Daniele Cagnin
… ecclesiuncula s. Viti cum domuncula, sitam
in bisanne in capite Albarii,
prope et versus fucem bisannis … (Gregorio
De Ponte – 17 agosto 1433)
PREFAZIONE
Come
accennato nella “precedente puntata” il compito che mi sono assunto, è quello
di narrare le vicende storiche che hanno caratterizzato gli edifici sacri della
Foce antica.
Riprendo il
viaggio camminando per quei luoghi indicati, in maniera popolare, con il
toponimo di Foce Alta.
Su questo
“accenno di collina”, un tempo aveva sede una piccola chiesa attualmente
scomparsa dal nostro sguardo (perché demolita nella seconda metà del secolo
XIX), e dalla memoria storica dei professionisti accademici: lo stesso destino
della chiesa dei Santi Nazario e Celso.
Per
“accompagnare” il lettore in questo “secondo itinerario”, cercando di
catapultarlo in una “visione del passato”, descriverò la collina così come si
poteva trovare all’inizio del XV secolo: «un poggio poco lontano dalla città ma abbastanza solitario per carenza
di abitanti, sovrastante alla foce del Bisagno, bene arieggiato aperto alla
brezza refrigerante del sottostante mare: da lontano doveva mostrarsi “ameno e
caratteristico”
1; la chiesa, in senso artistico, faceva da coronamento al colle
apparendo “seduta a cavaliere” 2: vi si poteva accedere da due lati, dalla
salita che partiva dalla Foce e da una via semipiana proveniente da Albaro». Ai nostri giorni la “gradevole visione”
appena fornita è ridotta ad un piccolo angolo dell’attuale via San Vito.
La
dedicazione della chiesa, a cui si è fatto riferimento nella descrizione sopra
esposta, era san Vito (martire dell’inizio del IV secolo) e tale vi rimase fino
all’inizio del XV secolo. Dopo la ristrutturazione di tutto il complesso,
operato proprio nel Quattrocento, e la realizzazione di un convento la
dedicazione cambia diventando Sant’Ilarione (monaco di origini orientali
vissuto a cavallo tra III e IV secolo).
Come per la
precedente puntata, per rendere più agevole la lettura di questa “relazione”,
ho diviso il lavoro in quattro capitoli, seguendo in maniera cronologica il
loro svolgimento: la chiesa di San Vito (fino al secolo XV), il convento di
Sant’Ilarione (secolo XV), il “Tramonto” (dal secolo XVI al secolo XVIII) la
villa Ollandini (secolo XIX).
E’
doveroso portare a conoscenza, pur se con alcuni limiti, notizie sulla “nostra
Foce”: buona lettura.
1
CAPITOLO – LA CHIESA DI SAN VITO
Introduzione storica
La descrizione del territorio presentata nella prefazione,
come già accennato, può essere riferita al XV secolo, ma potrebbe essere
attribuita anche all’epoca della “fondazione”, quindi almeno a quattro secoli
primi. Per avvalorare una tale affermazione dobbiamo prendere in “prestito”
alcuni pensieri già espressi nella descrizione della chiesa dei Santi Nazario e
Celso.
E’ opinione comune che fino all’inizio del XV secolo
la zona della Foce era “disabitata”, l’unica costruzione esistente era un
mulino citato in alcuni documenti del XII secolo. Dall’anno 9873i monaci
benedettini di Santo Stefano divennero proprietari di un territorio che dalle sponde del Bisagno spaziava al rivo Vernazza, e
dalla strada Romea fino al mare4(Cum
decimis et primiciis ad supradictam Ecclesiam pertinentibus, per fines et spacia
locorum a flusio Vesano usque rivo Vernazola et a via publica usque in mare),
quindi anche del “colle di san Vito”.
Pur essendo una “zona di campagna”, appare poco
attendibile la definizione del Vigna5che la considera una chiesa rurale: tale
definizione è da riferire all’istituzione tipica del Medioevo, finanziata o da
un vescovo o da un feudatario che serviva a diffondere il culto cristiano nelle
campagne ancora pagane. Quindi non è il caso di San Vito che giuridicamente si
ritrovava soggetta alla vicina chiesa di San Nazario: con ogni probabilità la
chiesa era concepita come “villeggiatura” 6.
La
fondazione
Per
analizzare al meglio le vicende storiche è fondamentale, per compiere un’accurata
ricerca, consultare le fonti antiche: per ciò che concerne il periodo della
“costruzione” i dati a nostra disposizione sono molto scarsi ed alcuni sono da
riferire a commenti postumi.
In
merito alla “fondazione” della chiesa (o cappella) di San Vito si possono
formulare solamente alcune ipotesi: nel precedente paragrafo ho accennato ad un
probabile periodo da fissare all’XI secolo, ma non esiste documentazione a
supporto di tale tesi.
Gli
“storici locali” dell’Ottocento affrontano l’argomento in modo vago: l’Alizieri7è forse il
più “sbrigativo” affermando che il
tempietto di quanta antichità non so dirvelo; il Remondini8, invece,
fissa ad un secolo ben preciso il periodo della fondazione: come luogo sacro a S. Vito abbiamo memorie
antichissime che ce lo mostrano anteriore al secolo X, tale spiegazione
appare molto evasiva è poco approfondita.
Comparando
i dati a disposizione con la precedente ricerca, abbiamo che il secolo XI è
l’epoca in cui le chiese di pertinenza dei monaci benedettini, come Santo
Stefano, San Siro e Santa Sabina, vennero restaurate: quindi fissare a
quest’epoca la fondazione di San Vito non è del tutto inesatto.
Le
vicende storiche di San Vito (secoli XI – XIV)
La
“notizia” più antica a nostra disposizione è dell’XI secolo (ottobre 10799) ed è riportata nel Cartario Genovese10del 1870, quindi uno “studio
moderno” eseguito dal Poch. Nella
trascrizione dell’atto è citata la chiesa di San Vito: in loco et fundo Albario prope Ecclesia Sancti Viti (vendita della
metà di un pastino11sito presso la chiesa).
Per
il XII secolo sono state reperite due date: 1146 e 1193. Nella
precedente “pubblicazione” 12, davo notizia che le “concessioni” fatte ai monaci
benedettini sulla chiesa di San Nazario, nel secolo X, furono confermate
successivamente dai vari pontefici, tutto ciò avvenne anche nel caso di San
Vito: l’Alizieri13ci
dice che nel 1146 con altre chiese da
notarsi più tardi, cedette in balia degli abati di S. Stefano; il Remondini14, espone in
maniera approfondita il suo pensiero riferendo che una chiesa o cappella vi esisteva nel 1146, e spettava ai Benedettini
di S. Stefano giusta la Bolla di Celestino III Monet nos del 14 febbraio 1193 all’abate Guidone15esistente nell’Archivio Arcivescovile.
Del
secolo XIII è stato consultato l’originale di un atto a rogito del notaio
Salomone16(redatto
in data 20 marzo 1224, per la nomina
del Rettore della chiesa dei Santi Nazario e Celso), nel quale è presente come
teste, il prete Anselmo della chiesa di San Vito di Albaro (presbiter Anselmi de Sancto Vitto de Albario).
I tre storici citati fin ora (Alizieri, Remondini e Vigna) segnalano sempre per
il secolo XIII, ma con il beneficio del dubbio, una lapide17datata 1293
della quale non sono certi fosse appartenuta alla chiesa suddetta.
Le notizie relative al secolo XIV, pur essendo
limitate e “sparpagliate”, possono essere considerate attendibili perché
estrapolate da documenti originali, analizziamole in successione. Per l’anno
1311 sappiamo che il rettore è un certo Prete Giovannino (o Giannino?), lo si
può leggere nel Syndicatus18(7 giugno 1311): presbyter Januinus minister Sancti Victi de Albario; il Remondini19ipotizza che
San Vito poteva essere succursale di San Nazario, ma risulta poco credibile.
Nel 1346 il rettore è un certo Prete
Bernardo, così come risulta dalle Compere
del Sale20:
Ecclesia Sancti Viti de Albario, Domino
Presbyter Bernardi. Nel 1360,
come citato dal Cambiaso21, le “tasse” spettanti alla chiesa di San Vito di Albaro erano
pari a 2 soldi e 6 denari. Nell’Illustrazione del Registro Arcivescovile22è presente,
per l’anno 1387, l’Atto di riparto della tassa straordinaria
imposta sulle chiese e gli altri luoghi pii dell’Arcivescovato di Genova:
per la chiesa in oggetto abbiamo un importo di denari 6; ancora una volta il Remondini23fornisce un suo personale giudizio su
tale notizia considerando l’edificio sacro ben
poca cosa e la tassa infima fra tutte
le chiese della città e sobborghi.