lunedì 17 novembre 2014

STORIA DELLA LEGGENDA DEI SANTI MARTIRI NAZARIO E CELSO

Daniele Cagnin

«La Tradizione relativa ai Santi Nazario e Celso
ha importanza perché rivela le origini del Cristianesimo in Liguria»
Giuseppe Cardinale Siri
Arcivescovo di Genova (2 febbraio 1967)
I Santi Nazario e Celso, chi sono costoro?
La domanda di “manzoniana memoria”, potrebbe causare nel lettore, la stessa “reazione emotiva” che ebbe il curato dei Promessi Sposi.
Per venire in aiuto a coloro che non sono a conoscenza degli “eventi storici” di questi missionari della fede cristiana, fornirò una “definizione da enciclopedia”, elaborata per l’occasione: i Santi Nazario e Celso, martiri della Chiesa Cristiana del I secolo, furono i “propagatori della nuova religione” in Genova, “partendo” dalla zona della Foce (!).
Questa brevissima spiegazione è stata fornita per “far saltare dalla sedia” il lettore attento, il quale si starà domandando con che modalità è avvenuto questo “episodio storico”. Mio malgrado sono costretto a ridimensionare l’affermazione effettuata poc'anzi, dicendo che la narrazione storica sui santi Nazario e Celso è da ricondurre ad una sorta di leggenda (cose da leggersi), che di storico ha ben poco: l’origine della cronaca (che non appartiene al presunto periodo citato) è molto posteriore alla vita dei martiri.
Cerchiamo, comunque, di ricostruire tramite le “fonti storiche” a nostra disposizione, la cronaca e le vicende che portarono i due “coapostoli” nella “nostra Foce”.
Breve ricostruzione biografica
Il testo1più antico a nostra disposizione, sviluppatosi localmente, è del XIII secolo scritto da Jacopo da Varagine: Nazario nasce a Roma da Africano2(probabilmente di “nazionalità africana” e di fede ebraica3) e da Perpetua (convertita al cristianesimo), fu discepolo di san Pietro e ricevette il battessimo dal futuro papa Lino4. Inviato come missionario nel nord Italia (tra cui Milano e Piacenza) si spinse fino alla Provenza (dove conobbe un giovinetto di appena nove5anni a cui fu dato il nome di Celso). Fece ritorno a Roma durante le persecuzioni dell’imperatore Nerone, non accettando la fede pagana fu imbarcato in una nave, insieme con il compagno Celso, per essere poi gettato nel mare. I due tuttavia scamparono alla morte a causa di un nubifragio: dopo aver evangelizzato la terra genovese per un pò di tempo si trasferiscono a Milano dove trovano il martirio.
Il racconto sopra esposto (il “cronista vescovo” fa cenno a racconti precedenti ma senza nominarli6: alcuni testi, probabilmente, andarono perduti nel tempo), potrebbe avvicinarsi alla verità storica, ma essendo stato elaborato in epoca successiva, “appare” come una “rivisitazione” sulla scorta di basi culturali, spiccatamente medioevali (come riferiscono i critici), che rispecchiano l’epoca dell’autore e non quella del protagonista dell’episodio.
La data del martirio
Le prime notizie su Nazario e Celso sono fornite dal biografo di sant’Ambrogio, Paolino da Nola (primo decennio del V secolo), il quale riferisce che fu proprio il Vescovo milanese a scoprire il luogo della sepoltura, nel 395 (o 396 o 397), tramite una “rivelazione divina”, in una zona fuori dalla Porta Romana: nell’arco temporale di circa un secolo (fino al VI secolo) inizia a delinearsi in maniera concreta il racconto7 - leggenda del martirio, che avvenne in quale anno?
Non esiste una data univoca, è precisato che la “sentenza” fu eseguita dal governatore Anolino8: il già citato Paolino da Nola ci riferisce che il “tempo del suo martirio ancor oggi ignoriamo” (qui quando sit passus usque in hodiernum scire non possit).
Per “dovere di cronaca” riporterò le varie date citate analizzandole in sequenza:
-molti dei critici9consultati sono portati a considerare che il martirio ebbe luogo nel penultimo o nell’ultimo anno dell’imperatore Nerone, quindi tra l’anno 67 e l’anno 68.
-dagli Annali del Giustiniani10veniamo a sapere che è citato l’anno 78: in questo caso “l’imperatore persecutore” dovrebbe essere Vespasiano, ma essendo citato Nerone è ovvio che si tratta di un errore cronologico (la tradizione fissa in quest’anno la morte del papa Lino). L’inesattezza cronologica evidenziata potrebbe essere ricondotta alla comparazione tra il computo degli anni detti dell’era cristiana o volgare (introdotta dal monaco Dionigi detto il Piccolo o l’Esiguo, nel VI secolo), e quella precedente in uso nel mondo romano.
-è richiamato l’anno 30411, quindi sotto l’imperatore Diocleziano: forse la persecuzione più sanguinaria. Possiamo considerare la data indicata poco credibile in quanto essendo relativamente vicino al tempo del “ritrovamento” non si comprende come in così poco tempo si sia potuta perdere la “tradizione orale”. Per comprendere in maniera approfondita come è stata elaborata la data, bisogna richiamare alla nostra memoria le varie vicende del IV secolo che interessarono la cristianità di quel tempo: dalle persecuzioni di inizio secolo si passa a “religione lecita” (Editto di Milano nel 313), poi abbiamo la serie dei Concili Ecumenici (con la “partecipazione attiva” dell’imperatore) per diventare definitivamente “religione di stato” con l’Editto di Tessalonica nell’anno 380; è da questo momento che i Padri della Chiesa (tra cui anche sant’Ambrogio), si trovano nella necessità di dover organizzare la nuova “struttura amministrativa”, compreso il culto dei santi: il ricordo del martirio più vicino nel tempo era quello di Diocleziano.
-l’ultima possibilità è stata “ipotizzata” in un periodo compreso tra il 161 e il 16912(imperatore Marco Aurelio) una data intermedia?
E’ doveroso chiederci, a seguito di queste incongruenze cronologiche, e soprattutto per l’incertezza dei dati storici a nostra disposizione, quale esigenza spingeva alla venerazione di queste figure, forse leggendarie13(o inventate)? In primo luogo dobbiamo soffermarci sul “luogo delle sepolture” vere o presunte: furono il centro del culto dei martiri, su di esse vennero eretti monumenti di tipo diverso, dalla semplice stele commemorativa al santuario sontuoso (esigenza economica ?).
A questi sepolcri i fedeli accorrevano in massa, si prostravano dinanzi alle sacre spoglie, rivolgevano preghiere, intonavano canti e inni. Un secondo motivo è da ricondurre ad un aspetto più umano: «dal martire i fedeli non attendevano unicamente grazie spirituali, ma anche favori terreni e interventi taumaturgici: egli era l’intercessore presso Dio sia delle une che degli altri, nonché il patrono della comunità»14.
I Vescovi Milanesi “ospiti della città di Genova”
Per comprendere al meglio come si è potuto “sviluppare” il culto di questi martiri nella nostra città è doveroso richiamare alla nostra mente le vicende italiane, ma soprattutto genovesi tra VI e VII secolo. Dopo la guerra greco – gotica la nostra penisola è dominata dagli imperatori di Bisanzio e tale rimane fino alla conquista longobarda del 568: Genova si sottrae all’occupazione rimanendo sotto la giurisdizione dell’Impero d’Oriente fino al 650. In questo arco temporale la nostra città ospitò i Vescovi milanesi fuggiti dalla dominazione longobarda, i quali professavano una religione eretica: l’arianesimo.
E’ molto probabile che durante questo “contatto” la tradizione del culto di Nazario e Celso (già viva a Milano da oltre un secolo) sia stata adattata alle “esigenze locali” 15.
Lo “sbarco alla Foce” (prope Ripa Maris in locum que dicitur Albario)
Se le “notizie” lette fin ora non hanno appassionato il lettore, il quale si starà domandando se esiste una verità storica degli eventi, probabilmente aumenterò la delusione perché con i prossimi “dati” ci caleremo all’interno della ideazione della leggenda, ma per venire in soccorso di chi ha scelto questa lettura cercherò di incuriosirli parlando solo della “nostra Foce”.
Avevamo lasciato i nostri due santi imbarcati (da Ostia) per essere gettati in mare: grazie all’intervento divino presero a camminare sulle acque, ma nel frattempo si scatenò una tempesta che terrorizzò i marinai, i quali chiesero aiuto a Nazario. Le acque si calmarono immediatamente e la nave approdò in un luogo vicino a Genova.



Ma qual è il “luogo genovese” di approdo? Per avere a disposizione un quadro completo e preciso è bene consultare le fonti genovesi.
Dal testo più antico, del Duecento, apprendiamo che la zona dello sbarco è da collocare a meno di un miglio da Genova, in loco ab urbe Ianuae ad passus fere sexcentos16, in un luogo che la tradizione popolare chiamò ad Sanctos Peregrinos17; in conclusione l’autore in questione, ritiene verosimilmente di poter situare lo sbarco nei pressi della zona detta della “Marina”, istum locum credimus esse illum ubi modo est ecclesia Sancti Nazarij del Albario18.
Il Quattrocentista Stella (vedi nota 13), trae la notizia dell’arrivo dei santi direttamente da Jacopo da Varagine (vedi citazioni precedenti) e riporta quanto segue: «ad locum per passus fere secentos ad urbem Genuensem […] Eum locum  fuisse creditur ubi Sancti Nazarij de Albario basilica modo est».
L’annalista Cinquecentesco della Repubblica di Genova, Agostino Giustiniani, fornisce una sua “versione originale” ponendo l’accento sulla devozione popolare che esiste in un oratorio nei pressi dell’antica Porta degli Archi: «il luogo dove prima arrivarono i santi secondo alcuni e vicino alla porta degli archi, ove soleva esser un oratorio nominato ad Sanctos Peregrinos, e al presente ancor vi è una certa divotione, secondo alcuni altri questo luogo e dove e costrutta la chiesa di S. Nazaro nella villa d’Albaro».19
Dal cronista del Seicento, Agostino Schiaffino, abbiamo per la prima volta la citazione della Foce, notizia tratta, a suo dire, da una pergamena molto antica (Monumento ecclesiae Cathedralis Genuensis): «il luogo, ove questi santi col naviglio approdassero Genova fu 600 passi distante dalla città verso la parte d’Oriente, appunto ove il fiume Bisagno si scarica in Mare»20.
In seguito commenta l’elaborato del Giustiniani approfondendo il ragionamento sulla zona della Porta degli Archi: «e vicino alla porta della Città detta delli Archi fu un piccolo Oratorio fabbricato nel luogo stesso, ove li Santi suddetti ebbero il primo ospizio [albergo o riparo notturno], prima che entrassero nella Città (come per antica tradizione si crede) dopo che furono sbarcati nella spiaggia accennata, il quale Oratorio essendo ancora in piedi né tempi che il Vescovo Giustiniani scrisse i suoi Annali, che fu intorno al 1530 [quindi dopo duecento anni questo edificio sacro non è più esistente], o poco più, riferisce che egli che vi si continua a venerare i suddetti Santi, e che si chiamava ad Sanctos Peregrinos; come che col nome di Santi»21.
Dall’elaborato del XVIII secolo a cura dell’Accinelli abbiamo, tratto integralmente dallo Stella, quanto segue:«ad locum per passus fere 600 iuxta urbem Genuam»22.
L’ultima citazione, di epoca moderna, è tratta da Domenico Cambiaso, il quale analizzando in maniera superficiale il trattato del Giustiniani, “confonde” la fondazione dell’antico oratorio della Porta degli Archi con la chiesa di Albaro: «AD SANCTOS PEREGRINOS è da riferire solo alla Porta degli Archi, fondata nel 987»23.
Dopo aver elencato tutte queste tesi rimangono molteplici perplessità. Per provare a “diradare le nebbie del sapere” proviamo a prendere in esame nuovamente il testo del Giustiniani, il quale dichiara che Genova fu la prima o una delle prime città in Italia che si convertì al Cristianesimo e dove fu celebrata la prima Messa: «commune opinione che questa sia la prima chiesa, in la qual sia stata celebrata pubblicamente la messa non solamente in la Diocesi Genovese ma in tutta Italia»24.
Per quanto l’affermazione fatta non è supportata da “prove storiche”, una sorta di “testimonianza” potrebbe essere l’origine del toponimo Albaro: «il nome suonò vaticinio del fausto avvenimento che la tradizione dice essersi qui verificato, quando con la predicazione dei primi evangelizzatori Nazario e Celso spuntò per Genova l’alba del Cristianesimo?»25.
Un commento storico26
Da quanto detto è opportuno ricordare che la più antica propagazione del Cristianesimo è avvenuta lungo gli itinerari dei grandi commerci mediterranei ed ha utilizzato le strade romane. Alla luce di questa tesi perde attendibilità l’ipotesi di un approdo genovese dei santi oggetto del presente studio, perché durante l’età di Nerone dovremmo piuttosto supporre che la strada per arrivare a Milano doveva passare per la vie consolari (Flaminia o Emilia), mentre gli itinerari di Genova e del Tirreno sono più verosimili nell’età di Teodosio.
Il complesso di queste tradizioni e memorie ci consente dunque soltanto di confermare il fatto che una comunità cristiana in Genova fu formata in tempi molto remoti, forse prima del periodo in cui viene attestato dall’archeologia. Rimane incerta la via di questo primo apostolato: quella “navale” o quella “terrestre”? Non si può escludere che entrambe le vie abbiano esercitato la loro funzione in questo senso, con una convergenza di influssi che avrà favorito il precoce costituirsi della comunità dei fedeli.
Conclusioni
E’ bello pensare, comunque siano andate realmente le cose, e un po’ per senso “patriottico focese”, sostenuto dalla citata tradizione popolare, che nella storia questa zona possa aver avuto vari “primati”: essere a conoscenza di questo “bagaglio culturale” ci permette di capire alcuni aspetti della modernità, primo fra tutti la toponomastica ma ci impegna anche nel “dovere della memoria”. Non siamo interessati a conoscere in maniera minuziosa le vicende del passato lontane, da noi uomini del Duemila, svariati secoli, ma analizzando i “tempi andati” possiamo meglio comprendere come si è sviluppata la nostra quotidianità.
Curiosità
            Nella storia della Chiesa è vissuto un altro Santo di nome Nazario: si tratta di San Nazario Vescovo di Giustinopoli, vissuto tra V e VI secolo. Nel 1379, durante la guerra di Chioggia fra la Serenissima repubblica di Venezia e la Superba repubblica di Genova, i genovesi saccheggiarono la città istriana (che nel frattempo aveva preso il nome di Capodistria), trafugando le reliquie di San Nazario e Sant’Alessandro; dopo circa quarant’anni, nel 1422, l’Arcivescovo di Genova restituì le preziose spoglie sacre alla sua legittima sede.
            Il racconto appena descritto ha sicuramente tratto in errore l’autore di un articolo apparso nella rivista Liguria – Rivista mensile di attualità e cultura del 1991 (citato anche nella rete informatica), il quale attribuisce la dedicazione della chiesa che sto analizzando a questo santo vescovo: diffondere in un mezzo di comunicazione quale il WEB, notizie non approfondite e non verificate dalle fonti storiche originarie, è un operazione “poco professionale”. Sempre nello stesso articoletto si fa cenno alle scorrerie saracene (vedi capitolo successivo) che subì la nostra città: ancora una volta la citazione del periodo di riferimento (secolo XII) è inesatto, l’episodio avvenne verosimilmente nel ventennio compreso tra il 920 e il 940.
Un’ultima notizia curiosa: nella cattedrale di Trivento (nel Molise), dedicata ai Santi Nazario e Celso è presente una riproduzione pittorica che raffigura lo sbarco dei due martiri nel genovese.
Vorrei concludere questo capitolo con le parole di un’iscrizione presente nel palazzo ducale: Structori Genuae multum debere fateniur, sed plus PALMIFERIS, qui docuere fidem.
Trad. Ai costruttori di Genova si deve molta riconoscenza, ma di più ai Palmiferi (coloro che portano la palma) che hanno “insegnato” la fede.




Note
1) JACOPO DA VARAGINE, Chronica Civitatis Ianunensis in Fonti per la Storia d’Italia, Roma 1941.
2) Questo nome risulta in due Codice del X secolo, in quello più antico si può leggere «Beatus igitur genitus extitit a patre nomine Africano». Nell’altro testo, riferito dai Bollandisti moderni, abbiamo quanto segue: «Nazarius genitus patre nomine Africano»; Cf. FEDELE SAVIO, La Leggenda dei SS. Nazario e Celso, Milano 1890, p. 7.
3) Risulta in un Codice del X secolo.
4) «Quod antem dicitur cum a Lino papa baptizatum fore, intelligitur quod non tunc papa erat, sed quod futurus erat». Cf. FEDELE SAVIO, La Leggenda dei SS. Nazario e Celso, p. 9 (2).
5) L’età di questo ragazzo è molto contrastante: varia dai tre anni fino ad un massimo di venti (circa l’età dell’arruolamento alle armi).
6) «…per ipsum non declarata plenius, ne aliter nominata» Cf. GIORGIO STELLA, Storia di Genova, Codice del 1405.
7) All’inizio del VI secolo (forse nel 521) il Vescovo di Pavia Ennodio compone un “carme” su san Nazario.
8) Abbiamo notizia di un certo Anolino, proconsole di Cartagine, persecutore dei Cristiani africani al tempo di Diocleziano (a cavallo tra III e IV secolo).
9) Jacopo da Varagine, Pietro Puriello, Agostino Schiaffino, Pietro Paganetti.
10) AGOSTINO GIUSTINIANI, Annali della Repubblica, c. 46 – 52, Tomo I. CF PIETRO BIZZARRI, Annali Genovesi. Paolo Novella cita l’anno 76, dedotto da un antico manoscritto conservato presso la chiesa di San Francesco di Albaro (CF PAOLO NOVELLA, Memorie dei SS Nazario e Celso e della loro chiesa in Albaro, in La Settimana Religiosa, Genova 1931, pp. 363 – 365).
11) ARTURO FERRETTO, I Primordi e lo sviluppo del Cristianesimo in Liguria, p. 193 – 200, in Atti Società Ligure di Storia Patria.
12) Idem.
13) «Prima del beato Valentino [312 – 325] certamente [Genova] ebbe un Vescovo [nell’Italia Settentrionale l’episcopato sorse nel III secolo e si sviluppò nel IV secolo]; però il primo Vescovo Genovese che io sappia essere stato nominato con scrittura fu il Santo Valentino. E se si leggono nella vita di S. Nazario queste cose che sbarcato ad un approdo per un cammino di circa seicento passi, venne nella città Genovese, tuttavia non si può affermare che questa città fosse Genova, poiché la vita di S. Nazario fu compilata e rimaneggiata molto dopo [circa un secolo dopo] la vita del beato Valentino e di altri presuli Genovesi. Perciò il compositore di questa vita forse nominò la città di Genova non perché la città esistesse al tempo del beato Nazario [questa affermazione non è esatta], ma perché esisteva al tempo in cui egli scriveva le sante memorie di Nazario». Cf. G. STELLA, Storia di Genova.
GAETANO BUGATTI, Memorie storico - critiche intorno alle reliquie ed il culto di San Celso, Milano 1782.
14) SALVATORE PRICOCO, Dal Concilio di Nicea a Gregorio Magno, in Cristianesimo – Origini e diffusione in tutte le sue forme, p. 81.
15) E’ attestato che una delle prime chiese genovesi, del periodo paleocristiano (secolo VI o VII), sia quella intitolata ai Santi Nazario e Celso, la cripta sotto l’attuale chiesa di Nostra Signora delle Grazie al Molo. Cf. AGOSTINO SCHIAFFINO, Annali Ecclesiastici della Liguria, Tomo I, c. 46 -56, manoscritto XVII secolo.
16) J. DA VARAGINE, Chronica, p. 69.
17) Idem.
18) Ibidem.
19) A. GIUSTINIANI, Annali, c. 46 – 52.
20) A. SCHIAFFINO, Annali, c. 46 – 56.
21) Idem
22) FRANCESCO MARIA ACCINELLI, Liguria Sacra, Tomo I, c. 4 - 8.
23) DOMENICO CAMBIASO, L’anno Ecclesiastico e le Feste dei Santi in Genova, in Atti Società Ligure di Storia Patria, Vol. XLVII, Genova 1917.
24) A. GIUSTINIANI, Annali, c. 46 – 52.
25) LAZZARO DE SIMONI, Le Chiese di Genova, Genova 1948, p. 129.
26)TEOFILO OSSIAN DE NEGRI, Storia di Genova, Genova 1967, p. 105.



AUTORE
SECOLO
EPOCA DEL MARTIRIO
LUOGO DELLO SBARCO
CONCLUSIONE STORICA
Jacopo da Varagine
XIII
68 d.C.
600 passi da Genova
Riferisce che trae le notizie da precedenti scritti, ma non ne cita le fonti.
Giorgio Stella
XV
68 d.C.
600 passi da Genova
Trae la notizia direttamente dal Da Varagine.
Agostino Giustiniani
XVI
78 d.C.
Porta degli Archi
E’ l’annalista per eccellenza, ma alcune imprecisioni ne fanno perdere l’attendibilità.
Agostino Schiaffino
XVII
68 d.C.
600 passi da Genova vicino Foce Bisagno
Esegue un attento lavoro di ricerca, consultando le fonti storiche del suo tempo.
Giacomo Giscardi
XVIII
non citato
Marina di Albaro
Il suo studio è da riferire soltanto alla descrizione della chiesa.
Francesco Maria Accinelli
XVIII
68 d.C.
Non precisato
Espone in maniera sintetica la leggenda.
Pietro Paganetti
XVIII
68 d.C.
Non precisato
Trae la notizia dal Giscardi.
Nicolò Perasso
XVIII
78 d.C.
Marina di Albaro
Probabilmente trae la notizia dai monaci Bollandisti.
Federico Alizieri
XIX
70 d.C. ca.
Albaro
Il suo approfondimento è relativo alla descrizione dell’edificio sacro.
Domenico Cambiaso
XX
70 d.C.
Porta degli Archi
Trae la notizia direttamente dal Giustiniani.
Paolo Novella
XX
76 d.C.
Albaro
E’ da considerare un grande appassionato di storia locale.
Lazzaro De Simoni
XX
70 d.C.
Albaro
Poco possibilista.
Giulio Miscosi
XX
70 d.C.
Albaro
Trae la notizia direttamente dal Giustiniani.



Bibliografia
Acta Sanctorum, a cura dei Padri Bollandisti, Anversa 1643 (in formato elettronico)
BIZZARRI PIETRO, “Annali Genovesi
BELGRANO LUIGI TOMMASO, “Cartario genovese ed illustrazione del Registro Arcivescovile, in atti Società
Ligure di Storia Patria”, Volume II, Genova 1870.
BUGATTI GAETANO, “Memorie storico – critiche intorno alle reliquie ed il culto di San Celso”, Milano 1782.
(in formato digitalizzato)
DA VARAGINE JACOPO, “Chronaca Civitatis Januensis”, edizione a cura di G. Meloni, Roma 1941.
DE NEGRI TEOFILO OSSIAN, “Storia di Genova”, Genova 1967.
D’ORIA JACOPO, “Annali
FERRETTO ARTURO, “I primordi e lo sviluppo del Cristianesimo in Liguria, in atti Società Ligure di Storia
Patria”, Volume XXXIX, Genova 1907.
GAGGERO AGOSTINO GIUSEPPE, “Nazario e Celso antesignani della fede in Liguria”, Genova 1967.
MISCOSI GIULIO, “Quartieri di Genova antica”, Genova 1967.
PRICOCO SALVATORE, “Dal concilio di Nicea a Gregorio Magno” in Cristianesimo.
SAVIO FEDELE, “La Leggenda dei SS. Nazario e Celso”, Milano 1887.
STELLA GIORGIO, “Annales Genuenses”, manoscritto XV secolo.
VIGNA RAIMONDO AMEDEO, “Illustrazione storica, artistica ed epigrafica”, Genova 1864.
ã Cagnin Daniele

Aprile – Giugno 2014

NOTIZIE STORICHE SULLA ZONA DELLA FOCE PRIMA DEL XV SECOLO

Daniele Cagnin

Prefazione

Cos’è che spinge le persone a “parlare” di storia?
A questa domanda si possono fornire diverse risposte o interpretazioni, tutte plausibili: “amor patrio” (indagare sulle proprie origini), “ampliare le proprie basi culturali” (seguir virtute e canoscenza - Cf. Dante, Inferno), “il dovere della memoria” (una frase presa in prestito da altri contesti, ma sempre efficace)...
La storia ci permette, non solo di conoscere il passato, ma di comprendere come si sia formato il “mondo in cui viviamo”.
In questa “prima puntata” prenderemo in esame, se pur brevemente, l’origine del nome FOCE, e alcune “notizie storiche” del periodo pre-Quattrocento.
La porzione di territorio che verrà presa in esame è quella del Comune della Foce (1808 - 1873): i confini quindi sono a settentrione l’attuale via Barabino, a levante parte dell’attuale via Nizza e via Trento e una parte di via Piave, a mezzogiorno la spiaggia e a ponente l’attuale muraglione di corso Aurelio Saffi.
Rispetto ad altri “lavori già eseguiti” cercheremo di fornire nuove notizie, ritrovate nel lavoro di ricerca, per ampliare le conoscenze e proseguire nell’intento divulgativo che ci siamo preposti. Buona lettura!


Parte Prima
Etimologia
Per quanto il toponimo venga spesso fatto derivare, banalmente, da “foce” intesa come sbocco del torrente (Bisagno) alcuni studiosi, nell’arco del tempo, hanno individuato due teorie di pensiero.

L’ipotesi greca

Un ipotesi poco credibile e forse con pochi fondamenti storici.
La notizia che il nome Foce deriverebbe dall’antico popolo dei Focesi (coloro che “fondarono” Marsiglia intorno al 600 a.C.) è tratta da Giulio Miscosi: nella sua trattazione (1) ci racconta che tale la notizia è presente anche in altri “storici” tra cui Girolamo Serra (2). Ma leggiamo quanto riferisce:
«...il suo nome proviene, non già dal trascurabile sbocco a mare del torrente, ma dall’antichissima residenza dei Focesi. Questa tesi sarebbe avvalorata dalla collina di Fogliensi (Phocensis) dove ora sorge la chiesa di San Pietro e la regione di Foce Alta. Infatti più tardi, verso il Mille, si creò in questo ameno colle, l’ordine dei Fogliensi, che presero il nome dal luogo dove fu eretto il monastero».
Analizziamo in sequenza quanto affermato:
1) Che l’antico Borgo della Foce possa essere stato, in epoca preromana, la “residenza” (probabilmente occasionale, visto i presunti traffici commerciali - 3 - con la popolazione autoctona), non ci sentiamo di escluderlo a priori, ma nello stesso tempo possiamo escludere che siano stati i “fondatori” di un antico nucleo abitativo.
2) Il toponimo usato per indicare la prima parte della collina di Albaro (la zona di Foce Alta), considerando anche la sua traduzione latina (Phocensis), sembrerebbe poco attendibile in quanto il nome Fogliensi deriverebbe dal dialetto genovese Fuxensi: quindi “abitanti della Foce”.
3) L’ultima citazione fornita dal Miscosi è indiscutibilmente inesatta: l’ordine dei Fogliensi (o per meglio dire Foglianti) erano monaci appartenenti all’ordine sorto dalla riforma introdotta da Jean Baptiste de la Barrière nell’abbazia cistercense di Notre-Dame de Feuillant, presso Tolosa: resisi indipendenti dal capitolo di Cîteaux nel 1592, si diffusero rapidamente in Francia e in Italia, dove erano noti come bernardoni. Esisteva pure il ramo femminile delle fogliantine.
Da quanto detto possiamo quindi prendere in considerazione questa tesi, come “tradizione popolare”, forse consolidata nel secolo precedente, e di cui anche il Miscosi, probabilmente, non è certo, questo perché non approfondisce la fonte, tanto è vero che conclude tale argomento in maniera sbrigativa, dicendo: «Tralasciamo quest’epoca che chiameremo eroica, dove il lettore può pensarla come meglio gli aggrada». (4)

Ipotesi “moderne”

L’ipotesi più “scientifica”, che può essere presa in seria considerazione è che il “toponimo” deriverebbe da passaggio o percorso tra due colline: nel nostro caso fra Albaro e Carignano.
Da un documento, datato 23 ottobre 1448, atto di vendita a rogito del Notaio Andrea De Cairo (5), risulta che un certo Ruggero della Guardia di Napoli è un abitante della città della Foce di Bisagno: villa Faucis (6) Bisannij propre Januae.
E’ curioso che un atto, riguardante la vendita di uno “stabile” nella zona della Foce, venga stipulato in una data molto vicina al periodo (secolo XV) considerato l’inizio dei “primi insediamenti abitativi” del sito. In questo documento è citata la cappella di San Pietro come “proprietà” della famiglia Credenza: divennero cittadini genovesi nel XIV secolo, ma nel XV secolo si estinsero.
Toponimo Ligure/Toscano
Il castello di Fosdinovo (faucenova), come dice l’etimologia stessa del nome, sorse nei pressi di una nuova “foce”, e quindi una delle “strutture stradali” per eccellenza: un valico.



Parte seconda
Neolitico – Pre-romana

Periodo Neolitico

Il primo nucleo della nostra città fu alla Foce!
Le “nuove teorie sulla nascita di Genova” (7) trasferiscono il “nucleo più antico”, dalla “tradizionale” zona del “Castello” alla zona tra piazza della Vittoria e piazza Brignole: tutto ciò a seguito del ritrovamento di una palafitta, risalente al V millennio a.C.
Sembra anche svelato la vera origine, e il significato, del nome Genova: è la contaminazione etrusca di un nome più antico, celtico-ligure, Ghenaua, che significa “bocca”, “imboccatura”, proprio perché la città è nata alla foce, o bocca, del Bisagno. (Filippo Maria Gambari - soprindente ai beni archeologici della Liguria).

I Liguri

Erano un'antica popolazione, che ha dato il suo nome all’odierna regione della Liguria e al Mar Ligure che la bagna.
In epoca preromana, i Liguri occupavano l'attuale Liguria, l'area apuana e il Piemonte a sud del Po. È però opinione comune che, prima del 2000 a.C., i Liguri occupassero un’area molto più vasta.
fonte enciclopedica

Cicno

Figura mitologica, figlio di Stenelo, era re dei Liguri; fu cambiato in cigno da Apollo mentre piangeva la morte dell’amico Fetonte e poi trasformato in costellazione.
fonte enciclopedica

Epoca pre-romana

Con questa “dicitura” si tende ad abbracciare un arco temporale compreso tra l’inizio del VI secolo a.C. e la fine del III secolo a.C.
La documentazione in nostro possesso, per questo periodo, proviene unicamente dai ritrovamenti archeologici (8) effettuati nella zona della necropoli (Brolium), fine secolo XIX, e dagli “scavi di Castello”, anni Sessanta del secolo scorso. Da questi reperti derivano due tesi di pensiero: Genova fu una “colonia etrusca”? o fu un semplice “emporio commerciale etrusco”?
Per ciò che concerne la “tesi politica”, dal De Negri (9) apprendiamo quanto segue: «A dir vero non è mancato chi ha avanzato l’ipotesi di una prevalenza etrusca nella fondazione della città, facendosi forte soprattutto della presenza dei già citati reperti archeologici (10): troppo poco, a parer nostro, per dedurne una presenza etnica o “politica”, etrusca».
Lo stesso autore citato pocanzi, sembra anche poco possibilista nei confronti della “tesi dell’emporio commerciale”, benché tale teoria di pensiero sia quella più “analizzata”.
Non addentrandomi in “dispute accademiche”, mi sembra opportuno, per “dovere di cronaca”, riportare il “giudizio storico” del De Negri:
«Qualora i Greci, o anche gli Etruschi, avessero occupato Genova tra il V e il IV secolo, i “geografi” antichi, così diligenti nell’annotare ogni minuzia nelle loro cronache, non ne avrebbero certo tralasciato il ricordo. Dobbiamo dunque limitarci a riconoscere la “presenza occasionale” di Etruschi e di Greci, non un loro stanziamento continuato ed un dominio, che sarebbe poi un “condominio” assurdo ed impossibile». (11)
La conclusione a cui arriva il De Negri è la seguente:
«Comunque la compresenza, reale o potenziale, di Etruschi e di Greci in antagonismo più o meno aperto sul “mercato” di Genova esclude la possibilità di una preminenza degli uni sugli altri, e favorisce il rinvigorimento e lo sviluppo dell’elemento indigeno». (12)


Parte TERZA
Medioevo

Archeologia

Le ricerche archeologiche, effettuate a seguito dei lavori di sbancamento iniziati nell’estate del 1991, per la realizzazione del Parking Vittoria, hanno portato all’individuazione di tre “fasi insediative” precedenti l’impianto delle FRONTI BASSE DEL BISAGNO (ca. secolo XVI), collocabili, cronologicamente tra il XIII e XVI secolo.
Questi tre ritrovamenti sono stati collocati nel XIII secolo per un tratto di strada larga circa cinque metri, nel XIV secolo per un ponte ad arcata singola, un piccolo tratto di strada e alcune “prime strutture insediative”, nel XV secolo per un tratto di strada larga circa sei metri.

I Saraceni

Una delle primissime costruzioni della Foce, forse del periodo 920 - 940, era una torre utilizzata come guardia a difesa degli attacchi dal mare, diventata successivamente come campanile della chiesa dei Santi Nazario e Celso.

Le chiese

Le uniche “costruzioni”, di cui si hanno incerte notizie però, presenti prima del XIII secolo, sono da collocare in quella zona detta di Foce Alta.
Sono la chiesa dei Santi Nazario e Celso (forse anteriore all’anno 987) e la chiesa di San Vito (forse anteriore al 1079).
Curiosità
Nella notte fra il 13 e il 14 dicembre 1311 muore nella nostra città, colpita da un’epidemia di peste, un’importante “figura politica” dell’Europa di quel tempo: Margherita di Brabante, coniuge dell’Imperatore Enrico VII di Lussemburgo.
Questa notizia, forse poco pubblicizzata negli ambienti scolastici cittadini, è stata oggetto di numerose interpretazioni storiche, in primo luogo sulla data, esistono almeno sette versioni diverse, e in seconda analisi sul luogo: l’imperatrice muore nella “residenza”, fuori dalle mura cittadine, della famiglia Zaccaria Palatio Heredum Benedicti Zachariae et in urbis appendicibus ubi Bisagnum ad partem Orientalem juxta mare (A. MUSSATO, Historia augusta de gestis Heinrici VII Caesaris).
Da quanto detto alcuni studiosi del secolo scorso, tra cui il Ferretto e il Mazzotti, ritennero che tale residenza poteva essere collocata alla FOCE, interpretando, forse in maniera “frettolosa”, le parole dello storico di corte juxta mare, come una vicinanza alla costa.
Nel XIV secolo il “nostro quartiere” non aveva sviluppo residenziale, quindi la “prossimità al mare” delineata dal Mussato (considerando che è un padovano) deve essere ricercata in un altro contesto cittadino.
Secondo il Barozzi (Momenti di Geografia Storica Genovese, Genova 2000, pp. 103 - 112), l’aerea localizzabile nel borgo chiamato di San Vincenzo è l’unica “teoria valida”.
L’ultima curiosità riguarda il monumento funebre: fu commissionato da Enrico VII a Giovanni Pisano per commemorare l’amata moglie morta all’età di trentasei anni. Nel Museo cittadino di Sant’Agostino si conservano alcuni dei pochi frammenti sopravvissuti alla distruzione della chiesa di San Francesco di Castelletto.
La defunta è rappresentata mentre viene sorretta da due angeli al momento dell’ascensione.


NOTE
(1) GIULIO MISCOSI, I Quartieri di Genova Antica, Genova 2004, p. 256 - 257;
(2) GIROLAMO SERRA, Storia dell’antica Liguria e di Genova, Genova 1834, p. 17: ... e il medesimo [popolo dei Focesi] forse o un simile popolò al sinistro lato di Genova l’amenissimo poggio di Calignano. Certamente que’ luoghi han nomi, che derivano dal greco;
(3) E’ bene ricordare il ritrovamento, nel 1923 nei pressi di Crocetta d’Orero, di numerose monete di argento, risalenti al III secolo a.C., nelle quali era presente il tetradramma focese. E’ bene tener presente che sono molti i “siti” in cui si fa cenno all’etimologia del nome Foce: sono da considerare come notizie non provate storicamente;
(4) GIULIO MISCOSI, I Quartieri di Genova Antica, Genova 2004, p. 257;
(5) A.S.G., Notai Antichi - Andrea De Cairo, Filza n° 4 n° generale d’ordine 784, atto n° 272;
(6)Il significato del sostantivo latino è passaggio stretto ed angusto (?);
(7) MICHELA BOMPANI, La Superba è nata in riva al Bisagno “Genova era un porto fluviale” articolo su Repubblica del 3 aprile 2010;
(8) Iscrizione in caratteri etruschi, nella necropoli genovese, alla quale corrisponde anche nello scavo di Castello un’altra breve scritta su un frammento ceramico; esistono inoltre alcune murature a secco datate alla fine del VI secolo;
(9) TEOFILO OSSIAN DE NEGRI, Storia di Genova, Firenze 2003; p. 28;
(10) La zona del Brolium, successivamente venne chiamata “Orti di Sant’Andrea”, nella quale ebbero dimora i Vescovi milanesi rifugiati a Genova durante il periodo dell’invasione longobarda. I Vescovi milanesi dimorarono a Genova per circa settant'anni, governando in qualità di Arcivescovi (dalla chiesa di Sant’Ambrogio), anche perché la “Chiesa genovese” era “subalterna” di quella milanese. Nel 638 la sede fu nuovamente trasferita a Milano, grazie a San Giovanni Bono, nativo di Recco;
(11) TEOFILO OSSIAN DE NEGRI, Storia di Genova, Firenze 2003; p. 30;
(12) Idem, p. 31;


Bibliografia
PIETRO BAROZZI, Momenti di Geografia Storica Genovese, Genova 2000.
MICHELA BOMPANI, La Superba è nata in riva al Bisagno “Genova era un porto fluviale” articolo su Repubblica del 3 aprile 2010.
GIULIO MISCOSI, I Quartieri di Genova Antica, Edizione Compagnia dei Librai, Genova 2004.
NICOLO’ PERASSO, Memorie e notizie di chiese ed opere pie di Genova, manoscritto 1770 ca.
GAETANO POGGI, Genova Preromana , romana e medioevale, Genova 1914.
GIROLAMO SERRA, Storia dell’antica Liguria e di Genova, Torino 1834.
Marzo 2014





Una industria genovese presso il Bisagno agli inizi del 1300


Focea a differenza di quasi tutte le colonie genovesi d'allora non vive del commercio di transito che è insignificante, ma della produzione delle miniere di allume che nella prima meta del Trecento un manuale di pratica commerciale valuta a circa 14 mila "cantari" all'anno (press'a poco 730 tonnellate).

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Tutte le industrie tessili, già da allora così sviluppate in Europa hanno bisogno di allume per fissare i colori; i conciatori lo adoprano per le pelli, i farmacisti lo impiegano come blando emostatico, i pittori, gli indoratori se ne servono.
Questa molteplicità di applicazioni spiega la diffusione e il consumo eccezionali per l'epoca. Ma quando lo Zaccaria riprese lo sfruttamento delle miniere di Focea che prima sembra fossero abbandonate, erano in circolazione per l'Europa almeno altre diciotto qualità d'allume, da quello nostrano di Lipari che si considera scadentissimo a quello pregiato di Colonna o di Trebisonda che anche dopo sarà reputato il migliore del mondo. A differenza di quasi tutte le altre mercanzie, per le
quali nel Medioevo la domanda superava l'offerta, d'allume c'era da lamentare una vera e propria superproduzione che aveva persuaso gli appaltatori delle miniere del sultanato d'Iconio a organizzare un monopolio per tenere alti i prezzi.

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Lo Zaccaria imposta la lotta coonuna modernità, con un acume, con una larghezza di procedimenti che ci riempie d'ammirazione. Probabilmente un capitano d'industria americano non saprebbe trovar di meglio: in un'epoca in cui le industrie sono assai più arretrate che non il commercio, Benedetto Zaccana ci apparisce, nel suo campo tecnico, un precursore non meno geniale di un Marsilio da Padova o di un Leonardo. Comprende che per guadagnare di più bisogna non già tenere i prezzi alti
ma diminuire il costo di produzione: ed eccolo arruolare una maestranza tutta indigena che richiede salari poco elevati e ridurre al minimo le spese di trasporto seguendo fino all'ultimo la via di mare con le proprie galee sulle quali soltanto carica I'allume.

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Vogliamo ricercare nella sua industria la cosiddetta integrazione verticale? C'è anche quella: Benedetto Zaccaria impianta a Genova presso il Bisagno una tintoria, dove certamente tratta i panni con l'allume delle sue miniere. I risultati sono di una grandiosità in tutto eccezionale per l'epoca: la città che sorge in pochi anni presso le miniere di Focea nel 1308 ha circa temila abitanti (a quel tempo si calcola che Londra potesse averne circa 30 mila, Lipsia 4 mila Ypres - metropoli
dell'industria tessile fiamminga - 40 mila). Lo Zaccaria vi ha chiamato da Genova uomini di tutti i mestieri, dal calzolaio al medico-chirurgo che per la modica somma di quaranta iperperi all'anno si impegna a curare egualmente i Latini e i Greci e nel caso che non ci siano malati promette di fare qualun altro lavoro.

estratto da: Roberto S.Lopez, Storia delle colonie Genovesi nel Mediterraneo, Marietti, Genova 1996


R.S. Lopez, Benedetto Zaccaria, ammiraglio e mercante nella Genova del Duecento, Principato, Milano - Messina 1933.



La morte di Margherita di Brabante

Rosa Elisa Giangoia

  Secondo quanto scrive il cronista milanese Bernardino Conio [1], Benedetto Zaccaria (morto nel 1307) avrebbe anche avuto "lungo il torrente Bisagno, vicino al mare", probabilmente in prossimità della tintoria, una villa, dove, nella notte tra il 13 e il 14 dicembre del 1311, sarebbe morta l'imperatrice Margherita di Brabante, moglie del sovrano Arrigo VII di Lussemburgo ("l'alto Arrigo" di Dante, Par. XXX 137), in seguito alla peste contratta in precedenza, forse durante l'assedio di Brescia. 
  Fu poi sepolta nella Chiesa di San Francesco in Castelletto nel monumento funebre fatto erigere dal marito per mano di Giovanni Pisano, di cui si conservano solo alcuni frammenti, attualmente al Museo di Sant'Agostino.

[1] B. Conio, L'historia di Milano volgarmente scritta, Venezia, 1554, c. 174 v.