sabato 29 agosto 2015

LA CHIESA DI SAN PIETRO NEL BORGO DELLA FOCE… quattro secoli di storia

Daniele CAGNIN


INTRODUZIONE

Siamo giunti alla terza puntata di questo immaginario viaggio iniziato dal confine di levante della zona della Foce Antica, dove avevamo “ammirato” la chiesa dei SS. Nazario e Celso, proseguendo per una impervia crosa eravamo giunti nel luogo detto della Foce Alta nel quale era situata la chiesa di San Vito; scendendo per un’altra crosa, chiamata via del Cigno, giungiamo nel Borgo vero e proprio dell’abitato denominato Foce nel quale era collocata la cappella di San Pietro.
Oltre ad un percorso geografico, vogliamo ripercorrere in maniera cronologica, le fasi storiche che portarono alla “nascita” dell’agglomerato urbano della Foce.
Come da “tradizione consolidata” sappiamo che il “nostro quartiere” rimase disabitato fino agli inizi del secolo XV, consultando le fonti storiche tale “dato” è confermato pur se mi sembra preferibile fissare questo “episodio” nella seconda metà del XIV secolo. Fino a quest’epoca la proprietà di questa “vastità terriera” (1) apparteneva all’abbazia di Santo Stefano. Prima di questo periodo le uniche notizie riscontrate, che non ci forniscono un quadro completo degli edifici presenti e soprattutto non indicano la presenza di un insediamento abitativo tale da poter essere considerato “borgo”, possono essere considerate solo “brevi cenni”.
Queste citazioni sono state reperite consultando le fonti storiche cittadine, in modo specifico gli annalisti del Settecento, le quali sono già state utilizzate per i precedenti studi – ricerche: ho deciso di inserirle in questo nuovo lavoro per rinfrescare la mente del lettore. Nel luogo oggi chiamato “Capo Marina”, in “epoca romana” era presente un cimitero (2), nello stesso luogo, una leggenda (3) consolidatasi tra VI e VII secolo, fissa l’approdo dei SS. Martiri Nazario e Celso. Continuando a percorrere i secoli arriviamo al secolo X: nell’anno 987 la chiesa (o cappella) dei SS. Nazario e Celso è presente in una pergamena (4) riguardante il Giuspatronato dell’edificio sacro; nel periodo 920 – 940 è fissata la costruzione della Torre Saracena, diventata in seguito il campanile della chiesa dedicata ai già citati santi martiri.

sabato 13 giugno 2015

EDOARDO FIRPO, ’O POETA DE-A FOXE (Il poeta della Foce)

                                                                                                                               di Benito Poggio



Fiore in to gotto                                            Il fiore nel bicchiere

Gh’èa un çè frèido e lontan                                          Il cielo era freddo e lontano
de dato a-o bosco instecchio,                          sopra al bosco isterilito,
ma in ti ciànelli zà verdi                                    ma sui pianori già verdi
s’avrivan i colchici lilla;                                     germogliavano i fiori azzurrini;
ai pè de qualche muagetta                                            ai piedi di qualche muretto
spuntava a primma viovetta.                             spuntava la prima violetta.
Campann-e vegnivan a sciammi                                   E le campane rintoccavano
da-e lontananze di monti,                                             in lontananza dai monti,
da-i orizonti di anni,                                         dagli anni ormai trascorsi,
quande me paiva che o mondo                        allorché mi sembrava che il mondo
nasciuo o fosse con mi.                                                fosse proprio nato con me.
Aegue de primmaveja                                      Acque primaverili
sott’a-e rammette fiorie,                                               sotto i rametti in fiore,
comme me paiva che alloa                                           come mi pareva allora
cantasci solo pe mi!                                         che gorgogliaste soltanto per me!
Oh carovane de nuvie                                      Oh masse di nuvole
calme ai tramonti in sce-o mà                           quiete nei tramonti sul mare
e contemplae dietro a-i veddri,                        e contemplate dietro ai vetri
quanto m’éi faeto pensà!                                             quanto mi avete fatto rimuginare!
Me mèue Odisseo in te l’anima:                                   Mi muore l’Ulisse che è in me:
pe sempre cazze a mae veja:                            la mia vela si ammaina per sempre:
ritorno sens’ese partio.                                    ritorno ancor prima d’essere partito.
E òua me lascio portà                                      Ed ora mi lascio trasportare
e navego comme in te un fjord                         e navigo come fossi lungo un fiordo
da l’aegua morta e profonda                            dove l’acqua è calma e profonda
in t’unna taera do nord.                                               in un lontano paese del nord.
Malinconia                                                      Malinconia,
comme ciù fito deo tempo                                           tu distruggi le vicende del mondo
ti desfi e cose do mondo!                                            ancor più velocemente del tempo!
Ma e primmaveje ritornan                                           Ma le primavere fanno ritorno
e mi rinascio con lò.                                         e anch’io rinasco con esse.
Son comme o fiore in to gotto                          Sono come il fiore nel bicchiere
che mentre u mèue cianin                                             che mentre muore poco a poco
pe ogni sò che ritorna                                      ogni volta che c’è un po’ di sole
o se repiggia un pittin.                                      riprende un poco di brio.

La poesia che ho appena citato (e da me resa in italiano senza pretese di precisione, come tutte le altre qui riportate), fu pubblicata a Genova oltre ottant’anni fa, nel 1935, dall’editore Emiliano degli Orfini, nella raccolta omonima ed era preceduta da una prefazione di Eugenio Montale, il quale esprimeva, pur parco di elogi com’era per natura, lode e apprezzamento per la felice ispirazione di Firpo, per l’inconsueto equilibrio di espressione e per la sua particolare misura di linguaggio. Tutti possono cogliere quell’inizio così piano e colloquiale, ma così denso di senso poetico soggettivo (perché è il poeta che tale lo percepisce) e nel contempo universale (perché ogni lettore e tutti noi lo percepiamo così col poeta):

“Gh’èa un çè frèido e lontan”                           C’era un cielo freddo e lontano,

cielo freddo e lontano che, come una pesante cappa, si contrappone o meglio, si bilancia, quaggiù, sulla terra col

“bosco instecchio”                                          un bosco isterilito, sparso di radi arbusti rinsecchiti:

lunedì 11 maggio 2015

EVENTI BELLICI E PROGETTO DELLA DIGA



Severino Fossati

Tra la fine del ‘600 e l’inizio del '700 fu formulato un progetto di difesa militare che interessava particolarmente la Foce: si trattava di costruire una diga tra la collina di Carignano e quella di Albaro, poco a monte  del Lazzaretto e che in caso di bisogno poteva essere chiusa, formando un lago che avrebbe impedito agli eventuali nemici di accedere alla città da levante. 
Progetto della diga
Questa diga, nel progetto, era costituita da un ponte nell’area del torrente, ma le arcate potevano essere chiuse qualora la situazione lo avesse richiesto. Come si vede dal progetto, questo muro aveva un camminamento protetto, un rivellino verso il mare. Per la fortuna degli ortolani della zona non fu mai realizzato, anche perché esistevano le note complesse difese chiamate fronti basse  costruite in concomitanza con l’edificazione della cinta muraria del ’600. In effetti la zona in quegli anni fu interessata da eventi bellici che preoccuparono non poco le autorità della Repubblica: durante il noto bombardamento navale del 1684, le truppe francesi di Luigi XIV tentarono due sbarchi. Il primo sulla spiaggia di Sampierdarena, e il secondo presso la Foce del Bisogno, ma furono respinti in ambedue i casi. Alla Foce vi erano le batterie della Cava che potevano battere le imbarcazioni in avvicinamento, mentre quelle di Portiglielo, che si trovava sopra l’oratorio delle Anime, potevano colpire i nemici sulla spiaggia.
Durante la guerra di successione austriaca,
Schieramento delle truppe (1747)
dopo la cacciata degli Austriaci, a seguito del famoso episodio del Balilla del 1746, le truppe austriache attaccarono Genova nella notte tra il 12 e i1  Giugno 1747: arrivando da nord una colonna scese dalla sella di Bavari in direzione del Bisagno, mentre un’altra colonna arrivò a Torrazza. Da Bavari arrivarono a Sturla e a San Martino. Terminato l’effetto sorpresa, si fermarono lungo una linea difensiva costituita da via san Nazaro e via Lavinia che mettevano a disposizione gli alti muri tuttora esistenti delle ville padronali. La linea difensiva di via Lavinia iniziava dalla batteria di san Bernardo oggi Punta Vagno; le due linee si univano poi fino al santuario della Madonna del Monte ed includeva le batterie di santa Tecla. E qui, dopo vani tentativi di sfondare, finì poi l’assedio in quanto i Francesi tentarono l’invasione del Piemonte attraverso il passo del Monginevro (battaglia dell’Assiette Luglio 1747) e quindi gli Austriaci furono costretti a ritirarsi ed accorrere in Piemonte. Della situazione militare durante l’assedio esistono disegni, ma il più interessante è un acquarello che riporta anche gli edifici dei sobborghi: si può vedere che in quell’epoca la Foce era già quasi tutta edificata: sembra mancare l’edificio più vicino al mare e quindi manca via del Gambero, e le case lungo l’attuale salita Fogliense: probabilmente manca proprio la salita, in quanto la chiesa di san Pietro è ancora presso le case, sulla spiaggia. Sono pure presenti due case del borgo di Rivale, presso l’angolo di nord-ovest del Lazzaretto.





sabato 25 aprile 2015

IL BISAGNO

Francesco Boero
(Bauer)

O BESAGNO   




 Anche se ci sono altre ipotesi, è abbastanza probabile che il toponimo Foce sia da mettere in relazione con il fatto che nella zona sfocia in mare il torrente Bisagno, che nasce a circa 30 km a valle nella zona della Scoffera sull'Appennino Ligure e che scende con regime molto incostante lungo una valle che nella zona pianeggiante (Borgo Incrociati) raggiungeva anche i 400 metri di ampiezza.
    Verso la metà dell'Ottocento inizia l'opera di arginatura per sottrarre ampi spazi del greto.Queste spese di arginatura venivano ripartite tra i comuni interessati, che, oltre a Genova, erano quelli di Staglieno, Marassi, San Fruttuoso, san Francesco d'Albaro e della Foce. Alle spese concorrevano anche la Provincia di Genova e il Genio Militare, ente particolarmente coinvolto, in quanto il Bisagno rappresentava anche un confine difensivo, essendo un naturale ostacolo all'avanzata di truppe da levante. Dopo l'annessione dei comuni limitrofi è Genova che decide riguardo al Bisagno: la prima proposta elaborata dagli uffici tecnici comunali prevedeva la deviazione del corso d'acqua, che avrebbe dovuto essere incanalato poco a monte di Borgo Incrociati per indirizzarlo verso piazza Tommaseo, recentemente costruita, per essere poi condotto al mare a sfociare sotto alla chiesa di San Pietro. In questo modo l'alveo del Bisagno sarebbe stato libero per la costruzione di molti nuovi caseggiati, mentre sarebbero rimaste le precedenti fortificazioni militari.
    Nel febbraio del 1874 viene predisposto un piano per la demolizione di queste fortificazioni, essendosi spostato il confine comunale a seguito dell'annessione dei comuni di levante, pur prevedendo di lasciare all'esercito una grande piazza d'armi sulla riva destra, a valle del ponte Pila fin sotto alle mura del Prato.
    Negli anni seguenti prende l'avvio l'elaborazione del piano regolatore (Piano delle Frazioni) che verrà approvato nel 1877, mentre qualche anno dopo (1884) inizierà la demolizione delle Fronti Basse, cioè delle fortificazioni nella sponda destra del Bisagno, che vengono sostituite da due tagliate molto profonde, una, la tagliata di Montesano, a monte della ferrovia, l'altra fra le mura del Prato, da cui prende nome, e la sponda destra del Bisagno, oltre ad un bunker sotto porta Pila, provvisto di numerose feritoie da cui si poteva sparare su chi tentasse di risalire il torrente tra le due tagliate.
    Ormai serve anche un nuovo ponte, soprattutto per collegare con una linea tramviaria, via XX Settembre con via Minerva (oggi corso Buenos Aires). Per questo nel 1892 viene progettato il ponte Bezzecca, anche in vista delle celebrazioni del quarto centenario della scoperta dell'America, per festeggiare la quale si pensa di realizzare una grande esposizione proprio sulla spianata del Bisagno.
    Intanto si provvede ad effettuare una nuova mappa catastale che sarà disponibile nel 1903.
    Nel frattempo si pensa di abbassare il Ponte Pila, che sovrastava gli argini, per cui dal 1887 in poi verranno abbassati di circa due metri e mezzo sia il ponte Pila che l'intero tracciato di via Minerva, portando la quota allo stesso livello della riva sinistra.
    A valle del nuovo ponte Bezzecca vengono realizzate arginature che, tra il 1893 e il '96, permettono di ricavare un'ampia strada sulla riva sinistra fra ponte Pila in direzione del cantiere Odero della Foce.
      Negli anni successivi si inizia a parlare di copertura del Bisagno, Il primo progetto viene presentato nel 1905 dall'ingegnere Giuseppe Cannovale che prevede di costruire otto condotti in cemento armato, perfettamente allineati, fra il ponte Pila e la foce del torrente. Il progetto prevede un'aiuola, da ricavarsi con riporto di terreno fertile sopra al condotto centrale, mentre sui condotti d'argine dovrebbero poggiare i portici dei palazzi che si prevede saranno costruiti.
    In questo momento, però, il Comune è alle prese con la vertenza in corso con il Genio Militare riguardo al pagamento dei lavori di demolizione delle Fronti Basse, che verrà risolta solo nel 1906 con un compromesso.In quell'anno perviene al Comune un secondo progetto per la copertura del Bisagno, redatto dall'ingegnere Benvenuto Pesce Maineri. E' un progetto diverso, in quanto prevede la rettifica dell'alveo dalla ferrovia al mare, con la costruzione di una strada, al di sopra,
     Per poter decidere quale sia la soluzione migliore, il Comune nomina una commissione che trascina per le lunghe i lavori, anche perché in quel momento appare molto più interessante il Piano di Albaro.
     Intanto nella spanata adiacente al torrente il meccanico Bartolo Uliana, un veneto trasferitosi a Genova, tenta nel gennaio del 1908 esperimenti di volo col suo aereo a due motori, partendo da una pista di 200 metri: i risultati non sono buoni e il meccanico attribuisce il suo insuccesso alla limitatezza della pista.
    Il 7 luglio dello stesso anno l'intera piana del Bisagno verrà invasa da una terribile alluvione.
    Poco dopo perviene al Comune un terzo progetto per la copertura del Bisagno, ad opera di tre ingegneri: Canepa, Fantoli e Inglese, che presentano il loro progetto al sindaco Gerolamo Da Passano, in cui si ipotizza la realizzazione di un canale a tre fornici.
     Ci sono nel frattempo altri progetti, come quello di Benvenuto Pesce che nel 1912 propone un viadotto ferroviario sul Bisagno, mentre Carlo Pfaltz nel 1907 aveva proposto di realizzare una Ferrovia Economica Sotterranea che attraversasse il Bisagno con un ponte analogo a quello della Ferrovia Orientale e sistemato dapprima in asse con via Tommaso Invrea, poi con via Antiochia.
    Nel 1914 si inizia a costruire nuovi caseggiati di tipo popolare sulla sponda sinistra del torrente Bisagno, a fianco del cantiere Odero. Contemporaneamente viene rimosso il conoide che ostruisce la foce del torrente, per evitare esondazioni.
      I lavori di sistemazione riprendono solo dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e nel 1919 viene approvato il grandioso progetto di sistemazione del Bisagno. I lavori iniziano un paio di anni dopo, restringendo l'alveo del torrente a monte di ponte Pila per dare forma regolare a piazza Verdi e poi a piazza della Vittoria, dove verrà inaugurato il monumento ai caduti della Grande Guerra il 31 maggio 1931.
    Nel marzo del 1929 vengono iniziati i lavori per la copertura definitiva, a partire dal ponte della ferrovia. Il progetto è degli uffici comunali, guidati dagli ingegneri Parodi e Martinengo,  e la realizzazione della ditta Garbarino & Sciaccaluga che impiega circa 300 operai. A ottobre del 1929 la copertura è completata fino a ponte Pila, per cui è possibile attraversare il Bisagno con veicoli anche sull'asse di via Tommaso Invrea, mentre prima c'era solo una passerella pedonale. Nel 1931 la copertura arriva fino a un centinaio di metri a valle del ponte Bezzecca e già sono state poste le aiuole erbose.L'opera durerà sette anni e si concluderà nel 1936 con la saldatura tra le due sponde nei pressi della foce del torrente.
     
  

La Val Bisagno

L’orografia della valle varia moltissimo man mano che si risale il corso del torrente dalla foce fino alla sorgente (Passo della Scoffera). Morfologicamente il territorio della vallata può esser diviso in cinque zone: - la piana alluvionale, circondata da dolci declivi, che va dalla confluenza del rio Fereggiano alla foce; - le zone di Marassi e Quezzi, dove le pendenze dei rilievi si fanno più marcate; - Molassana, dove la valle si addolcisce e si presta agli usi agricoli (terrazzamenti) e gli insediamenti si distribuiscono su entrambi i versanti (Aggio-S.Siro, S.Eusebio, Serino, S.Cosimo, S.Martino, Fontanegli); - il tratto da Prato a Traso, con fondovalle strettissimo e pendii scoscesi; il segmento da Traso alla sorgente dove la valle è più aperta e menoripida e accoglie vari borghi (Davagna, Bargagli). Risalendo il corso del torrente, i rilievi sono costituiti da marna, roccia usata per la fabbricazione di calci idrauliche che spiega la larga presenza, in passato, di cave di calcare, di mulini e fabbriche che sfruttavano l’energia idraulica dei vicini torrenti per le attrezzature. Col materiale di scavo proveniente dagli anzidetti luoghi è stata edificata gran parte del centro storico. Le attività umane hanno inciso profondamente sull’aspetto del territorio: la piana della foce e le parti più alte dei rilievi sono da sempre state destinate alla coltivazione, quelle più ripide e meno soleggiate hanno mantenuto l’aspetto originario, con boschi soprattutto di castagno. La piana del Bisagno è la zona di Genova che presenta le testimonianze più antiche in assoluto della presenza dell’uomo: le prime tracce risalgono al periodo neolitico (V-IV millennio a.C.), nelle zone di Molassana e Traso. Gli insediamenti sono aumentati in epoca romana e sensibilmente dopo il Mille; il popolamento della valle è legato strettamente alle attività della vicina Genova, poiché la val Bisagno ne ha soddisfatto costantemente nel tempo il fabbisogno di prodotti agricoli e di manovalanza (i besagnin - contadini della val Bisagno). Tra l’undicesimo e il tredicesimo secolo il popolamento sempre maggiore della valle ha cominciato ad essere regolato anche a livello amministrativo. Nel 1535 la popolazione ammontava a circa 12-13 mila abitanti (Giustiniani). Nonostante carestie, guerre ed epidemie, l’incremento della popolazione è proseguito costantemente nei secoli. Nell’Ottocento la valle è stata suddivisa in 14 comuni che a metà secolo contavano oltre 35.000 abitanti. Nel 1874  la Foce, Albaro, S.Martino, S.Fruttuoso, Marassi e Staglieno, fino ad allora comuni autonomi appartenenti alla Val Bisagno, sono diventati quartieri genovesi e nel 1926 sono stati annessi a Genova anche Molassana, Struppa e Bavari.Tra le opere realizzate prima delle varie annessioni si evidenziano: l’acquedotto, che si snodava lungo la vallata, dal Medioevo all’Ottocento ingrandito e migliorato strutturalmente (ponte sifone sul Veilino); le fortificazioni, a presidio della città e del territorio ad essa adiacente lungo tutta la bassa e media valle, caratterizzate da due cerchia di mura (quella cinquecentesca, dall’Acquasola alla Foce, e quella seicentesca, dalle mura del Prato alla Cima di Peralto); il castello di Molassana, esistente fin dal 990 (Curia di Genova); il cimitero di Staglieno, luogo degno di sepoltura per tanti poveri (circa due terzi della popolazione) i cui corpi erano solitamente gettati in grandi fosse comuni ai “mucchi dell’Acquasola” e dal ‘500 alla Foce presso il bastione della Strega (accanto all’Oratorio delle Anime Purganti) dove le esalazioni dei corpi in putrefazione appestavano l’aria circostante, gli ammassi di cadaveri offrivano immagini miserevoli, e le mareggiate trascinavano in acqua i poveri resti; il lazzaretto della Foce, la cui presenza risulta fin dal 1250, ampliato a metà ‘400, rinnovato completamente nel ‘500 e destinato a ospitare persone affette (o sospettate) da malattie contagiose. In seguito è stato utilizzato anche come bagno penale i cui detenuti erano impiegati in cantieri e in opere di pubblica utilità; i cantieri navali della Foce, di cui si ha notizia già dal ‘400 e la cui importanza è aumentata soprattutto con la produzione bellica del primo novecento (scompaiono definitivamente nel 1930). Nel tempo si sono anche persi, a causa dei vari interventi di ammodernamento: l’aspetto originario delle Fronti Basse, dove le mura si stagliavano dalla collina di Carignano a quella dello Zerbino; della porta Pila; dei ponti Pila e Bezzecca; della piana col torrente ancora scoperto, luogo di esercitazioni militari (i pompieri vi avevano i loro magazzini), di parate carnevalesche, di feste e tornei, di soste di carovane di nomadi, giocolieri, circensi, veggenti, ove nel 1892  si è tenuta l’Esposizione Colombiana e in seguito altre grandi manifestazioni. I cambiamenti di maggior rilievo sono avvenuti però a partire dagli anni ’50: il numero di abitanti della vallata è aumentato con ritmi esponenziali e conseguentemente anche lo sviluppo urbanistico.






















L'antico ponte medievale di Sant'Agata

IL CANTIERE NAVALE DELLA FOCE

Luciano Balzarini e Severino Fossati

La spianata alla foce del Bisagno, pur di ampiezza limitata, costituiva una risorsa preziosa in una città costretta tra le colline ed il mare sua principale fonte di ricchezza. L’area compresa tra l’attuale via A. Cecchi e la corsia nord di corso Marconi, e tra via C. Morin e via F. Aprile, a pianta quadrata,  fino agli inizi degli anni ’30, era circoscritta da un muro che tra l’altro, racchiudeva il cantiere navale Odero. Quest’area ultimamente apparteneva al Comune di Genova, ma in passato, dal Basso Medioevo, appartenne alla Repubblica, che l’utilizzava per vari scopi: era piazza d’armi per l’addestramento delle milizie, era area destinata alla Quarantena, a lazzaretto in caso di epidemie, ed alla costruzione di navi su incarico del Magistrato delle galee.
La menzione storicamente documentata più antica della costruzione di navi alla Foce è del 1471. In quell' anno  i Padri del Comune fanno affiggere alla Porta d’Archi, presso il ponte di Santa Zita, nel Prato della Lana ed in altri luoghi, un proclama con cui si proibisce l’asportazione di legname, ferramenta e arnesi dall’Arsenale e dal Comun de Zenoa in la Foxe.

Nel quadro di Cristoforo de Grassi che rappresenta Genova, eseguito nel 1597, che copia un quadro allora esistente del Beccari, (che il Poleggi data al 1481) si vedono, da una prospettiva alta sul mare, le piane della foce del Bisagno su cui cavalieri e fanti si stanno esercitando. Sulla sponda sinistra si notano alcune linee difficilmente interpretabili, che molti attribuiscono alle ordinate dello scafo di un galeone in costruzione. Difficilmente si tratta di una costruzione navale, perché se quelle linee rappresentassero le ordinate dello scafo, dovrebbe potersi riconoscere anche la chiglia, che deve venir impostata prima delle ordinate stesse perché esse si appoggiano sopra di essa e ne seguono la forma.  


Quadro Grassi, 1597 (particolare)
Nel 1576 ad « Fucem Bisanuus », per Marco D'Oria, si costruivano “galeoni” e vi lavorava come maestro d'ascia certo Masino. Altre navi si mettevano sullo scalo negli anni fino al 1594.
In una altra veduta di Genova del 1599 sono annotate sul Lido del Bisagno dal torrente a Capo San Vito, le seguenti località: il Lazareto, e il terreno fra il Lazzaretto e la Chiesa di San Pietro, denominato «La Foxe », un arenile che veniva assegnato per la costruzione delle navi.


Si ha documentazione di una licenza concessa al capitano Gio Paolo Marabotto, nel 1646, per la costruzione di un vascello che doveva essere armato con quattro cannoni provenienti dalla Fiandra, ci avverte che si lavorava alla Foce del Bisagno presso la Chiesa di San Pietro. Le indicazioni del sito dove si lavorava, oltre che dal documento citato, viene meglio spiegata dall'esatta indicazione topografica che risulta da un documento cartografico.






Baratta 1637


Non vanno dimenticate nella storia dei cantieri genovesi le manifatture che preparavano i materiali per i carpentieri e i maestri d'ascia. Erano le piccole industrie sparse nei paesi e nelle vallate vicino a Genova. Già nel 1454 si raccomanda, alle fabbriche di chiodi, la produzione degli stessi nella misura prescritta, al fine di non intralciare il lavoro delle maestranze navali e non mancavano nel sec. XV i fabbricanti di sartiame, e di coloro che provvedevano alberi per le navi e legno per il fasciame.
Nel 1467, sull'area della Foce esistevano le rovine di un  edificio che era stato adibito ad ospedale per gli appestati e per le malattie contagiose,  in quell'area furono costruiti gli scali e le officine di un cantiere navale e contemporaneamente in un fabbricato adiacente, ricostruito e allestito un lazzaretto, costituendo così un unico grande edificio.
Il fabbricato, nei primi anni del secolo XVI, veniva ampliato per ordine della Repubblica di Genova e per la munificenza di Ettore Vernazza e di Paolo Spinola. 
Foce Lazareto 1748  Carta rilevata da Matteo Vinzoni

Nel 1576, in seguilo al numero davvero impressionante di ammalati, nella città e nel limitrofo contado, subiva un nuovo ingrandimento sui disegni dell'architetto Giovanni Ponsello, coll'opera di Giorgio degli Agostoni e di Rocco Pellione senior, lombardi.



Il Lazzaretto in un quadro del 1830 (ca.) in cui si vede lo scarico
dell'Aqualonga che lo attraversa
Il cantiere navale della Foce e il Lazzaretto, colle altre proprietà dello Stato, passarono sotto il controllo della Repubblica democratica ligure, quando questa, il 4 giugno 1797, si sostituì all'aristocratica Repubblica di Genova, che era sorta nel 1528 per opera di Andrea Doria.
Negli anni intercorsi risultano, dai scarsi documenti pervenutici, varie costruzioni navali effettuate nel cantiere della Foce:

l     1546 nave di caratteristiche ignote
l     1576 galeone per Marco D’Oria
l     1594 altra nave
l     1599 ca. galeone costruito per capitano Gio Maria Torre
l     1646 vascello per capitano Gio Paolo Marabotto, armato con 4 cannoni
l     1666 vascello  con cannoni per scorta ai convogli
l     1750 ca. vengono costruiti tra il cantiere della Foce e quello di  Sampierdarena un vascello da 70 cannoni, (lungo 41.58 metri), uno o due da 64 cannoni, una fregata  da 36 cannoni

Non possediamo raffigurazioni pittoriche di queste navi che verosimilmente avevano  aspetti  simili a queste:

Fregata
 
Galeone
                     


                                              








           
Vascello
II Lazzaretto e il Cantiere servirono, nei 1797, in seguito alla guerra col Piemonte, per il concentramento dei prigionieri di guerra che arrecarono ai fabbricati e agli impianti seri danni, in particolar modo durante il blocco esercitato dalla flotta inglese al comando del vice ammiraglio Lord Keith nel 1800.
Subito dopo, essendo state accettate le proposte dei generali francesi Duphot e Lannes, comandanti militari di Genova e di Faipoult, ministro di Francia presso l'antica repubblica, l'edificio del Lazzaretto veniva unito alla sezione già in uso al cantiere, e vennero acquisiti alcuni orti confinanti, sulla cui area venne impiantata una fabbrica di cordami venendo a costituire  un grande cantiere ben strutturato in grado di  poter stare alla pari con quello di Tolone.
Inizia una era nuova per il Cantiere industrialmente evoluto, un periodo organizzato e ben documentato:


 Il periodo francese


L'attenzione di Napoleone per la zona della Foce s’era dichiarata subito. nel 1804 egli fece occupare dalla amministrazione della Marina francese tutto l’antico edificio del Lazzaretto,

martedì 21 aprile 2015

LA CHIESA DI SAN VITO


Daniele Cagnin


ecclesiuncula s. Viti cum domuncula, sitam in bisanne in capite Albarii,
prope et versus fucem bisannis(Gregorio De Ponte – 17 agosto 1433)


PREFAZIONE
Come accennato nella “precedente puntata” il compito che mi sono assunto, è quello di narrare le vicende storiche che hanno caratterizzato gli edifici sacri della Foce antica.
Riprendo il viaggio camminando per quei luoghi indicati, in maniera popolare, con il toponimo di Foce Alta.
Su questo “accenno di collina”, un tempo aveva sede una piccola chiesa attualmente scomparsa dal nostro sguardo (perché demolita nella seconda metà del secolo XIX), e dalla memoria storica dei professionisti accademici: lo stesso destino della chiesa dei Santi Nazario e Celso.
Per “accompagnare” il lettore in questo “secondo itinerario”, cercando di catapultarlo in una “visione del passato”, descriverò la collina così come si poteva trovare all’inizio del XV secolo: «un poggio poco lontano dalla città ma abbastanza solitario per carenza di abitanti, sovrastante alla foce del Bisagno, bene arieggiato aperto alla brezza refrigerante del sottostante mare: da lontano doveva mostrarsi “ameno e caratteristico” 1; la chiesa, in senso artistico, faceva da coronamento al colle apparendo “seduta a cavaliere” 2: vi si poteva accedere da due lati, dalla salita che partiva dalla Foce e da una via semipiana proveniente da Albaro». Ai nostri giorni la “gradevole visione” appena fornita è ridotta ad un piccolo angolo dell’attuale via San Vito.
La dedicazione della chiesa, a cui si è fatto riferimento nella descrizione sopra esposta, era san Vito (martire dell’inizio del IV secolo) e tale vi rimase fino all’inizio del XV secolo. Dopo la ristrutturazione di tutto il complesso, operato proprio nel Quattrocento, e la realizzazione di un convento la dedicazione cambia diventando Sant’Ilarione (monaco di origini orientali vissuto a cavallo tra III e IV secolo).
Come per la precedente puntata, per rendere più agevole la lettura di questa “relazione”, ho diviso il lavoro in quattro capitoli, seguendo in maniera cronologica il loro svolgimento: la chiesa di San Vito (fino al secolo XV), il convento di Sant’Ilarione (secolo XV), il “Tramonto” (dal secolo XVI al secolo XVIII) la villa Ollandini (secolo XIX).
E’ doveroso portare a conoscenza, pur se con alcuni limiti, notizie sulla “nostra Foce”: buona lettura.
1 CAPITOLO – LA CHIESA DI SAN VITO
Introduzione storica
La descrizione del territorio presentata nella prefazione, come già accennato, può essere riferita al XV secolo, ma potrebbe essere attribuita anche all’epoca della “fondazione”, quindi almeno a quattro secoli primi. Per avvalorare una tale affermazione dobbiamo prendere in “prestito” alcuni pensieri già espressi nella descrizione della chiesa dei Santi Nazario e Celso.
E’ opinione comune che fino all’inizio del XV secolo la zona della Foce era “disabitata”, l’unica costruzione esistente era un mulino citato in alcuni documenti del XII secolo. Dall’anno 9873i monaci benedettini di Santo Stefano divennero proprietari di un territorio che dalle sponde del Bisagno spaziava al rivo Vernazza, e dalla strada Romea fino al mare4(Cum decimis et primiciis ad supradictam Ecclesiam pertinentibus, per fines et spacia locorum a flusio Vesano usque rivo Vernazola et a via publica usque in mare), quindi anche del “colle di san Vito”.
Pur essendo una “zona di campagna”, appare poco attendibile la definizione del Vigna5che la considera una chiesa rurale: tale definizione è da riferire all’istituzione tipica del Medioevo, finanziata o da un vescovo o da un feudatario che serviva a diffondere il culto cristiano nelle campagne ancora pagane. Quindi non è il caso di San Vito che giuridicamente si ritrovava soggetta alla vicina chiesa di San Nazario: con ogni probabilità la chiesa era concepita come “villeggiatura” 6.


La fondazione
Per analizzare al meglio le vicende storiche è fondamentale, per compiere un’accurata ricerca, consultare le fonti antiche: per ciò che concerne il periodo della “costruzione” i dati a nostra disposizione sono molto scarsi ed alcuni sono da riferire a commenti postumi.
In merito alla “fondazione” della chiesa (o cappella) di San Vito si possono formulare solamente alcune ipotesi: nel precedente paragrafo ho accennato ad un probabile periodo da fissare all’XI secolo, ma non esiste documentazione a supporto di tale tesi.
Gli “storici locali” dell’Ottocento affrontano l’argomento in modo vago: l’Alizieri7è forse il più “sbrigativo” affermando che il tempietto di quanta antichità non so dirvelo; il Remondini8, invece, fissa ad un secolo ben preciso il periodo della fondazione: come luogo sacro a S. Vito abbiamo memorie antichissime che ce lo mostrano anteriore al secolo X, tale spiegazione appare molto evasiva è poco approfondita.
Comparando i dati a disposizione con la precedente ricerca, abbiamo che il secolo XI è l’epoca in cui le chiese di pertinenza dei monaci benedettini, come Santo Stefano, San Siro e Santa Sabina, vennero restaurate: quindi fissare a quest’epoca la fondazione di San Vito non è del tutto inesatto.
Le vicende storiche di San Vito (secoli XI – XIV)
La “notizia” più antica a nostra disposizione è dell’XI secolo (ottobre 10799) ed è riportata nel Cartario Genovese10del 1870, quindi uno “studio moderno” eseguito dal Poch. Nella trascrizione dell’atto è citata la chiesa di San Vito: in loco et fundo Albario prope Ecclesia Sancti Viti (vendita della metà di un pastino11sito presso la chiesa).
Per il XII secolo sono state reperite due date: 1146 e 1193. Nella precedente “pubblicazione” 12, davo notizia che le “concessioni” fatte ai monaci benedettini sulla chiesa di San Nazario, nel secolo X, furono confermate successivamente dai vari pontefici, tutto ciò avvenne anche nel caso di San Vito: l’Alizieri13ci dice che nel 1146 con altre chiese da notarsi più tardi, cedette in balia degli abati di S. Stefano; il Remondini14, espone in maniera approfondita il suo pensiero riferendo che una chiesa o cappella vi esisteva nel 1146, e spettava ai Benedettini di S. Stefano giusta la Bolla di Celestino III Monet nos del 14 febbraio 1193 all’abate Guidone15esistente nell’Archivio Arcivescovile.
Del secolo XIII è stato consultato l’originale di un atto a rogito del notaio Salomone16(redatto in data 20 marzo 1224, per la nomina del Rettore della chiesa dei Santi Nazario e Celso), nel quale è presente come teste, il prete Anselmo della chiesa di San Vito di Albaro (presbiter Anselmi de Sancto Vitto de Albario). I tre storici citati fin ora (Alizieri, Remondini e Vigna) segnalano sempre per il secolo XIII, ma con il beneficio del dubbio, una lapide17datata 1293 della quale non sono certi fosse appartenuta alla chiesa suddetta.
Le notizie relative al secolo XIV, pur essendo limitate e “sparpagliate”, possono essere considerate attendibili perché estrapolate da documenti originali, analizziamole in successione. Per l’anno 1311 sappiamo che il rettore è un certo Prete Giovannino (o Giannino?), lo si può leggere nel Syndicatus18(7 giugno 1311): presbyter Januinus minister Sancti Victi de Albario; il Remondini19ipotizza che San Vito poteva essere succursale di San Nazario, ma risulta poco credibile. Nel 1346 il rettore è un certo Prete Bernardo, così come risulta dalle Compere del Sale20: Ecclesia Sancti Viti de Albario, Domino Presbyter Bernardi. Nel 1360, come citato dal Cambiaso21, le “tasse” spettanti alla chiesa di San Vito di Albaro erano pari a 2 soldi e 6 denari. Nell’Illustrazione del Registro Arcivescovile22è presente, per l’anno 1387, l’Atto di riparto della tassa straordinaria imposta sulle chiese e gli altri luoghi pii dell’Arcivescovato di Genova: per la chiesa in oggetto abbiamo un importo di denari 6; ancora una volta il Remondini23fornisce un suo personale giudizio su tale notizia considerando l’edificio sacro ben poca cosa e la tassa infima fra tutte le chiese della città e sobborghi

lunedì 20 aprile 2015

UN ACQUEDOTTO MARINO? OGGI POTREBBE ESSERE UTILE?

Francesco Boero

L’uso dell’acqua di mare per alcune tipologie di servizi potrebbe un giorno ritornare d’attualità e, probabilmente, qualcuno, ormai non più giovane, ricorderà suo padre, un suo parente o un altro anziano, che gli aveva parlato di un acquedotto marino funzionante nel periodo tra le due guerre mondiali e, con molte difficoltà, nel periodo postbellico fino alla fine degli anni ’70.
In effetti, le prolungate siccità degli anni 1922 e 23 avevano spinto l’Amministrazione del Municipio di Genova a prendere in considerazione (Deliberazione del C.C. n. 53 del 8 maggio 1922 e Atto del Commissario Prefettizio n. 112 del 3 giugno 1924), in attesa della realizzazione dell’acquedotto del Val Noci, l’esecuzione (primi in Italia) del già progettato Acquedotto Marino per i servizi pubblici cittadini.
A quel tempo l’utilizzo dell’acqua di mare per servizi alla cittadinanza, oltre che a Genova (per mezzo degli impianti di pompaggio delle Batterie del Vagno e Strega e dei carri botte per l’innaffiamento), era già stato adottato con soddisfacente successo da diverse città inglesi, tra cui Liverpool, e francesi, tra cui Le Havre.




A favorire l’utilizzo di tale risorsa hanno concorso, in particolare negli anni Venti e Trenta: