martedì 24 febbraio 2015

CASE ALTE



Rosa Elisa Giangoia


I grandi palazzi, che delimitano a destra e a sinistra piazza Rossetti e che concludono il lato destro di via Rimassa e il sinistro di viale Brigate Partigiane, sono comunemente detti "grattacieli", ma in ambito architettonico erano stati indicati fin dall'inizio della loro progettazione come "case alte alla Foce".
La loro nascita è da collocarsi nell'ambito del generale rinnovamento urbano degli anni Trenta del Novecento, precisamente nel 1933, quando, a novembre, fu bandito il concorso per la sistemazione edilizia della nuova piazza alla Foce prevista dal Piano Regolatore di massima delle zone centrali della città (1932). Tutta l’area sarebbe stata oggetto di profondi cambiamenti: il progetto prevedeva, infatti, la trasformazione di piazza del Popolo, la demolizione degli storici cantieri navali Odero, la cui concessione del suolo era giunta a scadenza nel 1931, e la realizzazione di una nuova ampia strada di collegamento tra il nuovo lungomare a levante della città (1926), attuale Corso Italia, e la zona della foce del Torrente Bisagno.
Il concorso, a cui parteciparono numerosi architetti di impostazione razionalistica (Fuselli, Bellati, Morozzo della Rocca, Ferrati, Daneri e Bagnasco) fu vinto dall'architetto Luigi Carlo Daneri (1900-1972) e la costruzione degli edifici, causa anche l'interruzione dovuta alla Seconda   Guerra Mondiale, si protrasse dal 1934 al 1958.
Gli edifici, in blocchi binati orientati perpendicolarmente alla costa, sono disposti secondo un disegno a ‘C’ rivolta verso il mare. L'innovativo progetto di Daneri fu studiato secondo uno schema che prevedeva, a fronte degli allora usuali cortili interni a blocchi edilizi, la realizzazione di edifici in linea con ampi distacchi tra i diversi corpi di fabbrica per consentire la corretta insolazione degli alloggi. In particolare si progettavano blocchi edilizi binati, orientati perpendicolarmente al litorale e raccordati da un piano terreno a porticato continuo.




Bibliografia


R. Luccardini, Albaro e la Foce. Genova. Storia dell'espansione urbana del Novecento, Sagep, Genova 2013;
F. Balletti, B. Giontoni, Una città tra due guerre. Culture e trasformazioni urbanistiche., De Ferrari, Genova 1990;
P. Cevini, Genova Anni ’30. Da Labò a Daneri., Sagep, Genova 1989. pp. 158 sgg.;
P. D. Patrone, Daneri., Sagep, Genova 1982.

domenica 22 febbraio 2015

STRADE DELLA FOCE


Severino Fossati

Via E. Cravero
La via non è in linea con il resto delle strade (manca il parallelismo con via Rimassa e con via Casaregis) perché in origine correva all'esterno del muro di cinta del Cantiere. Il piano regolatore del 1877 prevedeva le vie squadrate che non coincidevano con le vie già esistenti,compresi palazzi già costruiti. Come conseguenza, la facciata di via Cecchi del primo palazzo tra via Casaregis e via Cravero è più corta di quella del palazzo in via Morin, mentre quella posta travia Cravero e via Rimassa in via Cecchi è più larga di quella corrispondente in via Morin. Ancora piu corta è quella in via Foce tra via Rimassa e via Cravero. Inoltre, in via Cravero, tra via Morin e via Foce, la facciata dei palazzi ha un leggero cambio di direzione e poi vi è il tratto in curva.
Notare che gli altri muri di cinta del Cantiere non hanno avuto alcuna influenza sul tracciato delle vie e quindi sulla costruzione dei vari caseggiati. Lo stesso problema si manifestò in modo più evidente con corso Buenos Aires, dove alcuni palazzi erano già costruiti sulla via detta allora Minerva non perpendicolare ai due viali. L'effetto è visibile all'incrocio con corso Torino.

Via Rivale

Originariamente via Rivale costeggiava il torrente Bisagno: partiva probabilmente dal mare lungo il muro di cinta del Lazzaretto di ponente fino poi arrivare a Borgo Pila, presso la piazza di s. Zita oggi scomparsa. Sempre partendo dal mare, ma passando lungo l'argine cinquecentesco del torrente Bisagno, c'era un'altra via, che terminava unendosi all'attuale via F. Aprile all'altezza di vico Chiuso L. Pareto (Crosa Storta della Foce): era la via F. Ferruccio il cui nome oggi è dato alla strada privata che in parte ricalca un tratto della vecchia. Negli anni 20 del '900, la via correva lungo una specie di argine fino a Corso Buenos Aires ed includeva il Borgo Pila. Sulla sponda opposta, la via si chiamava Feritore. Il tratto di via Rivale lungo il muro ai primi dell'800 venne chiamata via dei Cordannieri per la presenza di una manifattura di cordami. Il tratto fra l'attuale piazza Rossetti e via Maddaloni oggi è chiamato via F. Aprile, mentre da via Maddaloni a piazza Cipro è chiamata via Cipro. In fine il
toponimo Rivale è rimasto solo da piazza Cipro a via S. Zita. Il percorso di tutta la via non è rettilineo perché dopo l'incontro con vico L. Pareto seguiva l'argine del '500 che nella zona del vecchio Borgo Pila formava un'ansa ove col tempo il torrente depositò materiale su cui sorse il ponte medievale omonimo e quindi il Borgo. Il ponte fu distrutto nel 1821: riparato, ne fu costruito uno nuovo più a monte e per un certo tempo vi furono due ponti Pila.

   Un ricordo folkloristico è quello delle battaglie a priunae (?) a tiri di pietra che ancora poco dopo il 1945 vedeva i ragazzi della Foce contro quelli di via Rivale, cioè abitanti nel vecchio Borgo Rivale: era probabilmente un perdurare di antiche competizioni campanilistiche o addirittura di ambiente sociale, trattandosi gli uni di origine pescatori, gli altri di origine contadini. 

   Tra i ragazzi della Foce e quelli di via Rivale esisteva una certa rivalità che ancora nei primi anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale si traduceva in guerra a pietrate. Un anno, dopo che fu smantellata la Settembrata insediata sulla piazza, rimasero numerose canne che erano servite a qualche costruzione dei Pionieri, che erano i boys scout associati al partito Comunista: quelle canne furono utilizzate in sostituzione delle pietre e probabilmente fu l'ultima occasione di manifestare la rivalità tra i due borghi.

Via Rimassa
Ha come fondo il cemento: si tratta di quadrati il cui lato è metà carreggiata e tra le cui giunture era posto del bitume. Probabilmente si è trattato di un esperimento di prova ad imitazione delle autostrade germaniche che erano in costruzione contemporaneamente. Infatti è già presente durante l'attività del Villaggio Balneare del 1934. La superficie del cemento tuttora presente anche se non più
integra, rende l'asfalto poco duraturo perché non vi aderisce perfettamente.




Ponte Bezzecca


Era situato sul prolungamento di via C. Barabino fino alla Questua in via Diaz. Era in ferro e con la copertura del Bisagno fu smontato (1932) e risistemato dopo Staglieno, prima del cavalcavia dell'autostrada. Subito alla fine del ponte, a mare, ove oggi c'è la Questura, c'era un altro piccolo ponte per un corso d'acqua proveniente dal Cavalletto cui si univano le acque del rio Groppallo.



Via Casaregis


Muro sostegno via Nizza


Via Nizza nel tratto che corre parallelamente a via Casaregis è sostenuta da un terrapieno con muro in cemento: oggi è coperto parzialmente da un palazzo lungo e stretto, costruito nel 1955.
Prima vi erano tre resti della montagna che in origine scendeva fino presso il palazzo con il numero civico 6: di tali resti, tre rocce che servivano a far da contrafforte, due furono tagliati per far posto al palazzo, mentre la terza, più piccola, è tuttora presente dietro i locali della pizzeria. Le due rocce in
altezza arrivavano una a circa diciotto metri, quella a sinistra, mentre l'altra a circa quindici. La maggiore lasciava un marciapiedi di mezzo metro. Fra le due, distanziate di circa cinque metri, vi era una vespasiano. Le due rocce erano per i ragazzi di allora una specie di 'palestra' e raggiungere la cima della più alta era un'impresa che non tutti erano in grado di eseguire. In origine il muraglione era più piccolo, perché la roccia originale rimasta era molto più grande: arrivava al centro della carreggiata di levante. Tra il 1930 ed il 1936 il muraglione originale franò in parte assieme a parte delle rocce ancora presenti, perché pare, non scaricava a sufficienza l'acqua del terrapieno. Fu necessario rifarlo con numerosi fori, alcuni dei quali avevano i relativi tubi di caduta, come quelli ancora presenti sui montanti tra gli archi e contemporaneamente la roccia residua fu ridotta, lasciando i due monconi.

Gli alberi di via Casaregis
In via Casaregis il tratto da via Cecchi al mare era alberato sul lato di ponente fino al tempo della Seconda Guerra Mondiale. Si trattava di alberelli: il primo presso l'angolo di via Cecchi era probabilmente un tamericio, il cui tronco era protetto da una gabbia in ferro. L'ultimo, all'altezza del cancello tra i numeri civici 6 e 4, era un pittosforo. Sono stati tagliati durante la guerra dai cittadini nottetempo, per essere bruciati. Alla fine del civico 4 c'erano due cassoni interrati che servivano per lo svuotamento del sacco della spazzatura raccolta nelle case dallo spazzino. Oltre a via Casaregis, anche via C. Barabino era alberata nel tratto verso piazza Palermo. Probabilmente era intenzione di alberare tutta la via, ma la guerra fece interrompere il progetto. Tra i platani di via Cecchi, presso viale Brigate Partigiane, ce n'è uno che è precedente, cioè esisteva già in mezzo alle vecchie case demolite: non è stato tagliato, benché sia quasi fuori dall'attuale aiuola.


Livello Stradale
Quasi tutti i giardini posti tra le case di via Casaregis e corso Torino nella loro parte più vecchia e quindi alberata sono ad un livello più basso delle strade presso i marciapiedi. Ciò è dovuto al fatto che le strade furono costruite più in alto rispetto al livello del terreno perché non si inondassero troppo facilmente con le frequenti esondazioni del Bisagno. Il P.R. prevedeva un'altezza massima degli edifici di 25 metri e uno spazio tra due successivi di quindici. I costruttori lasciarono i giardini più bassi, ottenendo un piano in più talvolta abbassandone anche un po' il livello. Vi sono poi particolari condizioni che hanno causato dislivelli tra le strade: via Casaregis verso il mare, già nella parte alberata, è in leggera salita perché il tratto tra via Cecchi ed il civico 4 è stato ottenuto tagliando il promontorio che scendeva da via Nizza e quindi, forse per risparmio, si è lasciato che il livello della strada risultasse più alto, raccordando però con piccole discese il suolo con via Rimassa, vedi via Cecchi quasi orizzontale, via Morin in discesa e via Foce in decisa discesa.
Il vero livello della piana è forse rimasto in via della Libertà, il cui punto più basso è all'incrocio con via Ruspoli. In quel punto più volte si sono viste persone spostarsi con la barca, prima del rifacimento della fognatura delle acque bianche che sfocia in mare attraverso il pennello in linea con via Magnaghi. Da corso Torino a via della Libertà le traverse sono tutte in discesa e tra via della Libertà e via Brigate Partigiane sono in salita per raccordarsi con la copertura del Bisagno che ovviamente è stata tenuta più alta.




Proteggi angoli

Un tempo negli angoli concavi tra le case di ogni città erano posti degli accorgimenti per impedire ai
malintenzionati di orinarvi. Nel Medioevo era un reato e quindi si ponevano cartelli per impedire che qualcuno orinasse anche contro il muro delle chiese durante le funzioni religiose... In alcuni casi, quando 1'abitudine fosse stata troppo incallita, vi si ponevano delle immagini sacre perché il reato diventasse sacrilegio e così punibile molto più severamente. Alla Foce sono presenti cinque di questi ostacoli: due in metallo ai lati del portone della scuola media-asilo infantile, di corso Torino 60, due agli angoli ciechi dello slargo di corso Torino che termina con l'anagrafe.
Proteggi angolo in corso Torino 60
Questi sono dei quarti di cono in muratura, ed uno è contro l'edificio dell'anagrafe, l'altro nell'angolo opposto, presso il cancello del magazzino di materiali igienico sanitari. Il quinto si trova presso l'Ufficio Postale. 


ALLA FOCE DURANTE LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Severino Fossati

   
Durante la guerra, l'arrivo o il semplice passaggio di aerei nemici era segnalato dal suono di una sirena che era posta sul terrazzo del palazzo in via Nizza che fa angolo con via Trieste. Con l'arrivo delle truppe germaniche furono consegnati dei volantini con disegnato il golfo di Genova e dei cerchi corrispondenti a distanze dal centro della città. Servivano per capire la zona dove si trovavano gli aerei quando partiva il primo suono di sirena che segnalava lo stato di preallarme per la popolazione civile. Poi, eventualmente, partiva il secondo suono di vero allarme quando si riteneva che potessero essere diretti a Genova. La gente scappava nei rifugi antiaerei: all'inizio questi erano semplicemente i locali a piano terra nell'atrio, rinforzati con strutture in legno. Quando ci si rese conto che non erano affatto sicuri, ci si rivolse altrove: alla Foce si utilizzarono i fondi delle case in cemento armato di via Rimassa, nr. 49 e 51. Sopratutto quest'ultimo perchè nel 49 c'erano i Tedeschi che non erano entusiasti della presenza dei civili. Anche i garages del primo caseggiato su corso Marconi tra via Casaregis e via Rimassa con ingresso in via Foce furono molto frequentati. Un altro rifugio abbastanza sicuro ma poco pratico perché distante, era una galleria che iniziava ai piedi della scalinata che porta da via Nizza a via Trento, oggi chiusa. Era sulla sinistra ed era diretta verso San Martino, ma non è noto se era ultimata oppure abbandonata. Dopo la guerra sull'ingresso fu costruito un ascensore per evitare le scale, che oggi non esiste più perché demolito.
   Dopo l'armistizio de1l'8 settembre, sui marciapiedi di corso Italia, forse limitatamente al rettilineo di san Giuliano erano state costruite delle saline: larghe vasche delimitate da muretti alti circa venti centimetri. Mancando il sale si andava ai bagni di Capo Marina, allora chiamati Bagni delle Caverne
per via degli archi che sostengono in quel punto le corsie a mare di corso Italia: siccome la spiaggia era sotto gli archi, quando si prelevava l'acqua di mare non si era visti dai militari di guardia alle saline. Quell'operazione era proibita in quanto il sale era un prodotto di monopolio di stato. Alla Foce non era possibile prenderla nella limitata spiaggia verso Punta Vagno, perché data la vasta zona minata vi erano militari di guardia.
   La Foce faceva parte del cosiddetto Vallo Ligure, il sistema antisbarco costruito lungo le coste del Continente. Era costituito dal campo minato della spiaggia, con numerose mine anticarro. Una fila di ostacoli in cemento armato di forma tronco-piramidale quadrata, di circa un metro/un metro e venti, alti circa due metri, distanziati di circa un metro posti sulla spiaggia presso il marciapiedi, tutti collegati con filo spinato. Un muraglione in cemento che chiudeva le vie Casaregis e corso Torino, da palazzo a palazzo, che permetteva solo il passaggio di una persona alla volta presso le abitazioni; dove poi sarà piazza Rossetti, invece, una profonda trincea, probabilmente zigzagante. L'area dopo i lavori iniziali, fu interdetta. Probabilmente l'area era dotata anche di armi pesanti. La zona armata era quella di Punta Vagno: vi erano almeno tre cannoni antisbarco piazzati in casematte in cemento.
(Cartolina, Edizioni Solari)
Uno era sistemato molto basso sul mare, sull'estrema punta, con lo scopo di tiro d'infilata; uno era all'altezza di corso Italia ove oggi c'è il parcheggio del ristorante ed il terzo era dove ora c'è la discoteca, presso via Podgora. Un fortino con mitragliatrici era circa ove oggi c'è l'ingresso dei giardini Govi, presso il ballatoio tra le due rampe della scalinata. Queste postazioni potevano costituire l'obbiettivo degli attacchi aerei, ma non è stato mai chiaro perché comunque non risulta che siano stati mai centrati. Forse i piloti si orientavano sui due grandi viali, corso Torino e via Casaregis e li sganciavano il loro carico. La chiesa di San Pietro fu colpita due volte e quindi distrutta. Le tre case della vecchia Foce rimaste, in salita Fogliensi, furono più volte colpite: la centrale fu distrutta, ma tra via Nizza e le case caddero anche degli spezzoni incendiari. I vigili del fuoco ripartivano dopo aver spento l'incendio, ma dopo qualche ora il fuoco riprendeva: la cosa si protrasse per giorni. La villa Hofer già di Rubattino, ex convento di san Vito fu praticamente distrutta, lasciando in piedi parte della torre ex campanile ed una parete.
 
Il palazzo con numero civico 1 di via Morin fu colpito due volte nella parte meridionale e furono distrutti tutti i piani di quell'ala. Lo stesso palazzo, ma nella parte che corrisponde al
civico 6 di via Casaregis, fu colpito da una bomba che entrò nella facciata interna tra il quarto ed il quinto piano: non esplose ma forò tutti i pavimenti fermandosi tra il primo piano ed il retrobottega di via Morin. In via L. Pareto due palazzi furono distrutti ed un terzo danneggiato. Sempre in via Morin
una bomba (piccola?) colpi la facciata del civico 47 di via Rimassa nei piani alti facendo un buco. L'allora primo palazzo di via della Libertà con ingresso in via Ruspoli fu distrutto. Una bomba cadde sulla strada in via Nizza sopra i lavatoi che erano sotto dietro il civico nr 1 di via Casaregis: vi persero la vita con la governate tre bambini figli di un ufficiale italiano che operava nella Casa dello Studente allora sede degli interrogatori di polizia. Oltre a queste vi furono bombe che provocarono grandi crateri nelle strade: ve ne erano tre in via Casaregis: davanti al civico 3,vicino al palazzo, al centro della strada, davanti al civico 8 sopra l'incrocio dei binari tranviari e davanti al civici nr 7-5.In via Cecchi un cratere era davanti al cinema Regina che dopo la guerra fu chiamato Aurora e che oggi è sede di una discoteca ed un teatro. In via Morin all'incrocio con via Cravero cadde una bomba, che fece un foro senza esplodere: non fu mai trovata. Sempre in via Morin, davanti al negozio il cui retrobottega fu interessato dalla bomba inesplosa, tra i binari del tram cadde un proiettile che si disse provenire dalla contraerea italiana che non esplose.



LA FOCE NELLA LETTERATURA E NELL'ARTE



Rosa Elisa Giangoia


EUGENIO MONTALE

Annetta

Perdona Annetta se dove tu sei
(non certo tra di noi, i sedicenti
vivi) poco ti giunge il mio ricordo.
Le tue apparizioni furono per molti anni
rare e impreviste, non certo da te volute.
Anche i luoghi (la rupe dei doganieri,
la foce del Bisagno dove ti trasformasti in Dafne)
non avevano senso senza di te.
Di certo resta il giogo delle sciarade incatenate
o incastrate che fossero di cui eri maestra.
Erano veri spettacoli in miniatura.
Vi recitai la parte di Leonardo
(Bistolfi ahimè, non l'altro), mi truccai da leone
per ottenere il 'primo' e quanto al nardo
mi aspersi di profumi. Ma non bastò la barba
che mi aggiunsi prolissa e alquanto sudicia.
Occorreva di più, una statua viva
da me scolpita. E fosti tu a balzare
su un plinto traballante di dizionari
miracolosa palpitante ed io
a modellarti con non so quale aggeggio.
Fu il mio solo successo di teatrante
domestico. Ma so che tutti gli occhi
posavano su te. Tuo era il prodigio.

Altre volte salimmo fino alla torre
dove sovente un passero solitario
modulava il motivo di Massenet
imprestò al suo Des Grieux.
Più tardi ne uccisi uno fermo sull'asta
della bandiera: il solo mio delitto
che non so perdonarmi. Ma ero pazzo
e non di te, pazzo di gioventù,
pazzo della stagione più ridicola
della vita. Ora sto
a chiedermi che posto tu hai avuto
in quella mia stagione. Certo un senso
allora inesprimibile, più tardi
non l'oblio, ma una punta che feriva
quasi a sangue. Ma allora eri già morta
e non ho mai saputo dove e come.
Oggi penso che tu sei stata un genio
di pura inesistenza, un'agnizione
reale perché assurda. Lo stupore
quando s'incarna è lampo che ti abbaglia
e si spegne. Durare potrebbe essere
l'effetto di una droga nel creato,
in un medium di cui non si ebbe mai
alcuna prova.






martedì 3 febbraio 2015

LA CHIESA DEI SS. NAZARIO E CELSO

Daniele CAGNIN

PREFAZIONE
Il presente elaborato fa parte di una serie, in cinque puntate, che narrerà le vicende storiche dei sei edifici sacri che erano presenti nella Foce antica. Tutto ciò è il risultato di un “progetto storico” che il gruppo culturale dell’Antica Foce (presente nella Biblioteca Servitana) ha ideato circa un anno fa e che porta a questa “creatura”.
In questa prima puntata prenderemo in esame la chiesa dei Santi Nazario e Celso, esistita per circa un millennio, e di cui, probabilmente, si è persa la memoria storica: è tramite questo lavoro di ricerca, prima, e di divulgazione, dopo, che il mio intento di “comunicazione” non viene meno e consolida quel rapporto con il passato, che a volte non siamo in grado di raccontare in modo competente.
Per rendere più agevole la lettura di questa “relazione”, ho diviso il lavoro in tre capitoli: il sito originario, la chiesa romanica, la terza chiesa. E’ doveroso portare a conoscenza, pur se con alcuni limiti, notizie sulla “nostra Foce”: buona lettura.
CAPITOLO 1
IL SITO ORIGINARIO – Notizie storiche fino al X secolo
PREMESSA STORICA
Descrivere eventi storici lontani dal nostro quotidiano decine di secoli è un “operazione” che richiede un lavoro di “ricerca” non sempre agevole, anche se si hanno a disposizione le fonti contemporanee; ciò dipende dal fatto che si deve “indagare” con gli elementi messi a disposizione dalle “prove raccolte” che culturalmente presentano difficoltà di carattere linguistico (latino), di carattere grafico (calligrafia diplomatica), e di veridicità storica: i cronisti altomedioevali o tardo antichi reputavano doveroso “esaltare” l’avvenimento storico piuttosto che approfondirlo … ma quando mancano i documenti? In questo caso il compito è sicuramente molto arduo, ed è doveroso prendere in esame una più ampia narrazione storica.
Le prime “notizie certe” sulla chiesa che sto analizzando sono da far risalire alla fine del X secolo, ma precedentemente?
Se diamo credito a quanto riferito da alcuni studiosi consultati dobbiamo considerare che il luogo, dove sorgerà la “sede definitiva” della chiesa, era già frequentato in epoca romana, anche se scarsa di costruzioni: doveva essere una zona sacra, forse una necropoli o comunque un luogo di sepoltura.