lunedì 3 dicembre 2018

BREVI CENNI PERSONALI SU LUIGI TENCO


Edoardo Maraglino

È necessario, per quanto attiene a ciò di cui voglio parlare, che mi presenti: mi chiamo Edoardo Maragliano e sono nato a Genova il 26 aprile 1938. Ho quindi ottant’anni e naturalmente ho molti ricordi, soprattutto della giovinezza, tra cui quelli legati alla mia frequentazione con i cantautori della Foce, in particolare Luigi Tenco.
Per parlare di questi episodi devo far risalire i ricordi ad almeno settant’anni fa, quando frequentavo le scuole medie, presso l’allora Istituto Parini di Corso Torino. Ho avuto la “ventura” d’essere capitato non solo nella stessa classe di Tenco, ma addirittura d’essergli stato compagno di banco.
La professoressa di Lettere, tal Cesarina Mariconti, era terribile: dico terribile perché quando le nostre mamme le andavano a parlare, ritornavano deluse del nostro profitto e molte volte ci castigavano.
Una delle cose che più faceva arrabbiare Luigi era il “metodo” con cui l’insegnante correggeva i temi: quasi ad ogni frase poneva dei “numerini” a cui corrispondevano delle note; ogni nota rappresentava un suggerimento critico su come si sarebbe potuto cambiare la frase: ma molte volte la correzione stessa stravolgeva quello che in realtà si voleva dire. Il carattere di Luigi, così determinato in ciò che voleva e così versato (?) al risentimento, l’ho potuto valutare proprio dalle sue reazioni nel momento in cui la docente ci consegnava i temi corretti con tutti quei numerini, di cui soprattutto Luigi non riusciva a comprendere le ragioni.
Luigi, già allora, rivelava un carattere che mal tollerava le critiche su qualcosa che per lui era invece molto importante e che non avrebbe dovuto essere corretto.
Ma prima di proseguire nei ricordi, devo prendere in esame un’immagine a cui per ovvi motivi io non avevo mai pensato, mentre per molti è tutto ciò che riguarda il mito su Tenco. Non mi sono mai reso conto di quanto sia stato importante essere stato suo compagno di banco, fino a quando non mi è capitato un avvenimento che voglio raccontare perché emblematico. Mi trovavo a Bari per un congresso medico: tra i partecipanti era presente una dottoressa, che avendo saputo che ero di Genova, mi domandò se le potevo fornire notizie inedite sui cantautori. Quando le dissi che non solo avevo conosciuto Tenco, ma che ero stato il suo compagno di classe, mi guardò tutta sorpresa e poi con le lacrime agli occhi mi abbracciò dicendo che tramite la mia persona poteva in qualche modo abbracciare Tenco.
Dopo questa “digressione”, che getta una luce diversa su Tenco, perché lo fa apparire come uno dei miti della Canzone Italiana, torno ai miei ricordi. La mamma di Luigi aveva un negozio di vini all’angolo tra via Rimassa e via Cecchi che si chiamava ENOS. Questo negozio, avendo un soffitto molto alto, era stato soppalcato e, proprio su quel soppalco, quando uscivamo da scuola, Luigi mi invitava a fare i compiti. È necessario che chi legge queste righe, provi a immaginarsi Genova settant’anni fa: automobili ve n’erano pochissime, le strade erano quasi vuote da automobili in parcheggio, mentre si potevano incontrare tanti ragazzi che vi giocavano. come se fossero state dei cortili privati.
S’inventavano tanti giochi e ci si divertiva con pochissimo: bastava avere un gessetto ed allora si disegnavano le piste per giocare alle grette, il nome genovese dei tappini della birra.
A questo proposito mi ricordo che Luigi ne aveva una molto speciale di cui andava orgogliosissimo, in quanto, secondo lui, gli consentiva di arrivare sempre primo: in caso contrario s’inalberava subito, adducendo scuse. Ecco un altro aspetto che delinea il carattere di Luigi e cioè di uno che voleva sempre vincere!
Gli anni passarono e ovviamente anche i nostri giochi si modificavano. Era il periodo in cui nei bar apparirono i primi flipper e noi ne andavamo matti. All’angolo tra via Casaregis e via Cecchi v’era un bar il cui nome era IGEA.
In quel tempo, e cioè intorno agli anni Cinquanta – Sessanta, questo bar era frequentato dai cantautori genovesi e tra questi coloro che lo frequentavano più assiduamente era Bruno Lauzi e Luigi Tenco.
Lauzi me lo ricordo sempre con la chitarra a tracolla; intorno a lui si formavano gruppetti di ragazzi che gli chiedevano di cantare qualche canzone in voga, e lui era contentissimo di cantare con loro.
Gli anni dell’adolescenza sono passati così. Le scuole medie erano terminate e noi alunni della sezione legata alla Professoressa Mariconti ci separammo: chi ai Licei, chi al Nautico, chi agli Istituti Tecnici.
Per molto tempo persi di vista Tenco: solo una volta lo incontrai in via Casaregis in compagnia d’una bellissima ragazza: ci salutammo cordialmente e lui me la presentò… era Stefania Sandrelli.


Schegge de arregordi in sce-o Luigi Tenco

Edoardo Maragliano

Se o Luigi Tenco o fïse ancon in vitta, o l’aviéiva a mæ etæ perché semmo da mæxima leva do 1938.                                                                                                                                                 
In sce lê gh’ho di arregordi che çerchïo de contâ.                                                                      
O Luigi e mi stavimo (mi ancon aoa) a-a Foxe, frequentavimo non solo a mæxima scheua de corso Torin, ma ascì a mæxima classe, ä dreittûa eivimo compagni de banco.                                                                                                                                              
A scheua de corso Torin allöa a se ciammava “Giuseppe Parini”, e comme insegnante de Lettere aveivimo ‘na professoressa assæ rigorosa e pigneua. M’arregordo che lê non solo a l’ëa temûa da noiätri scoläi, ma ascì da-e nostre moæ: tanto l’é vëa che segge a mæ che quella do Luigi, dòppo aveighe parlòu, tornavan a casa co-o magon perché aveivan avûo ûn pescimo “giûdizio” in sce-i nostri “profitti”.                                                                                                          
Ûnn-a de-e cöse ch’a ne faxeiva de ciù arraggiâ a l’ëa a manëa co-a quæ a “prof” a ne correzeiva i temi: squæxi  a ogni frase, che segondo lê a l’ëa mâ espressa, a ghe poneiva di nûmerin a-i quæ corrispondeiva de-e annottazioin che de votte cangiavan do tûtto quello che aviescimo vosciûo esprimme. M’arregordo che, propio quande se faxeiva queste correzioin de-e compoxisioin, o Luigi o rivelava a sò vëa natûa, saieiva a dî ch’o mostrava poca o, a dreittûa, nisciûnn-a coæ de cëde, protestando çerte votte con manëe ascì ûn pö troppo aspie.                            
Questo carattere do Luigi l’ho de lungo tegnûo in consciderazion pe spiegâ, insemme a tante ätre circostanze, a sò azion poco sann-a a-o Festival de San Remmo do 1967.                                                                                                                      
De segûo tûtti s’arregordian che in to sò biggetto “d’addio” o dixeiva che o no riusciva a ammette che ve fïsan di giûdiçi coscì ingiûsti da squalificâ a seu canson e de fâ vinçe o pesso cantòu da Iva Zanicchi e Claudio Villa.                                                                                             
Ätri fæti che peuan spiegâ o carattere do Luigi son lighæ a-i zeughi che faxeivimo.                                                                                                                              
L’é ciæo che parlo de squæxi 70 anni fa: allöa i gardetti zûgavan pe-a stradda pe o fæto che no gh’ëa assolûtamente o pericolo do tranxito de-e macchine e in sce-e stradde ghe n’ëa pochiscime ferme.                                                                                                                                                    
Se zûgava a ascondise, a rincorrîse, a-a lippa, a-e figûrinn-e, a-e biglie e a-e grette (nomme che a Zena se da a-i tappi de-e bïre). Propio a propoxito do zeugo a-e grette, m’arregordo che o Luigi o n’aveiva ûnn-a particolâ da lê modificâ, da quæ o l’ëa assæ fëo pe o fæto ch’a s’adattava a-a perfezion a-o tocco de-e sò coscì dïte “bicellæ”, tanto da no sciortî squæxi mai da-o tracciòu da pista ch’a l’ëa stæta disegnâ co-o gessetto in sce-o seu coverto de catran.                                         M’arregordo quant’a l’ëa grande a sò soddisfazion quande o vinçeiva, ma ascì quant’o l’ëa contrariòu quande o perdeiva, diventando fïto fïto scûo e de cattivo ûmô.                                                                 Ätri arregordi se riferiscian a quande çercavimo de fâ i compiti insemme. Quande e lezioin se tegnivan in to depuidisnâ, sciortindo da-a scheua a votte o Luigi o me invitava a fâ i compiti in to “soppalco” da sò bûttega de vin ch’a se ciammava ENOS e ch’a se trovava in sce-o canto tra via Rimassa e via Cecchi.                                                                                                
No ve staggo a contâ quæ o fïse o nostro impegno!  E ciù votte o Luigi o tiava feua l’album de-e figûrinn-e di zûgoei de ballon e o me domandava se pe caxo mi gh’avesse da descangiâ quelle che ghe mancava. M’arregordo che sò moæ, sentindo che no se dedicavimo guæi a-i compiti, a s’arraggiava tanto dixendo che mi o distraeivo e che saieiva stæto mëgio che me n’andesse a casa.                                                                                                                            
Dòppo e scheue medie se semmo persi de vista, e pe tanto tempo do Luigi n’ho avûo ciù neuve.                                                                                                                                                 
Ûn giorno son vegnûo a savéi da ûn commûne amigo ch’o l’aveiva visto o Luigi parlâ con quello grûppo de figgeu che de spesso se riûniva in ti giardin de via Cecchi, de fronte a ûn bar che allöa o se ciammava Bar Igea.                                                                                                   
Quarchedûn de quello grûppo, che dòppo o l’é diventòu assæ famoso, o conosceivo mi ascì: conosceivo pe exempio tanto ben o Bruno Lauzi, ascì lê o l’ha stûdiòu a-a Parini. O Lauzi o l’ëa ben ben piccin, de lungo co-a chittära a “tracolla”, de lungo circondòu da tanti figgeu che quande lê o l’incomensava  ‘na canson, sûbito se ûnivan a lê in coro.                                                                                                                             
Ûn giorno mi ascì a-a fin l’ho incontròu in mëzo a quello grûppo:  se semmo salûæ con grende magnæ in sce-e spalle e o m’ha dïto ch’o stava imparando a sûnnâ, se n’arregordo mâ, o clarinetto.                                                                                                                               
Dòppo, no so dî  pe quante ätro tempo no l’ho ciù rivisto, ma ûn giorno, ëo zà a l’ûniversitæ, l’ho incontròu in via Casaregis insemme a ‘na figgia de straordinaja “bellezza”: se semmo salûæ, lê o s’é accorto che ëo restòu sorpreizo e ‘n pö impacciòu, e allöa o me l’ha presentâ: a l’ëa a Stefania Sandrelli. Non ho mai capïo s’a fïse a sò galante o s’a fïse solo ‘n’amiga. M’arregordo che tûtte e votte che sentivo a canson “Quando il mio amore tornerà da me/nel cielo una stella splenderà”, pensavo sûbito ch’o fïse innamoòu  de quella splendida figgia.                                                                                                                              
L’é passòu torna de l’ätro tempo, e do Luigi non ho sacciûo ciù ninte fin a-o momento de quello “tragico” Festival de San Remmo do 1967.                                                                    
Savemmo tûtti comme a l’é andæta a finî, e tûtti se son domandæ o perché de quella “tragedia”.                                                                                                                             
Dòppo a morte do Luigi ho riçevûo ‘na telefonata da-o Franco Leoncini, ûn commûne compagno de scheua, ch’o me commûnicava che a nostra “prof” a voeiva mette insemme tûtti i compagni do Luigi pe ‘na messa da celebrâ in ta gëxa de San Pê a-a Foxe.                                                                                                                                         
Tra i compagni che son vegnûi gh’ëa ascì o Giorgio Bidone, figgio do giornalista Renzo ch’o l’ëa stæto a-o Festival. O Giorgio o n’ha raccontòu çerti particolæ de comme se sûpponn-e che segge andæto e cöse in te quelli “tragici” momenti.  O n’ha parlòu de pilloe de Pronzac, de ‘na coscì dïta “bomba” fæta de cognac e de bourbon, de ‘na pistolla che o Luigi o tegniva in ta macchina e de ‘n asciûgaman ingheuggeito  a-a sò testa pe “attûtî” i spari.                                                                         De fronte a quello ch’o n’ha contòu coscì pin d’orrô mi pensavo che se quarchedûn in te quelli momenti o l’avesse trattegnûo o Luigi, o giorno dòppo lê o l’avieiva posciûo sûperâ quell’eccesso de raggia e coscì o l’avieiva posciûo vive pe no se sa quante tempo ancon.                                                                                                                                                   
Mi fasso questa riflescion perché segondo mi o Luigi o l’ha compïo quell’insann-a  azion pe ûn scciûppon de violenza che no poendo vortâ in sce di ätri, o l’ha vortâ  contro a sò personn-a.                                                                                                                                           
Pe quante risguarda o “mito” do Tenco, no me son mai reso conto de quante segge stæto importante ëse stæto o seu compagno de banco, fin a quande no m’é capitòu ûn fæto che veuggio contâ perché scimbolico.                                                                                                                                     
Me trovavo a Bari pe ‘n congresso de mëghi: tra quelli ch’han parteçipòu gh’ëa ‘na dottoressa che avendo sacciûo che ëo de Zena, a m’ha domandòu  se ghe poeivo fornî notizie in sce-a lezenda di cantautoî zeneixi.   Quande gh’ho dïto che non solo aveivo conosciûo o Tenco, ma che ëo stæto o sò compagno de banco, lê a m’ha ammiòu tûtta sorpreiza e dòppo, co-e lägrime a-i euggi, a m’ha abbrassòu dixendome che  pe mëzo da mæ personn-a a poeiva in quarche moddo abbrassâ o Tenco.                                                                                                                                                                                              







martedì 16 ottobre 2018

I CANTAUTORI ALLA FOCE


Rosa Elisa Giangoia

A partire dagli anni Sessanta del secolo scorso nasce e si sviluppa a Genova un movimento culturale ed artistico incentrato sulla canzone d’autore in italiano.
Erano tutti artisti nati o trasferitisi nell’infanzia a Genova dove erano cresciuti musicalmente. Erano soliti, specie agli inizi, ritrovarsi nel quartiere della Foce, in particolare, nel bar latteria "Igea" (che ispirò a Gino Paoli la canzone Quattro amici al bar del 1991), in via Casaregis all’angolo con via Cecchi (poi diventato Roby Bare oggi e Mini Mixing Bar) e sulle panchine dei giardinetti antistanti l’allora cinema Aurora.
I nomi che poi si affermarono maggiormente sono quelli di Umberto Bindi, Fabrizio De André, Sergio Endrigo, Bruno Lauzi, Gino Paoli, Giorgio Calabrese e Luigi Tenco. Determinante fu il contributo dei fratelli Gian Franco e Gian Piero Reverberi, musicisti ed arrangiatori, anche loro della zona, che aiutarono diversi cantautori della prima generazione ad introdursi nell’ambiente milanese con esibizioni e contratti, soprattutto tramite Nanni Ricordi. Si può aggiungere Riccardo Mannerini come autore di testi.
Questo movimento rappresentò una profonda innovazione rispetto all’imperante canzone melodica e sentimentale dominante nel panorama musicale italiano per l’uso di un linguaggio diverso, più realista, vero e autentico, adatto ad affrontare anche nuovi argomenti di carattere politico e sociale, e per un diverso approccio alle tematiche individuali e sentimentali che risentiva dei toni dell’esistenzialismo francese.
Tema ricorrente nelle canzoni è il mare che assume complesse valenze metaforiche.
Questi artisti dimostrano una più ampia cultura, sia letteraria che musicale, che risente della poesia contemporanea (Sbarbaro, Pavese, Caproni), della letteratura francese ed inglese del Novecento (Sartre, Queneau), di suggestioni anarchiche (Tenco, De André, Paoli) e liberali (Luzi), della musica francese (Aznavour, Brel, Brassens, Cohen) e successivamente anche di autori americani (Antologia di Spoon River), esponenti del folk statunitense (Bob Dylan) e autori della Beat Generation (Ginsberg, Kerouac, Burroughs, Corso). Tutto questo, grazie anche al fatto che Genova era punto d’arrivo della musica d’importazione, dagli Stati Uniti e dalla Francia.
Successivamente sono entrati nel novero anche altri cantautori genovesi, come Vittorio De Scalzi (coautore di testi con Fabrizio de André), i New Trolls, i Ricchi e Poveri, i Matia Bazar, Ivano Fossati, Francesco Baccini, Max Manfredi, Federico Sirianni e Cristiano De André.
Oggi importanti testimonianze e interessanti ricordi si possono trovare nel negozio, emporio e museo, Viadelcampo29rosso.


BIBLIOGRAFIA
Cinzia Comandé e Roberta Bellantuono, Genova per noi, Arcana, 2014; 
Sebastiano Ferrari, La prima generazione dei cantautori "scuola genovese", Bastogi, 2008;
Giangilberto Monti e Veronica di Pietro, Dizionario dei cantautori, Garzanti, 2004; 
Marzio Angiolani e Andrea Podestà, Genova. Storie di canzoni e cantautori, Editrice Zona, 2011.

GENOVA
(Foce 1946)

Dove il Bisagno si faceva mare
una lattina vuota si gettava
-acquatico birillo- a navigare
nave corsara tra le opposte rive
da cui io vigilavo non passasse:
per affondarla le tiravo sassi
sempre più grossi
man mano che avanzava
risospinta da spuma di risacca
e quando la battaglia terminava
e mi gloriavo fosse stata vera
giorno non era
e non ancora sera…

Così,
contro un nemico inesistente
m’allenavo alla vita
che più tardi
sarebbe parsa ancor più inconsistente.

Bruno Lauzi


martedì 10 ottobre 2017

A FORMA FOXE (1a parte)

Dall’inizio dell’Era Cristiana alla fine del Seicento


di Cagnin Daniele & Fossati Severino
Dicembre 2016

PREFAZIONE
(a cura di Rosa Elisa Giangoia)

Dal lavoro di ricerca e documentazione portato avanti collettivamente in questi anni dal Gruppo ANTICA FOCE, nelle riunioni mensili presso la Biblioteca Servitana di via Baroni, sono venuti via via emergendo molti elementi della storia del nostro quartiere che hanno documentato l’assetto e la vitalità nei secoli passati. Di tutto questo lavoro è dato riscontro in questo blog ANTICA FOCE, dove sono stati progressivamente postate le ricerche settoriali svolte. Sulla base di queste notizie, Daniele Cagnin e Severino Fossati in particolare, si sono impegnati a tracciare una mappa della zona fin dalle lontane origini preistoriche, evidenziando dapprima graficamente le probabili configurazioni e le trasformazioni di tipo idro-geologico che si dovrebbero essere verificate e registrando le poche notizie che ci sono giunte dei progressivi insediamenti umani e delle costruzioni nella zona. Ispirazione e prima documentazione per questo lavoro è stato il famoso lavoro di Piero Barbieri, Forma Genuae (1937), riportato all’attenzione qualche decennio fa da Ennio Poleggi, ma molte sono state le nuove acquisizioni per l’ambito specifico della Foce. La porzione di territorio che verrà presa in esame è quella del Comune della Foce (1808 - 1873): i confini quindi sono a settentrione l’attuale via Barabino, a levante parte dell’attuale via Nizza e via Trento e una parte di via Piave, a mezzogiorno la spiaggia e a ponente l’attuale muraglione di corso Aurelio Saffi. Difficile è stato dare un nome a questa ricerca, in quanto, se si vuole risalire in senso diacronico oltre il toponimo Foce, non si riscontrano attestazioni sicure al di là di quella dialettale Foxe che appunto per questo abbiamo scelto.

 ETIMOLOGIA

L’ipotesi che primeggia sulla rete informatica, e che nel corso degli anni è diventata di “dominio pubblico”, fa derivare l’origine del toponimo FOCE dall’antico popolo dei Focesi, coloro che “fondarono” Marsiglia intorno al 600 a.C. La notizia è stata estrapolata da Giulio Miscosi: nella sua trattazione (degli anni Sessanta: I Quartieri di Genova Antica) ci racconta che tale notizia è presente anche in altri “storici” tra cui Girolamo Serra. Ma leggiamo quanto riferisce: «...il suo nome proviene, non già dal trascurabile sbocco a mare del torrente, ma dall’antichissima residenza dei Focesi. Questa tesi sarebbe avvalorata dalla collina di Fogliensi (Phocensis) dove ora sorge la chiesa di San Pietro e la regione di Foce Alta. Infatti più tardi, verso il Mille, si creò in questo ameno colle, l’ordine dei Fogliensi, che presero il nome dal luogo dove fu eretto il monastero». Che l’antico Borgo della Foce possa essere stato, in epoca preromana, la “residenza” del popolo Focese (probabilmente occasionale, visto i presunti traffici commerciali con la popolazione autoctona), non ci sentiamo di escluderlo a priori, ma nello stesso tempo possiamo escludere che siano stati i “fondatori” di un antico nucleo abitativo. Da quanto detto possiamo quindi prendere in considerazione questa tesi, come “tradizione popolare”, forse consolidata negli anni Sessanta del secolo precedente, e di cui anche il Miscosi, probabilmente, non è certo, questo perché non approfondisce la fonte, tanto è vero che conclude tale argomento in maniera sbrigativa, dicendo: «Tralasciamo quest’epoca che chiameremo eroica, dove il lettore può pensarla come meglio gli aggrada». La “tesi scientifica” più accreditata farebbe derivare il toponimo Foce dalla parola latina Faucis, da intendersi come “passaggio angusto”.A convalida di questa interpretazione etimologica si può portare il fatto che esistono toponimi Foce anche in altre zone d’Italia, in luoghi dove nessun corso d’acqua sbocca in mare e sovente anche in posizione elevata. Così a La Spezia abbiamo la frazione La Foce, alta rispetto alla città, a oltre 6 chilometri di distanza; pure a Massa – Carrara troviamo una località chiamata Foce, proprio dove i due nuclei cittadini sono separati da alture collinari. Anche nel comune di Montemonaco (AP) si trova una frazione Foce a 945 m. sul livello del mare. Così pure nel comune di Chianciano (SI) si trova un toponimo Foce in una zona di stretto passaggio tra due alture della Val d'Orcia, dove si estende la bellissima Villa Origo.  Inoltre il toponimo di Fiumicino, vicino a Roma, ha origine simile, in quanto prende nome da Foce Micina (piccola foce), già in uso al tempo dei Romani per indicare la Fossa Traiana (oggi Canale di Fiumicino), mentre ora una via Foce Micina corre parallelamente, più a nord.
Bisogna aggiungere, a conferma di quanto appena affermato in modo inconfutabile, che nell’epoca sopracitata la zona dell’attuale Foce non era ancora formata geologicamente: non esisteva!

TAVOLA 1  



 TAVOLA 1 (raffronto)





PROTOSTORIA TAV. 1 (raffronto)
Le notizie più antiche che interessano la Piana del Bisagno (1) sono quelle archeologiche che provengono dallo scavo per la costruzione del parcheggio in Piazza della Vittoria e dallo scavo della metropolitana in Piazza Brignole: sono state trovate tracce di presenze umane d’epoca Neolitica (2)(un palo risalente al V-IV millennio a.C.) e dell’epoca del Bronzo Antico (un muro lungo dieci metri e largo due, che può essere interpretato come argine o come muro di contenimento di una strada, risalente all’inizio nel II millennio a.C.).

Commento storico 
Per quanto riguarda la zona della Foce, tale affermazione è interessante perché ci permette di affermare che a quel tempo il mare entrava molto all’interno dell’attuale sbocco al mare, e che l’area di Terralba o era una insenatura del mare o un acquitrino, anche per le acque dei torrenti che scendevano dai Camaldoli e dalla collinetta di Santa Tecla. Come conseguenza la Piana del Bisagno non esisteva, se non in minima parte; il ritrovamento della tomba etrusca presso la stazione della metropolitana all’Acquasola, del VII (3) - VI secolo a.C., ha fatto formulare l’ipotesi che il più antico porto (4) di Genova fosse in realtà nel Bisagno, nella zona tra Brignole e piazza della Vittoria,

mercoledì 22 marzo 2017

I CARABINIERI GENOVESI ALLA FOCE


Rosa Elisa Giangoia

Diploma di partecipazione ad una gara di tiro a segno (1870 c.)

Dalla metà dell'Ottocento ogni domenica in un recinto del Lazzaretto della Foce effettuavano i loro esercizi i Carabinieri Genovesi che appartenevano alla Società di Tiro Nazionale, costituita a Genova il 30 marzo 1851 da elementi mazziniani, tra i quali Nicolò Ardoino, Antonio Burlando, Antonio Mosto, Nino Bixio e Francesco Bartolomeo Savi. Lo scopo degli organizzatori era quello di addestrare i giovani operai e gli studenti all'uso della carabina e poter introdurre legalmente armi e munizioni, necessarie alle gare e alle esercitazioni, ma che in realtà erano raccolte in vista delle future insurrezioni. Divennero provetti tiratori e, con le loro armi di precisione di fabbricazione svizzera, riuscivano a colpire la testa di un chiodo posto a trecento metri.
     Ogni mese coloro che avevano totalizzato il maggior numero di punti centrando i bersagli erano premiati con doni di vario genere, tra cui ritratti di Mazzini e di Garibaldi. Le feste in onore dei vincitori si tramutavano in manifestazioni patriottiche con entusiastici "evviva" all'Unità italiana.
    Le occasioni per segnalarsi sul campo d'azione non mancarono; già nel 1857 molti soci del tiro furono implicati nei moti mazziniani di Genova; nel 1859, in quarantotto - di cui venti caddero sul campo di battaglia - parteciparono alla Seconda Guerra d'Indipendenza tra i Cacciatori delle Alpi, distinguendosi a Varese, a San Fermo e Malnate, dove - si legge nella motivazione con la quale il 20 gennaio successivo furono premiati nell'Aula Consiliare di Genova - "sostennero in soli ventotto per lo spazio di un'ora il fuoco di quattrocento tedeschi".
   Furono 85 comandati da Antonio Mosto, nella spedizione del 1860, e furono tra i pochi dei Mille a presentarsi con la propria uniforme e con armi adeguate. Diedero prova di valore e di eroismo; il 15 maggio, a Calatafimi, ben 10 di essi caddero in battaglia.
   Compiuta l'Unità e venuti meno gli scopi dell'istituzione, pur continuando l'attività della Società di Tiro a segno, la Compagnia dei Carabinieri si sciolse.

     Nel 1870 fu inaugurata al Lazzaretto della Foce una lapide per i caduti dei Soci del Tiro a Bersaglio di Genova (Carabinieri Genovesi) dal 1859 al 1867:

LA SOCIETA'
DEL TIRO A BERSAGLIO DI GENOVA
I CAMPI D'ITALIA
SEMINATI DELL'OSSA DE NOSTRI COMMILITONI
TESTIMONINO AI POSTERI
DI QUANTO PREZIOSO SANGUE
EDUCAMMO LA PIANTA
DELL'UNITA' NAZIONALE

Seguono i nomi dei Carabinieri caduti nel 1859 (1), nel 1860 (16), nel 1866 (2), nel 1867 (7)

    Questa Lapide fu trasferita a Palazzo Tursi nel 1890. In quella data, in occasione del trasferimento, fu inaugurata a Palazzo Tursi una targa con questa iscrizione:

[...] LA GLORIOSA LAPIDE
DISTRUTTO IL RECINTO DEL TIRO AL BERSAGLIO
PRESSO LA FOCE DEL BISAGNO
DOVE ERA STATA POSTA NEL MDCCCLXX
NELL'ONORATO LUOGO DAL MUNICIPIO GENOVESE
A BUON RICORDO DI DUE ALTRE VIRTU'
VALORE DI ESTINTI
E RICONOSCENZA DI SOPRAVVISSUTI
MDCCCXC



   

giovedì 3 novembre 2016

L'ARTE MEDIEVALE ALLA FOCE

DANIELE CAGNIN


Premessa
            In questo “articolo” parleremo delle cinque opere d’arte di epoca medioevale presenti, ai nostri giorni, nel territorio della Foce Antica e più precisamente nella chiesa parrocchiale di Santa Maria dei Servi (“inaugurata” nel maggio 1972 dal Cardinale Giuseppe Siri): per un maggiore approfondimento consiglio la lettura della Guida storica – artistica Santa Maria dei Servi pubblicata nel 2002, disponibile anche presso la Biblioteca Servitana; dopo questo “primo passo”, il suggerimento successivo è la “visita”: probabilmente le avrete già visionate, forse con “occhi poco critici”.
Tali “manufatti” provengono dalla distrutta chiesa di Nostra Signora dei Servi che si trovava nel rione di via Madre di Dio prima della seconda guerra mondiale, quindi in un luogo lontano dal nostro quartiere, ma di quell’epoca è molto difficile ritrovare qualche “reperto originale” riconducibile alla Foce.
La fondazione del Borgo della Foce, come detto già più volte nelle precedenti ricerche1, è da fissare in un periodo compreso tra la fine del secolo XIV e l’inizio del secolo XV, e dalle fonti documentarie sappiamo che circa cent’anni dopo il “borgo” era composto da circa dieci case, quindi un numero limitato per poter lasciare un’eredità: va inoltre notato che la cappelletta di San Pietro (citata in un documento del 1448), fu demolita agli inizi del Seicento.
La “produzione artistica” che analizzeremo è la seguente: Tavola della Madonna della Misericordia di Barnaba da Modena (1377 – 1383), Lapide della Madonna della Misericordia di Pace Gaggini da Bissone (1476 ?), Lapide della Madonna con Gesù (della fine del secolo XV), L’Affresco del Santo Amore (1420 – 1430) e il Crocifisso dell’altare Maggiore (della seconda metà del XV)
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Tavola della Madonna della Misericordia (1377 – 1383)
L’opera in questione, un unicum nel panorama artistico, è senza dubbio l’oggetto d’arte più rappresentativo della chiesa di Santa Maria dei Servi. Esaminando la tavola, realizzata con la tecnica della tempera, si possono distinguere due “temi”, uno di carattere religioso, ed è il più evidente, il secondo di carattere sociale che si “svela” dopo averne studiato la storia.
La tavola può essere paragonata ad un ex–voto (la protezione per la peste del 1372) e rappresenta la Madonna della Misericordia o del Soccorso. Risulta originale poiché il tema degli “Angeli che dall’alto saettano frecce senza misericordia”2è in anticipo di circa un secolo sull’affresco eseguito da Benozzo Gozzoli, nel 1464 per la chiesa di Sant’Agostino a San Geminiano, che molti critici considerano il “primo”. Il manto della Vergine (di esclusiva ispirazione mariana) serve da “riparo” in quanto le persone che non sono sotto la sua “protezione” muoiono all’istante.
Tra i personaggi della tavola spiccano il Vescovo di Genova, che era frate domenicano, Andrea della Torre (milanese, in carica dal 1368 al 1377, 30 ottobre, giorno della sua morte), tre frati Servi di Maria (Ordine sorto nella Firenze del XIII secolo), altri religiosi, alcuni mercanti o artigiani (riconoscibili dalla foggia dei vestiti: da notare che esistono quattro “figure” ben definitive, si può ipotizzare che siano i priori della Consortia de li Foresteri3), alcune donne con i lineamenti poco definiti e rigorosamente divise dai quindici maschi: dei personaggi femminili sono distinguibili nove figure in bianco, sicuramente delle religiose, l’unica figura femminile ben definita è quella dai “capelli fluenti” con in capo un diadema: potrebbe essere la moglie del Duca albanese (citato negli statuti della compagnia sopra citata), e forse lo stesso autore Barnaba da Modena (che soggiornò a Genova dal 1361 al 1383, probabilmente insieme ad allievi senesi), implorante anche lui la sua parte di protezione contro il terribile male. Il gruppo di persone sopra nominate, sono tutte forestiere: una concentrazione così numerosa non deve sorprendere, anzi ci deve far riflettere su come in un epoca distante dalla nostra circa sette secoli, “l’ospite straniero” non era discriminato veniva accolto (probabilmente dovuto anche alle “ricchezze economiche” che portavano in dote), con ampio senso di tolleranza, sembra un inno all’universalismo.
Il periodo di realizzazione della tavola è stato ipotizzato in un intervallo compreso tra il 1377, la data di morte del Vescovo e il 1383, l’ultima data nota dell’autore a Genova. Il primo critico che attribuì al Barnaba la tavola fu lo studioso tedesco Wilhelm Suida nel 1906.
Cosa successe alla tavola del Barnaba durante i secoli?
Nel 1502 la chiesa dei Servi “ricevette una visita illustre”: il re di Francia, Luigi XII.
Fu ospite di Gian Luigi Fieschi, nel suo palazzo di via Lata; per sette giorni visitò molte chiese e palazzi di Genova, ma solo nella chiesa dei Servi compì la funzione caratteristica dei re di Francia (neanche nel Duomo o in altre chiese). Questo fatto si spiega con la presenza, nella chiesa, della compagnia dei forestieri, ed in particolare della copiosa presenza di francesi. Il 31 agosto il re «sul far de l’alba scese dalle alture»4per venerare la Beata Vergine Maria nella chiesa dei Servi, chiamato dai confratelli “foresti” per dare prova delle virtù miracolose che il cielo concedeva ai re francesi: guarire infermi ed in particolare gli scrofolosi. Ciò avvenne ed ad ogni guarito il monarca donava una moneta. In questa circostanza fu, affrettatamente, “restaurata la tavola”, che il fumo dei ceri e degli incensi, per oltre un secolo, ne aveva offuscato la bellezza primitiva: fu ridato l’oro e sul manto furono dipinti grossolanamente e di fretta undici gigli di Francia, probabilmente per «compier opera gradita al Re»5.
Durante la peste del 1532, il Senato della Repubblica, con a capo il “Serenissimo” Battista Spinola (figlio di Tommaso) si recò ad implorare l’aiuto di Maria Addolorata per la cessazione del tremendo flagello; a seguito di questa calamità Marcello Remondini6attribuì a questo secolo la “nostra tavola”7.
Agli inizi del Seicento i confratelli della Confraternita della Vergine dei Sette Dolori, sorta sul finire del XVI secolo, per manifestare la propria presenza all’interno della chiesa dei Servi, fecero dipingere sul petto della Madonna della Misericordia sette spade tolte poi con il restauro del 1952.
Durante le manifestazioni per la Giornata Mondiale della Gioventù, la tavola, dopo aver eseguito un intervento di restauro, è stata esposta nel museo diocesano di Cracovia.

Figura 1: Barnaba da Modena – Madonna della Misericordia



Lapide della Madonna della Misericordia (1476 ?)
Forse è opera dello scultore lombardo Pace Gaggini (o Gagini) da Bissone (di cui si hanno notizie nel periodo 1493 – 1522, figlio di Beltrame), le sue dimensioni attuali sono: altezza cm. 98,5, larghezza cm. 62,5. Era sicuramente di proprietà della Consortia de li Foresteri perché è ancora presente il tema della protezione della Vergine con il suo manto.
La riproduzione della Madonna è un’esile figura con le braccia poco proporzionate al corpo, e con mani molto grandi. Vi sono due angeli che reggono, come nel caso della tavola, il manto sotto al quale troviamo a sinistra delle persone maschili senza copricapo e a destra delle figure femminili con un velo sopra la testa.

Figura 2: Pace Gaggini da Bissone (?) – Lapide Madonna della Misericordia



Lapide della Madonna con Gesù (sec. XV)
Di che anno è?
Questa è la stessa domanda che si fece Adolfo Bassi8nella sua trattazione del 1928, perché purtroppo manca ogni riferimento temporale: il critico Federico Alizieri9, nel 1846, pur dubitando che una parte della lapide si celasse sotto all’intonaco, sperava di trovare la data e l’autore, ma la lapide è così come si vede ai giorni nostri.
Probabilmente è della fine del secolo XV, quindi di epoca successiva alla lapide precedente perché viene a mancare il “tema devozionale della protezione”: questa è anche la conclusione a cui arrivò il critico Mario Labò10nel 1927 ma soprattutto il già citato Alizieri11.
Si è usato il condizionale, sulla datazione, in quanto proprio il Bassi sostenne che l’uso dei caratteri gotici e non romani, come per altre lapidi di proprietà della consorzia, possa far risalire la lapide al 1414, l’anno di consacrazione “dell’altare di proprietà, o di epoca poco successiva.
Fu eseguita o, molto più probabilmente, commissionata da Corrado di Francoforte, socio o benefattore della Consortia de li Foresteri; le sue dimensioni attuali sono: altezza cm. 73,5, larghezza cm. 48. Per darne una descrizione precisa dell’immagine riporto le parole scritte dallo storico Remondini12: «L’atteggiamento del Bambino è veramente grazioso; ei tiene sul petto della madre distesa la mano sinistra, e si accosta bambinescamente alla bocca l’indice della destra. La Madonna poi che l’ha sui ginocchi, lo tiene fermo a mezza la personcina con una mano, e coll’altra tiene a piedi di lui un libro.»
Un’ultima osservazione: nella parte inferiore della lapide sono scolpiti due “vertici di triangolo” sormontati da due esigue croci; nessuno degli autori citati fin ora riporta tale raffigurazione … l’unico che ne fa menzione è il Portigliotti, il quale “sbriga la pratica” con la seguente frase: «simbolo o emblema di oscuro significato»13.
E’ possibile che non abbiano alcun valore artistico? Sarà un’aggiunta postuma? Sarà stato questo “secondario” fregio a far dubitare l’Alizieri sul fatto che la lapide non fosse completa?
Purtroppo a tutte queste domande non si potrà dare una risposta certa e sicura, mancando i documenti comprovatori si possono soltanto formulare delle ipotesi poco attendibili.

Figura 3: Anonimo secolo XV – Lapide della Madonna con Gesù



Affresco del Santo Amore
            Uno dei quesiti che ancora tutt’oggi, anche a seguito del restauro del 2013, non ha trovato una soluzione definitiva, è il nome del pittore. Consultando le fonti a disposizione in maniera cronologica notiamo che tutte si contraddicono: agli inizi del Novecento il Novella14ci riferisce che fu eseguito dal pavese Lorenzo Fazolo15, negli anni venti del secolo scorso il Labò lo attribuisce ad un quattrocentista ritardatario16, da un pubblicazione17relativamente recente l’autore è fatto coincidere (forse per una questione “campanilistica”) con Andrea d’Alessandria, frate Servo di Maria. A seguito del restauro, la “lettura iconografica” pone come intervallo temporale il decennio compreso tra il 1420 e il 143018, lasciando anonimo l’artista.
Chi ebbe la possibilità di esaminare l’affresco prima del 1942, poté notare che fu eseguito in due riprese.
La “parte centrale” rappresenta una MADONNA DI MAESTA’ di tipo trecentesco ed era circondato da due lesene19che reggevano una cimasa20.
Nella “fascia circostante” furono dipinti, in un secondo tempo, dei personaggi biblici (quelli attualmente rimasti sono i profeti Giona e Geremia, il patriarca Giacobbe e i re Davide e Salomone), delle teste di cherubini e Cristo fuori del sepolcro: quest’ultimo fu quasi distrutto per murare il ciborio21in un altarino e il tutto era sormontato da un “arco scemo”, entro cui era dipinto “Dio Padre Benedicente”, anche quest’opera fu realizzata da un pittore ligure – lombardo nel Cinquecento.
L’intero affresco fu disposto in una cornice marmorea di epoca rinascimentale, eseguita nel 1506 ed attribuibile ai fratelli Giovanni e Michele D’Aria di Como22, era sicuramente una delle cornici di altari più perfette che esistevano in Genova.
L’altare, invece, fu rifinito probabilmente da Giovanni d’Alessandria (frate Servo di Maria) non escludendo che possa essere il “dedicatore” dell’altare stesso: questo lo sappiamo da un iscrizione che era presente nella parte inferiore che recitava «Frater Johannes de Alexandria Ordinis Sancte Marie Verginis Jesus Christi Amor MDVI»23.
Nel corso dei secoli lo stesso affresco fu ritoccato «ne` panni»24e contraffatto dagli ex–voto dei fedeli. Il manto era stato dipinto con un costoso lapislazzulo, con del cinabro lo sfondo rosso, decorato in origine come un “tessuto operato”: nella prima metà dell’Ottocento fu eseguito un restauro (il Bartoletti25sostiene che fu uno sciagurato intervento nel corso del XIX secolo) riguardante il manto, eseguendolo con il blu di Prussia con del cromato di piombo. Altro restauro26fu eseguito, in maniera molto frettolosa, nel 1944: l’intervento moderno ha restituito la migliore leggibilità possibile a un dipinto, ancorché frammentario, soffocato e snaturato dallo stesso restauro del 1944.
Dal Libro delle Memorie del Convento (periodo 1818 – 1942), veniamo a sapere che nel XIX secolo l’affresco “avrebbe operato” due miracoli: il primo è registrato il 19 gennaio 1819 di una parrocchiana che si trasferì in Medio Oriente; il secondo è datato 8 agosto 1884, e il nome della parrocchiana è Caterina Cabella.

Figura 4: Anonimo 1420 - 1440 - Affresco del Santo Amore



Crocifisso dell’Altar Maggiore
Da sempre attribuito ad Anton Maria Maragliano (1666 – 1739 o 1664 – 1731), o forse alla sua scuola, a seguito del restauro conservativo (eseguito nel triennio 2009 – 2011), tale affermazione non trova più un riscontro attendibile: l’opera è da retrodatare e collocare nella seconda metà del secolo XV.
Possiamo supporre che il Maragliano, o la sua scuola, eseguì un “lavoro di restauro” sul finire del Seicento: in questa fase fu ridato il colore.
Un’ulteriore “lavoro di consolidamento” fu eseguito nell’Ottocento: nel retro del corpo è stata ritrovata una carta incollata che riporta la data del 28 ottobre 1840; anche in questa occasione fu ridato il colore, furono aggiunti, però, i seguenti elementi: barba e capelli, il “perizoma a svolazzo”, il cartiglio e la croce lignea dal colore nero.
Anche gli autori citati fin ora sostengono che tale crocifisso non appartiene né al Maragliano né alla sua scuola: il Novella27lo cita con “beneficio di inventario”, mentre il Labó28riferisce che esso potrebbe essere anteriore al periodo del Maragliano.

Figura 5: Anonimo secolo XV - Crocifisso
NOTE
1          In merito si consiglia la lettura dell’articolo La Chiesa di San Pietro nel Borgo della Foce…quattrocento anni di storia (anticafoce.blogspot.it, settembre 2015).
2          Questa credenza, secondo una comune mentalità medioevale, rappresenta lo strumento della divina giustizia irata; tale concetto lo ritroviamo anche nelle credenze popolari legate alla leggenda sulla peste di Roma dell’anno 590, descritte da Jacopo da Varazze, il quale racconta che si vedevano delle saette scendere dal cielo.
3          Il nome della confraternita (fondata ufficialmente il 10 agosto 1393) non è uniforme: Consortia, Societas Foresterorum o Exterorum; fu chiamata anche “Compagnia delle Quattro Nazioni” (come si poteva vedere all’Archivio Arcivescovile, “Scatola di Sant’Andrea” e “Scatola di Santa Maria dei Servi”, a seguito della seconda guerra mondiale tali documenti rimasero distrutti da una bomba che colpì l’edificio)*, cioè della Romana che comprendeva anche “popoli” napoletani e toscani, della Lombarda nella quale erano rappresentati veneziani e piemontesi, della Tedesca e della Francese; anche in questi due ultimi casi erano compresi altri popoli; forse gli unici non rappresentati erano gli inglesi e gli spagnoli, probabilmente per problemi politici: in un secondo tempo, quest’ultimi, prevalsero e con la loro ostilità la fecero decadere agli inizi del Seicento.
In epoca successiva fu chiamata Società di Santa Barbara. Essendo rappresentate quattro nazioni, gli statuti (scoperti agli inizi del ventesimo secolo, e che erano stati approvati ufficialmente il 19 aprile 1480, periodo in cui la “società” era nel massimo splendore, dal Cardinale Arcivescovo Paolo di Campofregoso) della confraternita prevedevano che ogni anno i “sindaci” (o priori) dovessero essere quattro, uno per ogni “nazione” e affiancati da consiglieri che potevano essere anche donne.
Per approfondire le conoscenze su questa società si possono visionare i seguenti libri: CASSIANO DA LANGASCO – P. ROTONDI; La Consortia de li foresteri a Genova, una Madonna di Barnaba da Modena e uno statuto del Trecento […], Genova 1957, p. 7 (B.B.G., Gen C 209); A. BASSI, Giornale Storico Letterario, Genova 1928 (B.B.G., GenB 245/11). La nascita di queste “confraternite straniere” era una costante anche di altri conventi servitani d’Italia, come Perugia, Viterbo e Firenze, ma tutti di epoca successiva a questa genovese.
4          A. BASSI, Giornale Storico Letterario, Genova 1928, p. 27.
5          Idem.
6          M. REMONDINI, I Santuari e le immagini di Maria a Genova, p. 153, Genova 1865.
7          Altri la considerarono un “residuo” del polittico di Pietro Resaliba; fu venerata da molti fedeli questa immagine (la stessa alla quale il governo genovese dell’epoca chiedeva aiuto per la fine delle epidemie); le cronache del tempo ci riferiscono che nella zona della chiesa dei Servi avvennero alcuni miracoli: in tutti i casi ai graziati comparve l’immagine sopra descritta. Sarà per questo motivo che la popolazione era molto devota alla “Madonna dei Servi”.
8          BASSI, Giornale Storico, p. 25.
9          F. ALIZIERI, Guida artistica per la città di Genova, vol. 1, Genova 1846, p. 236.
10        G. A. M. BONO – M. LABO’, Nostra Signora dei Servi – Le chiese di Genova illustrate – Vol. 3, Genova 1927, pp. 31 – 32.
11         ALIZIERI, Guida artistica, p. 237.
12        REMONDINI, I Santuari, p. 153.
13        G. PORTIGLIOTTI, L’Ospedale dei Foresti in Il Raccoglitore Ligure, Genova 1933, p. 4.
14        P. NOVELLA, Memorie Storiche Genovesi – Santa Maria dei Servi in Settimana Religiosa del 1904, p. 462.
15        Lorenzo Fazzolo (o Fasolo, di cui si ha notizia nel periodo 1463 – 1516) di Pavia fu colui che nel 1510 ricevette incarico, dai soci della “corporazione dei fornai”, nata all’inizio del Cinquecento, per la realizzazione di due opere d’arte: l’8 febbraio un’ancona di notevoli dimensioni («dieci palmi di larghezza, quattordici di altezza») e il 30 luglio gli affreschi della loro cappella (obbligandolo a restaurarli se entro un anno si fossero formate delle macchie d’umido); l’ancona scomparve, dell’affresco, nei primi decenni del secolo scorso, ne rimase una traccia piccolissima, consistente in una testa d’angelo.
16        BONO – LABO’, Nostra Signora dei Servi, p. 32.
17        U. FORCONI, Chiese e Conventi dell’Ordine dei Servi di Maria – Quaderni e notizie, Viareggio 1978, vol. 3, p. 20 e p. 117.
18        MASSIMO BARTOLETTI, La Madonna del Santo Amore: due momenti figurativi a Genova, tra Gotico “cortese” e Rinascimento “all’antica” in La Madonna del Santo Amore in La Madonna del Santo Amore restaurata e riconsegnata alla chiesa di Nostra Signora dei Servi a Genova, Genova 2014, p. 36.
19        Per LESENA si intende un pilastro che sporge appena da un muro e ha funzione unicamente decorativa.
20        Per CIMASA si intende la parte superiore della cornice di una porta, di una finestra o di una tavola dipinta.
21        Per CIBORIO si intende l’edicola con quattro colonnine poste sopra alcuni altari; nelle chiese paleocristiane e romaniche era collocato sopra l’altar maggiore.
22        NOVELLA, Memorie Storiche, p. 462.
23        BONO – LABO’, Nostra Signora dei Servi, p. 32.
24        ALIZIERI, Guida artistica, p. 232.
25        BARTOLETTI, La Madonna del Santo Amore, p. 37.
26        Idem.
27        NOVELLA, Memorie Storiche, p. 473.
28        BONO – LABO’, Nostra Signora dei Servi, p. 39.