in volta è Via Lorenzo Pareto che idealmente si può congiungere con Passo Pareto che a sua volta, con l’immaginazione, deve essere collegata con Vicolo Chiuso Pareto. Quest’ultimo troncone lo si può imboccare da Via Finocchiaro Aprile e, se lo si percorre nel breve tratto ancora esistente, si possono ancora vedere le antiche case dei bisagnini della Foce.
Gli orti della Foce rappresentano l’ultimo tratto della piana del Bisagno che, come noto, è una pianura alluvionale. Durante le alluvioni il Bisagno straripava e, non incontrando ostacoli, si espandeva per ogni dove, lasciando, quando si ritraeva, uno strato benefico di limo che andava a fertilizzare gli orti, e ciò costituiva un gran vantaggio per i bisagnini. Un altro grosso vantaggio era la ricchezza delle acque sotterranee che venivano attinte con i congegni detti ‘cicogne’. Esse erano in uso già da tempi immemorabili: noi le possiamo vedere raffigurate per esempio nella stampa di Alessandro Baratta del 1637.
Non si sa quando i bisagnini si insediarono in questa piana: certamente i loro ortaggi divennero sempre più richiesti con l’’espandersi di Genova, per cui si può pensare che il loro numero sia cresciuto moltissimo dopo la costruzione delle mura del Seicento.
I bisagnini col passare del tempo divennero sempre più esperti nella loro arte tanto da divenire rinomati non solo in tutta Genova, ma anche nelle Riviere. A Genova, poi, anche oggi un qualsiasi fruttivendolo viene chiamato ‘besagnin’ per antonomasia.
I bisagnini ovviamente coltivavano qualsiasi tipo di ortaggio, ma quelli di cui andavano più orgogliosi erano i carciofi (il famoso carciofo spinoso violetto) e gli asparagi (l’asparago viola).
È interessante conoscere anche come i bisagnini della Foce commerciassero i frutti dei loro orti. All’alba di ogni mattina, sia con carretti a mano sia con carri trainati da muli, entravano nella città e si distribuivano nelle varie piazze ove si teneva mercato. Per entrare in città, dopo aver attraversato il Ponte Pila, oltrepassavano la Porta omonima (esiste tutt’ora e là si può vedere sopra la stazione Brignole) per giungere alla Porta degli Archi da cui si sparpagliavano in tutta la città.
Oggi sia gli orti della Foce che quelli di tutta la piana del Bisagno sono scomparsi in quanto, al loro posto, sono stati edificati i palazzi del piano regolatore di ampliamento del 1877.
A mano a mano che l’orto veniva occupato da una nuova costruzione, il bisagnino era costretto ad emigrare in altre località dove poteva continuare ad esercitare la propria attività. La località preferita dalla maggior parte dei bisagnini è stata Albenga, dove v’è una piana dalle caratteristiche molto simili a quella del Bisagno.
Ad Albenga i nostri bisagnini vi esportarono la loro arte ed esperienza. A questo proposito sono a disposizione numerose testimonianze orali di ortolani di Albenga che affermano che i loro nonni erano dei bisagnini.
domenica 19 gennaio 2020
VILLA OLLANDINI
Per conoscere la storia di Villa Ollandini e del palazzo sorto sulle sue macerie belliche:
https://zedprogetti.it/2019/08/04/villa-ollandini-genova-razionalismo-umanizzato/?fbclid=IwAR2So5Njj1yIO8lU9yRjlHd667tj6Pb6krHVF1EHBQDPjKlqKCFi2VQuvTE












